testata
Sei nella sezione: Bere in Abruzzo/Montepulciano d'Abruzzo in California

commenta questo articolo

Montepulciano d’Abruzzo in California


Prima che il successo, e il relativo boom del business, baciasse in fronte i produttori californiani, prima che i vari Screamin' Eagle, Russian River e Private Reserve dei boss di Napa e dintorni entrassero nella hit parade dei grandi del mondo, il vino, qui, era proprio affare di pochi.

E sapeva di Europa e, anche, d’Italia. Ovvio che le uve siano arrivate qui via mare. Portate da immigrati. Svariati dei quali partiti da regioni dello Stivale con nella sacca (o più tardi nella valigia di cartone), anche qualche barbatella, incapaci di rinunciare alla possibilità di vinificare uve proprie anche nella Terra Promessa verso la quale stavano migrando.
La prima ondata massiccia è databile tra il 1860 e il 1910. Allora le prime varietà, tutte “alloctone” per il nuovo suolo ospite, e alcune autoctone delle nostre regioni, sono sbarcate qui.
Da allora, chiaramente, ai vecchi ceppi (svariati dei quali nel frattempo persi o spiantati), si sono aggiunte nuove varietà e nuovi cloni delle vecchie, approdati con due sistemi: il primo, l’importazione ufficiale da vivai “riconosciuti” praticato da nuovi produttori professionisti spuntati come funghi in California; il secondo, di nuovo la barbatella in valigia, trasportata in incognito da oriundi per lo più con parenti e basi in Italia.

Come sia, negli ultimi anni, e malgrado il perdurante strapotere di Merlot, Cabernet, Chardonnay, la varietà e presenza quantitativa di ceppi italiani è in forte crescita.
Merito, ovviamente, dell’interesse e della fetta di mercato conquistata quaggiù dal nuovo trend di qualità delle bottiglie made in Italy.

Date un’occhiata alle tabelle (aggiornate al 2000, ma il movimento continua anche nel 2001, secondo i rilevatori). E sarà facile rendersene conto.
Come è facile dedurre dagli elenchi, i vitigni che hanno maggior presa qui non sono sempre quelli che “tirano” di più in Italia. E c’è, in più, almeno un nome che da noi non esiste: lo Charbono, in realtà un fratello spurio del Dolcetto, che potrebbe perfino confluire con il medesimo in un unico totale.

Alcune curiosità, e ulteriori segnali.

La Fontana di Vita, azienda di Calistoga munita di forte fede e ambizioni, ha deciso di ingaggiare accanto al tecnico americano Jim Moore (la legge Usa, alla faccia del liberismo, prevede che se tu ingaggi uno straniero per fare un lavoro, dalle troupe di cinema all’enologia, devi “doppiarlo” con una corrispondente figura professionale americana, anche se poi usi solo lo stranger e l’altro sta a casa e riceve i soldi per posta), il notissimo enologo, e winemaker piemontese Beppe Caviola, “mago” del Dolcetto e bravissimo anche con la Barbera. Il risultato della collaborazione è The Bricco del Cielo Super-Piedmont Blend (sic!) fresco di sbarco sul mercato (agosto) a una trentina di dollari a bottiglia.
Altre aziende puntano in maniera ampia sul pack italiano. Tra i più grandi e bravi, la Montevina di Jeffrey Meyers. Coltiva, ed etichetta, Aglianico, Aleatico, Barbera, Freisa, Nebbiolo (Rosato!), Pinot Grigio, Refosco, Sangiovese e Teroldego, una delle new entry qui.
E tra gli “italianisti” c’è anche un bel po’ di nomi noti sulla scena internazionale. Tra i marchi già famosi ora impegnati sul fronte “all’italiana” ci sono infatti Atlas Peak, Mondavi (col brand La Famiglia) e Silverado.
Di recente poi, attorno ai produttori “filo-italiani” si è costituito un consorzio. Il Cal-Italia raggruppa un bel po’ di aziende, fornisce (e raccoglie) informazioni su tutti i vini made in California da varietà italiane o in cui esse contribuiscano al blend, e fa da banca dati sui vitigni di origine nostrana coltivati da quelle parti.
E del Cal-Italia fa parte anche il nostro uomo.

Il Montepulciano vestito da Sangiovese.

L’azienda si chiama Monte Volpe. Lui Gregory Graziano, detto Greg. Suo nonno Vincenzo, con la moglie Angela, origini campane, è stato tra i primi a metter su vigneto all’italiana a Mendocino, nel 1918. Coltivava e vendeva uve. Ma già alla fine del 1920 Vincenzo, oltre a vendere uve a winemakers dell’Est, produceva di straforo vino, per arrotondare il reddito familiare.
Nel ‘40, dopo il Proibizionismo e la grande Depressione, Vincenzo insieme ad altri vignaioli locali, fonda la Mendocino Vineyards Winery, più tardi fusa con la “storica” (per la zona) Cresta Blanca Winery di Ukiah.
La famiglia ha da allora continuato senza interruzione a produrre. E Greg, succeduto al papà Joseph, è oggi il capo azienda.
Quest’ultima si articola su una superficie vitata sparsa nelle aree di Anderson, Redwood e Potter Valley. Anderson è ritenuta ideale, per il suo clima più fresco e le buone escursioni termiche, per la produzione di Pinot Nero. Cui Greg applica criteri “borgognotti”: fermentazione lunga in barrique (sempre nuove e francesi), svolgimento totale della malolattica (idem anche per i bianchi) e pratica del “salasso” al 10%.
Malgrado l’amore e il buon successo ottenuto con le varietà di Borgogna, un bel pezzo della Monte Volpe è imperniato però sui vitigni italiani.
Il focus, a detta dello stesso Greg, sono le varietà rosse classiche toscane (Sangiovese, cioè) e piemontesi, e i vitigni bianchi di origine friulana.
Per loro è stata creata una sezione speciale in azienda, ribattezzata Enotria. E l’obiettivo dichiarato è “stare aggrappati alle radici che fanno di queste uve delle cose uniche”.
Uve, si badi bene, tutte discendenti di quelle importate a suo tempo dal nonno di Greg. Adattatesi - secondo Graziano - in modo assolutamente soddisfacente nell’area di Mendocino. E poi eventualmente ri-mixate con barbatelle d’importazione “amicale” da produttori italiani amici: quel tipo di export in valigia che Lucio Gomiero, vignaiolo collaudato e “re” del radicchio solidamente trapiantato in California, chiama scherzosamente “Samsonite Express”.

Ma andiamo a guardare più da vicino uno dei rossi di punta del nostro uomo. E’ etichettato semplicemente Sangiovese. Greg lo descrive “pieno, robusto, di buona acidità e di soddisfacente contenuto tannico, mai soverchiante però”.  
Ebbene: il Sangiovese suddetto è, come capita spesso da queste parti, in realtà un blend. Il vitigno toscano arriva da un cru aziendale detto Lowell Stone. Poi c’è un po’ di Barbera. E infine...
Eccolo là, il grande assente nella lista dei vitigni ufficialmente censiti da Cal-Italia: Montepulciano d’Abruzzo. Che sostiene con la sua spalla e le sue caratteristiche peculiari il rosso di punta di casa Graziano.
Quest’ultimo lo produce da un vigneto “su terreni sassosi - racconta - piuttosto sciolti, esposizione sud-ovest, caratterizzato da giornate luminose e calde, e notti decisamente fresche”. Lo vendemmia in genere tra la seconda e la terza settimana di ottobre. Ma (ed è questo il più grosso pensiero che il benamato MP gli dà), se l’annata è appena un po’ fredda, per via delle notti “severe” in zona, la maturazione perfetta tarda ancora un po’. E non è inusuale per lui dover vendemmiare ai primi di novembre. Due settimane di fermentazione, con rimontaggi e follature due volte al giorno, in inox, poi legni francesi. Dopo 18 mesi, per l’assemblaggio, chiarifica con albume, filtraggio molto leggero, e infine bottiglia.
A cose fatte, Greg parla di “colore cupo, riflessi porpora, profumi e sapori prevalenti di ribes maturo, more e ciliegia nera”. Parla ancora di “vino molto bilanciato, in crescita decisa se si ha la pazienza di aspettarlo, anche se è abbastanza piacevole già al momento dell’uscita”. Ciò che gli piace dell’apporto del Montepulciano è soprattutto la fragranza. E lo avvince letteralmente il colore.  

Non esiste, per ora, prospettiva immediata di avere un Montepulciano di Mendocino in purezza. Graziano ne ha troppo poco. E poi, confessa, gli serve il taglio di Sangiovese, che oltre ad essere un buon fornitore di acidità, tannini, maggior freschezza, ha un nome che vende bene.
Quanto al blend, dice di essere arrivato “by himself”, da solo, alla ricetta, senza ispirarsi ai vari toscani che, ben prima dell’allargamento ai migliorativi del disciplinare del Chianti, come sanno bene numerosi produttori e coop abruzzesi, già si comportavano come lui. Lui, Graziano, conosce i vini dell’Abruzzo, Valentini in testa. Ed è anche per questo che ha scommesso sul Montepulciano. Non molto tempo fa si è fatto portare dall’Italia altri tralci (sempre Samsonite Express, verosimilmente) e si intuisce che anche per questo per ora al vitigno, che pure adora, non fa grandissimo battage.
Graziano non esclude ampliamenti dell’area dedicata, però. E il futuro potrebbe portare in questo senso ad una svolta. Di certo, le vinificazioni in purezza, pur aromaticamente - secondo il produttore - meno seducenti del blend completo, sono “molto interessanti”.
Tanto che altri produttori di area si sono incuriositi. E chissà che sul filo di lana non sia qualcun altro a “bruciare” nella corsa il nipote del vecchio, benemerito Vincenzo, che tra una Barbera e un Sangiovese da Chianti aveva, a suo tempo, infilato in valigia anche barbatelle di quell’uva “muscled”, muscolosa, pescata in una piccola, e allora semi incognita, enologicamente parlando, regione del Centroitalia.

Post scriptum

Per la cronaca e le statistiche: il Sangiovese “al Montepulciano” di Graziano viene prodotto in circa 1.800 casse annue. L’alcol è in media sul 13,5°. L’ultima annata aveva acidità totale 70, ph a 3,40 e 0,4 di zucchero residuo.
Viene messo in commercio a 16 dollari franco cantina e va, in genere, presto esaurito. Su richiesta, e per “prova” (ma più che altro per uno stimolante confronto), Graziano è pronto a spedirne qualche bottiglia-test in Italia. Chi è interessato, può naturalmente farsi avanti...

'montepulciano_california';