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C'era una volta (in America)


In America la fece piantare quel (ce lo vogliamo ridire?) serial killer travestito da cristianissimo comandante che fu Cortez: mille piedi importati per ogni cento autoctoni (ma non erano di vitis vinifera, solo umile vite selvatica "rotundifolia") strappati via. Motivazione: serviva il vino per la santa messa

La messa dei Conquistadores, degli sterminatori di indigeni, veri poveri cristi della celebrazione coloniale, in un bilancio di morte di cui le piante furono, alla fine, la variabile minoritaria. E persino un po' più considerata di quella umana.
Gli inglesi invece - come era logico aspettarsi - si dimostrarono decisamente più laici. Arrivati in forze nel nuovo continente una sessantina d'anni dopo, pensarono a un certo momento che non solo non avrebbero avuto bisogno di portarsi dietro viti da piantare, ma neppure bottiglie di vino francese, spagnolo, o mediterraneo in genere, per celebrare l'evento del radicamento nelle contrade nuove. All'isola di Roanoke trovarono una vite incredibile, di quelle che paiono fatte apposta per avvalorare, a sorpresa, tutte le storie sentite, e scetticamente in fondo al cuore riseppellite, sulle Terre Promesse in genere, e su quella appena raggiunta in particolare: aveva oltre sessanta centimetri di diametro al piede, l'ombrello dei tralci copriva un quadrilatero approssimativo di 40 metri per lato, l'altezza sfidava con successo quella degli alberi "veri". La chiamarono The Big White Grape, la grande vite bianca (e del secondo aggettivo è superfluo spiegare il perché) e si illusero che, se tanto dava tanto, da Roanoke e dintorni avrebbero cavato del magnifico (e abbondante) mosto, e vino.
Ma in viticoltura, si sa - e lo sappiamo bene noi "moderni" - le cose non vanno così. L'equazione sovrabbondanza-qualità non funziona quasi mai. E meno ancora se il motore della "cosa" è una vite bella quanto vuoi, grande come mai s'è visto, ma non fatta, cromosomicamente parlando, per dare vera uva da vino.
Sia come sia, a dover indicare una vigna storica meritevole di memoria, non avendo notizie certe su quelle del buon Noè (quella era preistoria), né testimonianze dirette e precise su quelle primordiali dell'Ararat e del basso Caucaso, ma solo indicazioni diffuse, probanti ma non sufficientemente dettagliate, ci piace pensare che quella di Roanoke possa, alla fine, fare al caso, in fondo, ce le aveva tutte: americana, figlia di un Nuovo Mondo, dimostra ad esempio senza tema di smentite l'ubiquità della pianta. Biodiversità, poi, quanta ne volete: incluso il fatto di essere riottosa a concretizzare le ambizioni di un enologo.
Una biodiversità assoluta che, peraltro, durò poco. Appurato che, malgrado la fascinosa maestà, la vite dava un vino che era una schifezza, i concreti ancor sudditi di Her Majesty (ma radice semiconsapevole del futuro albero yankee) provvidero a importare, anche loro, le viti canoniche e "vinifere". E scelsero ovviamente le francesi, recate nel frattempo in loco anche da profughi bretoni, protestanti fuggiti dai massacri (arieccoci...) della Rochelle e dintorni, mascherati da voti al Signore durante la crociata contro gli Ugonotti.
Ma, sorpresa: se il gene è il gene, l'ambiente è l'ambiente. E le nuove, delicate viti europee mal si adattarono al nuovo habitat. Morivano come mosche. Sopravvivevano invece allegramente, e davano vini financo dignitosi, gli ibridi tra la vecchia moby dick di Roanoke (e le sue cugine e discendenti) e le timide francesi, sbarcate e interrate per poi non farcela. Gli ibridi erano quelli classici: da impollinazione (e qui staranno bene due parole per ricordare, o raccontare a chi non lo sa, che la "vinifera" è una pianta ermafrodita, che porta su di sé nello stesso fiore il maschio e la femmina, mentre le selvatiche sono a fiori di sesso distinto: uno maschio, l'altro femmina, e così via; e che all'epoca dei fatti, non essendoci ancora stata la fillossera, non si innestava la vite per piantarla: s'interrava e/o seminava, e si lasciava poi che la natura seguisse il suo corso). Il risultato delle nozze miste, il primo individuato e razionalizzato nello sfruttamento, fu l'Alexander.  Segue a distanza di tempo la Catawba (figlia per metà di una labrusca, varietà che dovrebbe, a noi italioti, esser familiare), con talmente tanto successo che con le sue uve si fece pure uno spumante, destinato nelle intenzioni a soppiantare oltreoceano la fama del vecchio, e caro (in tutti i sensi) Champagne.
Oltre un secolo dopo, in California (altra storia, altro habitat) un signore dal nome enoicamente illustrissimo, George de Latour, compra un megaorto, lo chiama Beaulieu, ci pianta vitigni della sua terra d'origine, li tira su gran bene, e dà origine a un nuovo pezzo di storia del mondo del vino. Ma siamo già al 1900. E nel frattempo, in Europa...
         
Europa: la vigna e il vino negli anni della peste    
Nel frattempo, in Europa, era arrivata la fillossera. Su ciò, sulla grande peste del vigneto, non mi dilungherò in questa sede, esistendo amplissime e dettagliatissime trattazioni, storiche e scientifiche. Limitiamoci perciò a ricordare che alla fine dell'Ottocento, entrante il nuovo secolo, il vigneto Europa era praticamente ridotto a uno straccio. Uno sterminio autentico quello perpetrato dal killer che, tra l'altro, restava lì, in agguato, pronto a entrare nuovamente in azione. Come spesso poi ha fatto. Il "rimedio", in ogni caso una svolta da moltissimi punti di vista, un voltar pagina in qualche modo definitivo rispetto alla vecchia platea tipologica delle viti europee di discendenza euroasiatica, arrivò proprio dal Nuovo Mondo. Immuni, erano, dalla terribile sterminatrice, le vigne americane: umili e semi-inatte a dar vino, ma perfette per fornire piedi su cui innestare le vulnerabili europee "vinifere", da cui far scaturire, inattaccabile dal parassita, l'indispensabile apparato radicale. In Europa comincia così l'era - tuttora perdurante - del portainnesto. Una svolta, si diceva, talmente ampia e diffusa da far sì che il panorama ampelografico del Vecchio Continente non potesse, di fatto, mai più essere, o tornare, esattamente lo stesso.
Le "vieilles vignes": misteriose eroine della Resistenza     
Ma in ogni guerra c'è chi, ad armistizio più o meno proclamato, ad accordi fatti, per difetto di comunicazione, o per quell'ostinazione che qualcuno chiama eroismo (se è sinergica alla sua parte: sennò irriducibile caparbietà, fondamentalismo, e via andare, e ce n'è anche di peggio), o semplicemente perché non vuol saperne di tornare a casa, continua solitario a combattere. Il giapponese nell'atollo del dopo Okinawa e perfino del dopo Hiroshima. O, cambiando ambito e tornando a guerre più simili a quelle combattute (e perdute in prima battuta, e poi diplomaticamente, astutamente patteggiate) con la fillossera, il frate caritatevole di turno che si aggirava nel lazzaretto della Milano secentesca, ai tempi del contagio, arrecando ove potesse sollievo, e restando misteriosamente immune dalla peste.
Nel nostro caso, e nel nostro continente, le misteriose eroine della Resistenza (alla fillossera) si chiamano generalmente "vieilles vignes". E sono ormai divenute vigne pressoché secolari.
Tecnicamente, in realtà, secondo la regolamentazione francese, la dicitura "Vieilles Vignes" (con la maiuscola) apposta in etichetta su una bottiglia, certifica soltanto che il vino proviene da vigneti che hanno più di 60 anni di età. Ma, di fatto, vuoi per l'opportunità di mantenere in produzione vigneti oltre i quattro-cinque lustri di età solo per motivi davvero speciali, vuoi perché la regola risale ad anni in cui essere "sessantine" (per dirla alla Montalbano) voleva dire, per le viti, aver messo radici più o meno agli albori del secolo precedente, in buona parte dei casi "vieilles", per le vigne transalpine, è sinonimo di prefillossera. Di viti a "piede franco", come si dice, cioè non reimpiantate sul portainnesto fornito dallo zio d'America.
 
1) Champagne: Vieilles Vignes Françaises Bollinger
Il caso più eclatante, noto e apprezzato di V.V. è la parcella di proprietà della Bollinger, e da cui la casa trae un vino davvero straordinario. Si tratta di una vigna minuscola, impiantata per propagginazione* ben prima della filossera. Il prodotto, raro, scarso, 2.000 bottiglie appena negli anni buoni, è - domandatelo ai degustatori - di una complessità quasi incredibile (e dunque anche indizio importante per capire cosa è stato perso durante la famosa epidemia). Complesso, di conseguenza, è però anche l'acquisto. Una bottiglia di V.V. Françaises Bollinger del millesimo '92, neppure dei migliori nella classifica locale delle annate, costa al pubblico oggi un po' più di 300 euro. Ma si capisce, viste le premesse, che qui qualche giustificazione c'è. In Champagne la fillossera era arrivata nel 1890, e aveva raggiunto l'apice della virulenza (e della distruttività) nel 1911, quando si iniziò decisamente a ripiantare con viti innestate. Oggi esistono in Champagne solo questi due piccoli appezzamenti, di mezzo ettaro ciascuno, con viti su piede originario, ad Aÿ, da cui la maison Bollinger ricava il suo fiore all'occhiello.

2) Dalla Cote du Rhone a Barossa: la sopravvivenza del Sirah
C'è chi ritiene che l'uva originaria, la mamma di tutti i Sirah, provenga dalla Persia, in cui esiste una città chiamata Shiraz (ancor oggi l'accezione australiana del vitigno), per essere poi importata in Europa dai crociati. C'è, tra gli ampelografi italioti, anche chi la vorrebbe originaria di Siracusa, nella cui campagna tra l'altro è tornata da poco. Ma le probabilità che la cosa sia vera sono scarse, per non dire nulle. Incontrovertibile invece è che la parola ha un significato nobile e profondo presso alcune popolazioni nomadi che battono la fascia Saheliana dell'Africa: si dice "sirah" di persona generosa, coraggiosa, affidabile e responsabile, e di fatto il termine identifica, nell'accezione comune, l'anzianità, spesso requisito per la scelta di un capoclan: il "grande vecchio", insomma, ma in senso buono. In più, Sirah è nome che in quelle popolazioni si dà volentieri ai primogeniti, sia maschi che femmine.
Di certo, oggi, dire Sirah nel mondo del vino è, e resta, anzitutto dire Côte du Rhone, la striscia di terra collinare che contorna i fianchi del fiume Rodano nel tratto compreso tra Valence, a sud, e Vienne (città romanica di cui già Plinio il Giovane decantava le vigne) a nord. Lì sono nati i primi grandi, veri Sirah, che portano ancor oggi i nomi delle storiche "appellations comunales": Hermitage, Crozes-Hermitage, St Joseph, Cornas, Côte-Rôtie, nell'ordine.
Sirah (ma scritto shiraz) è anche buona parte della nuova frontiera del vino in una delle sue patrie emergenti: l'Australia.
Dove peraltro i grandi Sirah della più rinomata zona meridionale, Barossa Valley, sono nati in tempi men che sospetti, in un periodo in cui la vitivinicoltura in Australia era lavoro (o hobby) di pochi: quarant'anni fa, quando alcuni di quelli che ancor oggi rappresentano la punta di diamante della produzione australiana, Hensckhe e Penfold's, crearono i loro vini di picco, dall'Hill of Grace al Grange Hermitage. Sirah, quelli australiani, in genere (ma non proprio tutti) decisamente diversi, per terreni e microclima oltre che per l'impiego recente, massivo e spregiudicato, di tecnologie e tecniche enologiche in cantina, da quelli "tipo" delle valli del Rodano. Estremi, concentratissimi, carichi, esplosivi, gli "aussie". Tosti, sì, ricchi di sentori cuoiosi, "animali", ma ben più snelli, e in alcune denominazioni e per alcuni produttori di estrema finezza e longevità, i Cote du Rhone. Dove però la Sirah è praticamente tutta reimpiantata. Mentre in Australia, con grande sorpresa e un po' di smacco degli stessi francesi, si è scoperto che dimorano - e producono! - ancora piante di 130 anni di età, cloni pre-fillossera, tra l'altro dai grappoli più spargoli (dai chicchi meno fitti e addossati cioè) rispetto alle varietà presenti oggi in Francia (evidente vantaggio, vista la vulnerabilità di quest'uva alle muffe grigie e agli acari che si installano e si celano, ed è più difficile estirpare, tra gli acini stretti di grappoli più serrati). Viti, quelle di Barossa, importate a quei tempi là, e che, grazie ai favori combinati di clima e terreno australiano e alle minori (all'epoca) probabilità di contagio, sono sopravvissute all'epidemia.

In Italia (il catalogo è questo...)
E le vigne "storiche" italiane? Ce ne sono? E dove?
La risposta alla prima doamnda è: sì, poche. Anzi pochissime.
Prevalentemente al Sud, su terreni dalle peculiarità ricorrenti, essere cioè sabbiosi ed essere lavici. Questi i requisiti. La curiosità per le superstiti a piede franco, tra l'altro, è piuttosto recente. Per molto, troppo tempo il vento che ha soffiato su Enotria è stato quello delle barbatelle (cioè delle pianticelle in erba da innestare sull'apposito piede americano) modello Big White Grape: lunghi anni, decenni, durante i quali un notissimo centro vivaistico ha inondato, forte di non oculate e diffuse complicità amministrative, il paese, e specie le regioni più "deboli" enologicamente, di Trebbiano toscano da 300-400 quintali per ettaro di resa garantita, e di analoghi supermarket da uva in versione rosso.
La rispettosa operazione di recupero e riscoperta di varietà autoctone e vigneti "originali" è partita di fatto dopo la metà degli anni Ottanta, per merito di alcuni accorti pionieri, e ha preso forza solo negli ultimi sei-sette anni.
Il periodo durante il quale è stata fatta, ad esempio, la "scoperta" che vi presentiamo per prima.      

Pantelleria: lo Zibibbo di Ben Ryé
L'azienda siciliana Donnafugata produce, oltre che, ampiamente, sull'isola grande, anche a Pantelleria: e non troppo tempo fa ha presentato i risultati delle ricerche condotte dal professor Mario Fregoni, ordinario di Viticoltura all'Università Cattolica di Piacenza, nei vigneti di una "location" reputata come Kamma. Alle piante di Zibibbo oggetto dello studio, e che  dalla vendemmia 2000 contribuiscono alla massa da cui trae origine il Ben Ryé, ambizioso vino da meditazione della casa, è stata attribuita un'età superiore a 80 anni. Le viti sono a piede franco, non hanno mai subito innesti. La vigna (una piccola area) storica era stata oggetto di fresca acquisizione da parte di Donnafugata: non faceva cioè parte del suo patrimonio originario. Si tratta di una vecchia vigna di Zibibbo (cioè Moscato d'Alessandria) abbandonata da decenni: impianto ad alberello nella versione locale (detta "pantesco") con piante basse sviluppate orizzontalmente, quasi a strisciare sul terreno, per difendersi dal vento, che lì batte davvero. Recuperata, coccolata, la vigna viene ora considerata una sorta di gioiello di famiglia. E si presta per giunta perfettamente all'accortissima, capillare strategia di comunicazione che da un pezzo l'azienda conduce. Secondo Fregoni, la scoperta dimostra che a Pantelleria la fillossera è di fatto "disarmata". Le caratteristiche sabbiose dei terreni non ne favoriscono la propagazione. Le fallanze (cioè le fisiologiche perdite di pezzi, di alcune piante) nel vigneto sono state colmate, al solito, per propagginazione.
Per analogia, e forte di altre acquisizioni di ricerca, Fregoni spiega che sono ben pochi i luoghi in Europa che possono vantare simile ricchezza di piante autoradicate, e conseguentemente così longeve: in particolare si tratta di suoli isolani, caratterizzati appunto da terreni molto sabbiosi. E Fregoni indica Cipro, le Canarie e il Sulcis Sardo. Del quale ultimo vi raccontiamo di seguito.

Sardegna: il Carignano sulla sabbia
Nato qualcosa più di una trentina d'anni fa a Tratalias, Mariano Murru ha "incontrato" l'uva da vino da bambino. Nel vigneto del padre Odino (bel nome per un sardo) nelle campagne di Tracàsi, a 70 metri sul livello del mare: Carignano, Monica, Nuragus e Vermentino. Incontro decisivo. Dopo le medie e l'istituto agrario a Cagliari, ecco il nostro partire per l'università dell'enologia italiana, Istituto Cerletti di Conegliano Veneto. Poi, stage in Toscana da Antinori e in aziende piemontesi, e quindi il primo impiego alla Cantina sociale di Santadi, dove Murru incontra un omino affascinante, coltissimo, e dall'aria apparentemente svagata. Un eccentrico, straordinario signore di nome Giacomo Tachis. è lui, l'enologo piemontese che ha "creato" il Sassicaia, e molti altri illustrissimi vini di Toscana (ma che conosce come le sue tasche per vari, intuibili motivi anche il patrimonio ampelografico sardo, tanto da essere poi chiamato a lavorarci e a valorizzarlo) che incarica Murru di selezionare le uve provenienti dai vecchi vigneti ad alberello delle fascia costiera del Sulcis. Vigneti coltivati su sabbia. Dei quali appare subito chiaro che non avevano mai conosciuto fillossera. Il figlio di quel lavoro è un vino che si chiama Rocca Rubia, Carignano del Sulcis Riserva. “Quel lavoro ha contribuito a far cambiare la mentalità a molti viticoltori e a diversi amministratori di cantine sarde -racconta Murru- Quella di Santadi aveva educato i soci a produrre per ottenere un vino di qualità. Allora l'errore principale consisteva invece nella eccessiva produzione, si forzavano le tecniche con irrigazioni e concimazioni smisurate. Così il vino perdeva le sue caratteristiche organolettiche, la struttura, i tannini, il colore. Sì, Santadi, con le sue vecchie vigne e il contributo straordinario di Tachis, si può ben dire che abbia fatto scuola”.

Sicilia: Nerello e Grenache protetti dall'Etna
Isola per isola, la Sicllia è quella che qualcuno chiama oggi, in quanto terra da vino, la "California d'Italia". Beata la California, avesse sotto le scarpe di chi coltiva vigne il terreno che hanno alcune zone della Sicilia (alcune, badate, non tutte! Non bevetevi, e letteralmente, non in metafora, visto che di vino si tratta, tutte le generalizzazioni che fanno vendere e che provano a "vendervi"); e ancor più beata se avesse sopra la testa il cono bianco-nero fumante dell'Etna. E' nella parte nord del vulcano che si producono i migliori vini siciliani, secondo chi scrive. Lì il vitigno per eccellenza è (ma forse toccherà presto cominciare a dire: era...) il Nerello Mascalese; e lì, spesso, ai vigneti si affiancano ancora i noccioleti, coltivati nei fondali e nelle location meno adatte alla vite. Nel versante nord del vulcano, oggi, si concentra il 45% della produzione enologica. E nel territorio di due comuni, Castiglione di Sicilia (23%) e Randazzo (14%), si produce il 37% del vino dell'Etna. Le contrade migliori per la vite, dicono i locali, stanno però nei comuni di Piedimonte Etneo, Linguaglossa e Castiglione. Posti come Solicchiata, Verzella e Rovittello (e parliamo di circa 650 metri d'altitudine e oltre, fino a oltre 800, robe impossibili altrove) o il Valcerasa in agro di Piedimonte. Qui stanno ancora vivi e forti, i vigneti più vecchi e migliori di Nerello Mascalese. E qui sopravvive la vite a piede franco. Ma non solo qui. E il Nerello non è la sola varietà. Nel comune di Randazzo, in agro Gurrida, una grande vigna (circa 40 ettari) di un vitigno d'origine spagnola, l'Alicante, detto Grenache in Francia, detto anche Guarnacha di rimbalzo in Spagna e America Latina, parente strettissimo del Cannonau sardo (ma guarda un po'...)  rappresenta probabilmente il più grande "giacimento" nostrano di vigna franca di piede. L'età media delle viti, parzialmente rimpiazzate con il solito sistema, è di 50 anni circa. Curioso è il fatto che il lago limitrofo alla zona vitata quasi ogni inverno (salvo quelli di stremante siccità) straripi, inondando per un certo periodo l'area circostante. Da notare che l'inondazione invernale dei vigneti fu una delle tante tecniche tentate, e in certi casi, secondo alcune fonti, con risultati positivi, come lotta antifillossera, ma successivamente abbandonata dopo che l'avvento dell'innesto su vite americana aveva dirottato pressoché tutti su questa nuova tecnica immunizzante per l'impianto di nuovi vigneti e il reimpianto dei vecchi.
Tanto il Nerello (che qui, nella versione alberello, quasi mai arriva a produrre 70 quintali ad ettaro, e sta spessissimo largamente sotto) che l'Alicante sono caratterizzati da una forma, diciamo così, fantasiosa di impianto: non c'è simmetria, sesto d'impianto geometrico, in vigna. Ed è questa proprio una caratteristica ricorrente delle "vielles vignes". La vecchia tecnica di rimpiazzo delle piante fallate, quella per propaggine (tranquilli, una volta per tutte, poche righe sotto, vi spieghiamo cos'è) porta appunto quasi forzosamente all'uscita dalla linea dritta. E nella composta, ragionatissima disposizione del filare, inesorabile negli impianti a guyot ed esasperata dai moderni infittimenti, si insinua qui, pronube le "vieilles vignes" nostrane, l'irriducibile, anarchico caos della storia.

Cinque P
Ha una struttura basata su quattro, anzi su cinque P: prodotto, prezzo, placement (cioè distribuzione del prodotto), promotion, che include anche la pubblicità con tutte le attività promozionali connesse. Queste leve non sono cambiate né per vendere una macchina né per piazzare un prodotto Internet o un telefonino. Sono cambiati i modi, gli strumenti. Oggi, proprio con Internet, possiamo essere più vicini al cliente finale e agire in maniera più veloce. Ed eccoci alla quinta P: che è il people, conoscere la gente appunto, ma conoscerla bene, sondarla, studiarla.

* Propagginazione: un tralcio della vite che si vuol "duplicare" per rimpiazzarne un'altra è interrato a circa 80-100 cm di distanza dalla pianta madre. Dopo qualche tempo la parte interrata svilupperà, se tutto va bene, delle radici, e allora sarà recisa e staccata dalla pianta madre, formando una nuova vite completa di radici proprie. Con questa pratica, ancora diffusa sull'Etna, ma non solo, si bypassa l'innesto sul piede americano, conservando e tramandando le caratteristiche originarie del vitigno prefillossera. Attenzione, però: la pianta così formata potrebbe, quindi, in teoria, salvo la protezione "storicamente" assicurata dal terreno sui cui vive, essere soggetta a eventuali attacchi di fillossera. Una scelta, dunque, per cuori di vignaioli coraggiosi.

'unavolta';