testata
Sei nella sezione: Bere in Abruzzo/Strategia del ragno

commenta questo articolo

Quando in vigna vince la strategia del ragno


Durante il 1998 ed il 1999 sono state campionate le popolazioni di artropodi presenti sulla vite e sulla vegetazione spontanea circostante vigneti posti in tre località (...) al fine di accertare il ruolo delle siepi sul controllo naturale dei fitofagi di tali agroecosistemi.

Empoasca vitis Göthe e Zygina rhamni Ferrari sono cicaline infeudate alla vite e frequentano la vegetazione circostante i vigneti. Le mie osservazioni hanno evidenziato che oltre ad Empoasca vitis e Zygina rhamni, negli habitat da me considerati sono presenti anche: Ribautiana tenerrima (Herrich-Schaffer), Arboridia parvula (Boheman) ed una specie del genere Zygina.
Il fatto che alcuni vigneti con caratteristiche tradizionali (quali le siepi costituite anche da Rovo) manifestino comunità artropodi stabili lascia intendere che quelle stesse caratteristiche siano il frutto di una interazione tra ecosistema e sistema socioeconomico locale che ha portato nel tempo ad una stabilizzazione, né più né meno di quanto accade agli ecosistemi naturali, i quali naturalmente evolvono verso la stabilità. Il ruolo chiave del Rovo all’interno dell’agroecosistema vigneto viene confermato dalle osservazioni. Tutte le siepi di Rovo studiate hanno fatto registrare popolazioni di Ribautiana tenerrima, ospite alternativo di Anagrus atomus. R. tenerrima si riproduce su Rovo per un periodo che va da Marzo a Dicembre, costituendo una continua potenziale fonte del principale nemico naturale delle cicaline ampelofaghe (divoraviti, NdR), cioè A. atomus. R. tenerrima sverna allo stadio di uovo ed è fondamentale per il mantenimento di A. atomus nel vigneto, poiché questo parassitoide sverna all’interno di uova di cicaline.
La siepe di Rovo si propone come “biofabbrica naturale” del vigneto, nella quale ad inizio stagione (Maggio) A. atomus si produce in una specie di “autoallevamento massale” per poi disperdersi più efficacemente nei campi, dove controlla le popolazioni di fitofagi dannosi... Con l’approssimarsi della cattiva stagione (Novembre), il parassitoide torna sul Rovo, dove trova ospiti alternativi per lo svernamento.
La siepe di Rovo si è anche dimostrata in grado di sostenere popolazioni di altri artropodi utili quali Neurotteri Crisopidi, Coleotteri Coccinellidi, Acari Fitoseidi ed altri acari predatori. Un insetto di nuova introduzione come il Flatide Metcalfa pruinosa, temuto per le sue infestazioni ai danni della Vite, è rilevato a basse densità negli habitat oggetto di studio”.
Cari amici, scusate il disturbo... e soprattutto l’attacco del pezzo, da bocciatura immediata, su due piedi, in ogni scuola di giornalismo (LA NOTIZIA va messa all’inizio!! e vestita con glamour tale da attirare il lettore!!! altro che artropodi!!! E che sono poi??!!). Ma per parlare di biodiversità in vigna, senza dire troppe sciocchezze e cercando di farsi capire, il solo metodo è smettere di fare proclami, o di travestirsi da modaiole Giovanne d’Arco di questa o quella filosofia paraesoterica. Conviene ricordare invece – qui attingendo ad una tesi di laurea provvida, modesta nella forma quanto utile nella sostanza, e giustamente premiata a pieni voti, di un addottorato a Perugia, Luigi Ponti, cui va alta la nostra gratitudine, - che la biodiversità comincia, per chi vuol saperne-favorirne il mantenimento, o limitarne almeno l’erosione e il picconamento, molto prima di arrivare a riempirsi la bocca (e i filari) con la parola “autoctono” e con le scelte dei portainnesti (un classico esempio di riduzione drastica di biodiversità: forzosa, purtroppo). E che il processo inizia invece dalla coscienza dell’appartenenza del prezioso (e quanto costoso!) vigneto ad un ecosistema. Ben più ampio, ben più articolato, e di cui bisogna avere cura, memoria, rispetto, onde evitare o mitigare almeno le azioni drastiche tese a ridurre ulteriormente le quote di biodiversità rappresentate da specie minacciose o dannose per la vigna, ma che poi coinvolgono nella strage da farmaci tutto quel che capita sotto, inquinando terreni, acque e... vini, e riproponendo così, per giunta, in futuro il problema in maniera sempre più drammatica (e bisognosa di interventi ancor più aggressivi e stragisti). Insomma: la vera tutela della biodiversità in vigna non parte da scelte tanto ambiziose quanto mediatiche, da strombazzare ai quattro venti ma, molto umilmente, dal Rovo (con la maiuscola, già: come nella tesi) e dal Ragno (gli atropodi cioè, che poi altro non sono).
Portateci rovi e ragnetti buoni, please, amici produttori. E poi, solo poi, la foto a colori dell’agronomo & dell’enologo di grido, o dell’ultima costosa diavoleria che avete innestato in cantina. E che vorreste, un po’ troppo spesso, far pagare a noi... 
Ciò detto, entriamo ora, con la coscienza più serena, in mezzo alla vigna. E non una qualsiasi. La nostra. Quella d’Abruzzo. Per tirare un paio di righe di demarcazione.
La prima, fin banale, è quella delle selezioni del cosa piantare-reimpiantare-sostituire. Cosa compro da chi e perché, insomma. E quanto pago poi, però, in termini di varietà, ricchezza, complessità, futuro, la semplificazione (redditizia certo a breve e medio, e soprattutto a brevissimo, cioè dal quel terzo anno in cui moltissimi cominciano già a produrre vino dal frutto di piante che avrebbero bisogno di almeno il doppio di tempo per esprimersi) consistente nell’adozione di quei due-tre cloni consigliati/imposti dal Solone di turno.
Don’t forget, my friends, non dimenticate amici, che quegli stessi Soloni (cioè, quelli che si chiamavano Soloni allora, e avevano ottimi motivi, apparentemente, per fare quello che facevano) hanno invaso a suo tempo la regione di Trebbianaccio da distillazione obbligatoria, e/o “sòla” organizzata, solitamente a mezzo coop, quando c’erano in ballo contributi per questo & per quello, da questo & da quello.
Ora che, come preconizzava Bob Dylan, the times sono belli che changed, chi si sognerebbe più di mettere in terra quella roba? Eppure, con altrettanto entusiasmo di chi all’epoca si mise in casa (leggi: vigna) il “mister 400 quintali” (a ettaro), oggi ci si carica di nuovi portentosi cloni numerati, addestrati ovviamente ad altri tipi di attack, saltando con disinvoltura assoluta tanto la fase di una seria investigazione ampelografica zonale, di una selezione massale allargata a più soggetti produttivi da un Consorzio intelligente, che quella della storicizzazione e preservazione delle famiglie presenti e della loro varietà per ogni uva autoctona, in campi speciali cui, al bisogno, attingere, e su cui controllare l’esito e il procedere delle ibridazioni spontanee.
La seconda linea di confine, ancor più banale (ma anche l’unica che tutti sembrano voler prendere in considerazione quando hanno davanti un microfono, una telecamera, un registratore, una penna che scrive: un amplificatore qualsiasi, cioè, del loro pensiero) è la scelta di che razza di uve avere, e dove.
Il mantenimento più grossier della biodiversità, quello “tanto al chilo”, ma da cui proprio per questo non si dovrebbe neanche immaginare di prescindere, è poter continuare a dire: l’Abruzzo è il posto del Montepulciano d’Abruzzo (e qui non ci piove: o magari sì??); e sarebbe anche il posto di un certo Trebbiano, solo che vai a capire dov’è e chi ce l’ha, salvo qualcuno di cui si sa con certezza; si può tentare poi di farlo ri-diventare anche il posto del Pecorino (se vale la pena, e soprattutto se non si cerca di farne una caricatura dei vitigni a bacca bianca da ingrasso, come il maiale di una volta, che esistono ormai ovunque, e dove alla fine dei giochi sono comunque disidratazione forzata, concentrazione, surmaturazione, più lieviti speciali, a fare i giochi). Di recente una degustazione partecipata da produttori intelligenti e fatta in una storica enoteca di Pescara ha messo insieme 12 esemplari nostrani, più un “ospite” dalle Marche vicine; la grandissima maggioranza dei prodotti esprimeva però un’ansia accrescitiva, di dimensione, spessore e concentrazione che, se applicata al vitigno in questione, può produrre effetti involontariamente umoristici. Attenzione amici: un Pecorino “gonfiato” diventa ipso facto un Pecorone. Forse una chanche può esistere anche per il Montonico (se, anche qui, non si sceglie subito di castrarlo, cioè di cancellare l’eredità naturale di acidità, invece di lavorare per “accoglierla” in un nido adeguato di aromaticità e fruttati). Qualcuno sta infine operando anche sulla Cococciola; ma è prestino per dirne qualcosa.
Conclusioni generali (e non mie): “Tutti i Paesi dovrebbero aumentare le zone protette. In Italia esse rappresentano il 10 per cento del territorio, invece dovrebbero arrivare almeno al 50 per cento in ogni Paese. Ed è necessario sensibilizzare i governi, le università, le imprese private, gli stessi consumatori per spostare la questione biodiversità dall’ambito scientifico, tecnico e magari anche culturale nel quale è stata confinata all’ambito umanistico, etico e filosofico che più le compete” (Renato Massa, luminare di Biologia Animale, intervista al Giornale di Vicenza sulla perdita annuale di specie vegetali).
Da questo punto di vista, l’Abruzzo parte serissimamente avvantaggiato. è “Regione Verde d’Europa”, Arve, come saggiamente era stato ribattezzato alcuni anni fa da amministratori per una volta anticipatori, e attenti a far coincidere nomi, fatti, programmi. Salvo poi, nel periodo di mezzo, e fino a pochissimo fa, veder ribaltate le tavole e affidata a suon di dollaroni l’immagine della Regione con più parchi di tutti (e opportunità di turismo ecosostenibile incredibili) ad un professionista della moto... Il concetto Arve (attenzione: non la “parchizzazione” forzosa di ciò che non è parchizzabile, ma l’intelligente traduzione nel vigneto Abruzzo della metodologia della salvaguardia del meglio e della caratterizzazione, forte e percepibile, in senso ecocompatibile dell’eno-prodotto regionale) andrebbe dialetticamente considerato anche in vigna. Per stare in linea con il resto. Per avvantaggiarsi del “carburante” pulito dell’immagine della Regione e restituire a quest’ultima prestigio, richiamo, energie con il suo indiscusso valore aggiunto. è una scommessa interessante, non vi pare? Che - chi scrive lo vuol credere fortemente - l’affacciarsi proprio in questi tempi di una nuova generazione di produttori, il “ricambio” per alcuni, o il saggio, splendido lavoro di affiancamento e compenetrazione dei saperi nelle rare aziende in cui tutto questo è da sempre realtà fondante, rende meno difficile da vincere. Tenendo a mente però (ricordate Bertolucci?) che tutto inizia non da un premio in più o uno in meno: ma dalla strategia del ragno...

'ragno';