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Il brutto anatroccolo


Il caso Trebbiano d’Abruzzo

Cominciamo dalla fine. Cioè dall’ultima notizia. Che è importante, perché riguarda il futuro. L’azienda si chiama Valle Reale. L’ubicazione è in quella fetta di territorio a cavallo tra la provincia dell’Aquila e quella di Pescara dove vino si fa da sempre.

lavorano un paio di produttori come Filomusi Guelfi e Zaccagnini, entro la cui superficie vitata esistono, si sa, cru magari di limitata superficie, ma di grande interesse. E dove, poco più in là, inizia il terroir maltrattato e oggi un po’ indistinto della Valle Peligna. L’azienda ha al momento un po’ meno di venticinque ettari vitati, per la stragrande parte di freschissimo impianto, e dunque non ancora in produzione. In filiera, per ora, ce ne sono sette. Vigna vecchia, qualche decennio d’età, tendone rimodellato da recenti interventi drastici sulla massa fogliare e i capi a frutto per ridurne la produttività troppo esasperata in passato, i sette sono tutti a Montepulciano.
L’azienda è doppiamente interessante, perché è, per così dire, laica, nei confronti del tema Abruzzo-vino. I titolari sono imprenditori veronesi. Hanno lavorato a lungo, e lavorano, nell’alimentare (carne bovina e allevamento ittico, attività che li ha portati a sbarcare in zona, a Bussi e Popoli), ma per loro il vino è un’avventura che inizia da questa esperienza abruzzese. Dunque, non hanno reverenze, non avendo in proposito tradizioni. Solo, invece, ambizioni. Tanto che hanno già prefissato l’obiettivo di sviluppo aziendale (settanta ettari vitati in tre anni e la costruzione di una cantina modello, interrata, razionale e dotata).
Ebbene, settanta ettari non sono pochissimi. Ma, a parte qualche filare sperimentale (di quelli però ce ne saranno di almeno un’altra dozzina di uve), Valle Reale non prevede di lavorare e imbottigliare nemmeno un chicco di Trebbiano. Neanche, come si dice in gergo, per “fare gamma”. I vini saranno due: un Montepulciano base e (per ora, ma non è detto che strada facendo, con il tempo, le vendemmie e le prove,  non ne spunti qualcun altro), un Montepulciano cru, il San Calisto. Del “brutto anatroccolo”, dunque, si occupi chi vuole. A questi ennesimi “cavalieri bianchi” venuti a investire qui, gli ultimi in ordine di tempo, ma non certo gli ultimi in assoluto, l’Abruzzo da vino pare solo rosso...
Brutto anatroccolo, già. Del resto, la fama del Trebbiano è quella che è...
Jancis Robinson, inglese, una delle scrittrici di vino e di vigna più note al mondo (suo il fantastico, imprescindibile The Oxford Companion to Wine) dedica in Guida ai vitigni del mondo tre colonnine al Trebbiano, ai suoi gemelli, ai suoi derivati. E sono tre colonne di gelidi e molto anglosassoni improperi.                   
Ecco, in estratto (molto in estratto), alcune delle cos(acc)e che scrive:
“è il nome più comune del mediocre francese Ugni Blanc in Italia, dove è l’uva bianca di gran lunga più coltivata... Indica quasi sempre un vino bian­co leggero, acidulo e poco seducente...  Varietà a bacca dorata, quasi ambrata, è così prolifica e diffusa sia in Francia sia in Italia... che probabilmente produce più vino di ogni al­tra varietà al mondo, anche se [altri vitigni] coprono una su­perficie vitata maggiore. In Italia il Trebbiano, nelle sue tante varietà, occupa una superficie... su­periore anche al Sangiovese. è citato nel disciplinare di più Doc di ogni altra varietà (circa 80) e fornisce forse oltre un terzo dell’intera produzione italiana di bianchi a Doc.
In Francia, dove giunse... nel secolo XIV ... l’Ugni Blanc viene utilizzato principalmente come vi­no base per il Brandy, il che la dice lunga sul carattere del vino... Come tanti vini di grande produzione, ha poco estratto, poco carattere, grado alcolico relativamente basso e un’utile acidità elevata. La vite, eccezionalmente vigorosa, germoglia tardi, il che la mette al riparo dai danni delle gelate pri­maverili, e ha rese naturali elevate... nor­malmente 150 q.li per ettaro. È poco soggetta a oidio e mar­ciume... Dato che matura relativamente tardi, spesso a ottobre in al­cune regioni italiane, ha un limite geografico naturale di coltivazione, ma... in [alcune] zone... viene semplicemente vendemmiata prima di arrivare a piena maturità, come in Italia meridionale, per esal­tarne l’acidità...
...Il Trebbiano To­scano e il Trebbiano Giallo maturano un po’ prima di altre. Oggi il Trebbiano è coltivato in tutta Italia (salvo zone fredde del Nord)...
...Probabilmente la maggior parte dei bianchi di base del paese contiene al­meno una percentuale di quest’uva, se non altro per aumentare l’acidità e la quantità. La sua roccaforte è comunque l’Italia centrale. Il Trebbiano Toscano, con quasi 60.000 ettari, nel 1990 era la terza varietà italiana per superficie vitata, mentre c’erano oltre 20.000 ettari di Trebbiano Romagnolo, quasi 12.000 di Trebbiano d’Abruzzo, 5.000 di Trebbiano Giallo e oltre 2.000 di Trebbiano di Soave...
...Ci si può fare un’idea della sua ubiquità elencando parte dei vini in cui è presente: Verdicchio, Orvieto, Frascati, il Soave da Trebbiano di Soave e il Lugana da Trebbia­no di Lugana. Le varietà hanno avuto a disposizione molti secoli per ambientarsi alle condizioni locali. In Umbria è chiamata Procanico, che secondo alcuni agronomi è una varietà superiore, a bacche più piccole... ... In pratica solo le regioni nordorientali d’Italia... sono immu­ni da questa zavorra anonima.
L’influsso malefico del Trebbiano si è fatto sentire so­prattutto in Toscana centrale... quando il vitigno era tanto diffuso che il di­sciplinare del Chianti e poi del Nobile di Mon­tepulciano ne decretò l’inclusione... annacquando le qualità... e dan­neggiando la reputazione...
Col nome di Thalia, il vitigno è riuscito a insi­nuarsi perfino nelle vigne del nazionalistico Porto­gallo, è assai diffuso in Bulgaria e in alcune zone della Grecia e della Russia... In Argen­tina a fine anni Ottanta c’erano oltre 4.000 ettari di Ugni Blanc, oltre a estesi impianti in Bra­sile e Uruguay...
Ma l’influenza del Trebbiano-Ugni Blanc è destinata a ri­dursi, in quanto i consumatori vanno sempre più alla ricerca degli aromi del vino”.
Può bastare? E si può dar torto a chi, leggendo questo variopinto florilegio di contumelie, decida di bandire il Trebbiano dai programmi della sua ben costruita repubblica enologica?

E se questo è lo sguardo che viene da lontano, non è granché più accomodante quello, altrettanto attento e qualificato, degli scrittori di casa. Esempio: i ben noti Antonio Calò, Attilio Scienza, Angelo Costacurta, nei Vitigni d’Italia, concordano e ribadiscono (pur senza il corredo di un’articolazione così spietata e negativa) su tutti i punti, diciamo così, qualificanti: produttività, acidità, scarso patrimonio aromatico. Ma...
I “ma” sono due. E sono intriganti.
Il primo “ma” è che il trio di studiosi italiani affronta separatamente, uno per uno, i più importanti e diffusi tipi di Trebbiano esistenti in Italia. E prova a caratterizzarli singolarmente.
Riportando, a latere, anche tutti i loro sinonimi. Le uve, cioè, che di fatto corrispondono al fenotipo di Trebbiano locale. Ecco allora differenze piuttosto marcate venire alla luce. E la scoperta finale: a definire per Trebbiano quello che Robinson e la maggior parte degli autori intendono, è “un” Trebbiano in particolare: quello toscano. Quello che nello sterminato elenco di sinonimi vanta (?) tra l’altro cose come: Biancame, Trebbianone, Trebbianello, Falanchina, Coda di volpe, Passerina, Uva bianca (tout court), e in Francia si chiama Cadillac, Clairette ronde, Rossan de Nice, e poi la Thalia citata da Robinson, e ancora Bragunha, Douradina etc. in giro per il mondo. Questo è il vitigno di cui, recisi, i nostri tre scrivono, con inappellabile sentenza di condanna: “...fornisce un vino non molto profumato, abbastanza alcolico, di sapore neutro. è consigliabile la vinificazione con altri vitigni, quali Malvasia, Canaiolo bianco, Verdicchio, Vernaccia di San Gimignano, che migliorano notevolmente la qualità del vino, apportando aroma e finezza”.

Ora, la domanda è: se questo è il Trebbiano toscano, di cui è comunque certa la presenza massiccia anche in Abruzzo, il Trebbiano d’Abruzzo può essere un’altra cosa? O no?          
Prima di rispondere, aiutiamoci con il secondo, preannunciato “ma”. Per il quale dobbiamo rivolgerci, guarda un po’, ancora a Robinson. Che di passata, nel suo j’accuse sopra largamente citato, scrive anche, quasi fosse un inciso:  
“Il Trebbiano più interessante d’Italia, il Trebbiano d’A­bruzzo di Edoardo Valentini, probabilmente non è prodotto af­fatto con Trebbiano ma con Bombino Bianco. A ogni modo, negli anni Ottanta si è verificato un netto incre­mento degli impianti di una varietà conosciuta come Trebbiano d’Abruzzo”.
Due notizie, dunque. Una: il Trebbiano fuori dal coro, così diverso e buono da essere attribuito in qualità al cento per cento al suo autore (e zero per cento al vitigno, o giù di lì) nell’immaginario collettivo, “forse” è un’altra cosa. Di certo non è Trebbiano toscano, insomma. Ma cosa sia esattamente, neanche l’informatissima, bravissima Robinson si avventura a dirlo. La seconda: esiste, per Robinson, un Trebbiano d’Abruzzo, che è comunque cosa altra, e che è di recente affermazione rispetto al resto della massa indistinta e mediocre analizzata con blanda ferocia nella sua disamina.
Ma che diavolo è, questo Trebbiano d’Abruzzo, allora? Da dove sbuca? Non è il giallo di Frascati. E neppure il romagnolo (detto anche “della fiamma”), che pure è uno dei più anticamente catalogati (1300)  e di probabilissima provenienza orientale. Mentre almeno il Trebbiano Spoletino, pure sviscerato e catalogato in Vitigni d’Italia, tra i sinonimi annovera un “Trebbiano di Avezzano”, che di Abruzzo cita un pezzettino. Ma siamo ancora nel vago. E allora?
E allora, prendiamoci un momento, per aiutarci a capire, e andiamo, intanto, a vedere alla voce Bombino (tirato in ballo da Robinson) cosa raccontano Scienza e soci.
Ecco i dati. Germoglia tardi (come il Trebbiano che conosciamo); fiorisce tardi; ma matura un po’ prima. Resiste alle brinate, resiste (come l’altro), alle principali malattie ma, più dell’altro, anche alla peronospora. Ancora: l’uva “si conserva con facilità sulla pianta”. Si presta cioè di suo a maturazioni più prolungate, con rischi non altissimi, e a vendemmie portate un po’ più avanti. E ha “un delicato profumo”. Poi, i sinonimi. Bonvino, Zapponara bianca, e poi però (eccoci qua!) Campolese Camplese, Campolese chiuso, Campolese scinciaro, Trebbiano campolese, Trebbiano di Teramo, Trebbiano dorato di Teramo, e Trebbiano d’Abruzzo... Ma guarda un po’, alle volte...
Della leggenda dell’uva di Campli, uva bella e perduta dopo la fillossera, tutti coloro che di vino si sono un po’ interessati in Abruzzo, sanno. Come delle miniere di re Salomone o delle città d’oro quelli che hanno letto Corto Maltese... Dove sia Teramo, ognun lo sa. Quel che resta un po’ indigesto da capire, è il perché, nell’elenco dei posti in cui il Bombino viene coltivato, compaiano nel trattato: “Bari, Lecce, Avellino, Foggia, Ascoli, Macerata, Ancona (toh, le zone da Verdicchio...), fino nel Lazio”. E l’Abruzzo? Così presente nei toponimi-sinonimi del Bombino, dove diavolo è finito?

Proviamo allora a ragionare un po’. A fantasticare...
Prima notazione. Esiste probabilmente un’uva - qui Robinson e gli altri paiono concordare - che non è il Trebbiano pessimo, stigmatizzato più su a ragione, e che forse in Abruzzo si chiama (o si è chiamata), anch’essa Trebbiano. Con tanto di appellativi d’origine ante litteram appiccicati addosso. Quest’uva, anche quando presente, nell’era moderna della viticoltura, quella che ha preceduto e in parte ancora si prolunga nell’ultimissima, quella del vino di qualità e di alto prezzo, grazie alla sua comunque accomodante propensione a produrre, è stata destinata quasi sempre a far massa, come gli altri Trebbiano. E si è guadagnata, come gli altri, grazie alla sua prolificità indistinta e alle sue buone doti di resistenza ai malanni, i soprannomi di “Pagadebìt, Schiacciadebiti, Butta pezzente, Straccia cambiale”. Tutta roba che, è facile capire, non risale al Trecento, né ai tempi delle migrazioni delle uve dal Caucaso. Ma ai tempi delle cantine sociali, le autobotti, e il quintale svenduto con un sospiro di sollievo.                         
Seconda notazione. Esiste un vino, universalmente riconosciuto come grande, capace di invecchiamento in miglioramento straordinario anche per i grandi bianchi del mondo che è fatto (forse) con quest’uva che (forse) è Trebbiano, (forse no), ma che veniva comunque chiamata: Camplese, Trebbiano di Teramo, Trebbiano d’Abruzzo. Ma esistono anche altri Trebbiano fatti in Abruzzo con analoga filosofia (pur se con altri, totalmente difformi metodi in vigna e cantina), e quasi certamente non con la stessa, identica uva di cui sopra, ma che attingono qualità percepita, una certa longevità e, in alcuni piccoli ma significativi punti, somiglianze intriganti con il modello di cui sopra.

Permetteteci, a questo punto, di saltare apparentemente di palo in frasca, anzi, di tralcio in bicchiere, per sottoporvi per gentile concessione dell’interessato, due schede di degustazione compilate da uno dei più sensibili e bravi e, insieme, dei più personali e “indipendenti” da ogni filone e corrente, che ci siano in Italia, Sandro Sangiorgi. Le due schede sono apparse su un numero del suo Porthos:  

Trebbiano d’Abruzzo 1997 Marina Cvetic
Masciarelli San Martino sulla Marrucina
Colore molto intenso.
Naso stimolante, subito il sentore del rovere attaccato ad una bella nocciola cruda che con il legno non c’entra nulla;
poi ampiezza floreale, mineralità e una confortante persistenza a fronte di una non grande varietà, ma questo è Trebbiano.
In bocca grande freschezza, eleganza, buona progressione e finale di notevole personalità.
Ad alcuni è parso ottimo, ma non troppo coinvolgente.
Nota positiva: la prima vera alternativa a Valentini si conferma di grande solidità e sta maturando una probabile grande complessità.
Nota negativa: il prezzo, ancora equilibrato, rischia nelle prossime annate di apparire poco centrato.

Trebbiano d’Abruzzo 1997
Valentini Loreto Aprutino
Colore paglierino intenso con evidente nota verde e una incerta limpidezza.
Naso caratteriale, all’inizio, come sempre, più difficile e rustico con un tono quasi carnoso; col passare dei minuti il vino si apre rivelando note di erbe, di nocciola cruda, di terra fresca in un compendio ampio, omogeneo e dal grande potenziale di complessità.
In bocca la presenza del corpo non è pressante ma piuttosto ha un valore spirituale e per questo unico ed eccezionale: la persistenza, la grande corrispondenza con gli aromi donano la stessa unità di sensazione del naso; il finale è in crescendo.
In positivo: la personalità, la sintonia con il territorio, lo rendono difficile da imitare.
In negativo:  la leggera presenza di carbonica nell’impatto, il tono rustico dell’odore, possono spiazzare chi non lo conosce.

Tutto questo per passare di filato alla
terza notazione. Questa del tutto personale, di chi scrive, appoggiata su un’esperienza di degustazione che (ahimè) si sta facendo piuttosto lunga, e che ha incluso, per affettuosa attenzione, tanti, tantissimi vini d’Abruzzo. Ed è questa. Durante questo percorso c’è stato anche un certo numero di buoni Trebbiano (e non si parla qui dei due recensiti sopra, e men che mai delle pazzesche esperienze fatte con vecchie annate di Valentini, non paragonabili assolutamente a null’altro, non foss’altro perché nessuno può mettere in campo tanta comprovata profondità, ma di altri nomi, un mazzo tra nuovi e vecchi, dai Pepe e Nicodemi alla fattoria La Valentina, a Marramiero).
Assolutamente presentabili, quelle bottiglie, nel contesto generale dei bianchi italiani, svariate. Alcune poi di speciale interesse.
Quei Trebbiano appartenevano però a due distinte categorie e... mezzo. La prima: i Trebbiano ben fatti, enologicamente curati e corretti, con dietro però quella mezza coscienza di inferiorità strutturale, congenita, che portava a “lavorarli” assai in cantina, e a innestare il più delle volte quella piccola iniezione di altre uve (soprattutto aromatiche, ma spessisimo anche Chardonnay), di cui parlano Scienza e soci. La seconda: rarissimi Trebbiano-scommessa, pensati e progettati per essere più solidi, frutto di rarefazione ragionata in vigna, di progetto di vino fatto anche per durare, per “dimostrare” qualcosa (va ammesso però che in questo settore i fallimenti sono più numerosi dei successi). Tra queste due categorie, ma specie sulla prima, si può induttivamente affermare che navighi la considerazione-percezione della Robinson sulla “diffusione dei Trebbiano d’Abruzzo” negli anni Ottanta e dopo. Si sarebbe tentati di pensare che a diffondersi, più che un nuovo-vecchio vitigno, sia stata più generalmente una nuova coscienza. Che ha avuto come postulati la scelta un po’ più ragionata dei cloni e delle selezioni aziendali nel reimpianto, frequente in quest’ultima tranche di storia, o nel nuovo impianto di vigneti, insieme alla scelta di location sicuramente più dignitose, appropriate e ragionate, il miglioramento quasi generalizzato delle cantine, la dialettica tra vinificatori locali e  tecnici “laici” importati, la diminuzione in molte aziende delle rese e la proporzionale crescita delle ambizioni (in qualche caso sopravanzata purtroppo da quella troppo frettolosa e marcata dei prezzi).   
La... mezza categoria finale, è quella dei Trebbiano buoni per caso. Nati in un modo, venuti su in un altro, frutto di contingenza più che di programmazione e ragionamento, trovati buoni già... adulti, agée, e non replicati, perché mai le circostanze si sono di nuovo seriate, in quel campo, in quella cantina, nello stesso provvido modo.

Ciò detto, si impongono le conclusioni. Che, cioè, esiste un Trebbiano d’Abruzzo. Che questo, diciamo così, largo fenotipo non ha un genotipo accertato e pienamente identificato. Che in esso si sommano comunque quelle radici ampelografiche (indubbiamente esistenti) che siamo andati a cercare scavando negli appositi tomi (e che ebbero probabilmente la loro grande chance di riattualizzazione piena quando Valentini offrì, molti anni fa, le sue marze di Trebbiano, diciamo così, originario, ad altri vinificatori abruzzesi, e un bel po’ di loro sdegnosamente rifiutò, ritenendo l’offerta una sorta di cavallo di Troia al servizio di un, incomprensibile peraltro, progetto di colonizzazione), la normale variabilità delle uve nel tempo e nel loro percorso biologico e genetico, e il progressivo riadattamento e selezione dell’esistente al territorio abruzzese da vino, a sua volta parzialmente riclassificato (processo questo attualmente in pieno corso d’opera). Che esistono, poi, indizi forti, e sufficienti prove in bottiglia, che questo Trebbiano sia diverso e migliore del mazzo accomunato dall’anatema degli studiosi di settore. Che esso, quindi, può rappresentare un unicum. E che, se non si può dare in fondo torto a chi sbarca ex novo qui, ed evita di infilarsi in un’impresa sulla carta così faticosa, a giudicare almeno da quello che è scritto nei testi e dal non molto che la realtà loro contrappone, sarebbe invece una auto-mutilazione se i vinificatori abruzzesi di appartenenza e di nuova e vecchia tradizione compissero la stessa rinuncia.
E infine, a monito e sprone per tutti, può valere la frase, giustamente orgogliosa, lasciata a verbale da un altro grande, grandissimo del vino: “In fondo, non ci sono cattivi vitigni. Ma ci sono troppi cattivi vinificatori”. Firmato, André Tchelitcheff. E scusate se è poco... 

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