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Il vino sull'altare


Bianco o rosso, per cominciare? Rosso, vien da rispondere, memori di quel "Ecco il mio sangue" domenicale e delle feste comandate che, in un paese d'involucro cattolico come l'Italia, ha scandito per molti almeno il periodo della vita in famiglia, da bambini

E invece - prima sorpresa – no. Quasi sempre bianco. Tanto, calice e patena (il piattino che lo copre) sono di regola di metallo, dunque non trasparenti. Mentre trasparirebbero, eccome!, eventuali patacche scarlatte sui candidi arredi d’altare qualora il “don” o l’Eminenza di turno dovessero, per disgrazia, farne gocciolare un po’ durante la liturgia. Rosso invece è il vino nel rito della Chiesa orientale. Tanto che di recente la “tentazione” (parola qui forse abusiva) di un ritorno all’antico anche per il rito romano è stata ventilata in un convegno a Cocconato (cittadina astigiana “capitale” del settore).
Poi, è quasi sempre dolce. Anche qui per motivi pratici. Miglior conservazione, minor rischio di acescenza (non pensate solo ai vini perfetti d’oggi, la Messa si dice da quasi duemila anni), piacevolezza, o almeno tollerabilità, anche per celebranti astemi o semi-astemi. E, un tempo, anche valore nutritivo, visto che il digiuno pre-eucaristico era lungo, e il vino sacro (e l’ostia) era facilmente la prima cosa mandata giù dal prete nella giornata.
Ecco dunque l’identikit di un Vino da Messa. Ma, è chiaro, identikit sommario. Cui manca il passo nodale. Il “placet” di chi deve usare questo prodotto umano in un solenne processo di contatto col divino: la Chiesa. Il suo Diritto Canonico prevede che il vino da consacrare sia <del tutto puro>. Ma com’è facile capire a chi sappia un filo d’enologia, il concetto, eloquente su carta, è poi ambiguo da travasare nella pratica. Sull’argomento si sono così succedute nella storia varie prese di posizione delle Congregazioni Vaticane. Di certo ogni vino, per essere da Messa, dev’essere approvato: e tocca farlo al Vescovado competente. Anche su proposta, s’immagina, del peculiare consumatore finale: il sacerdote.
Sul tema si dibatte ogni anno a Cocconato, il centro piemontese divenuto “locus” del Vino da Messa per merito della Casa Vinicola Bava, autrice di bei vini “laici” (Barbera, Barolo), ma specialista di questa delicata produzione. Roberto Bava, oltre a partorire un Moscato d’Asti (16°) da Messa dall’eloquente nome di “Alleluja” e una “Malvaxia” (passito rosso da 90 grammi di zucchero e 13° gradi alcolici), organizza un simposio internazionale che raduna scrittori, enologi, religiosi, e culmina in un singolare “panel” d’assaggio: degustazione di vini “atti” alla Messa a cura di tecnici e, appunto, di prelati.
L’ultima assise ha anche varato un manifesto: vi si chiede una regola canonica definitiva sul vino da Messa, e si auspicano una “virata” verso il rosso e un’ascesa qualitativa parallela a quella vissuta dal resto del vino italiano.
Se il celebrante che... beve Bava da questo punto di vista non ha certo da lagnarsi, va rilevato che le cose vanno poi diversamente da... altare a altare, essendo le locali fonti d’approvvigionamento decise spesso per tradizione, e non per... degustazione.
C’è comunque chi ha guadagnato fama nel settore pur non facendo parte della crema dell’eno-mondo. Si tratta di produzioni conventuali. Logico che il vino da Messa fosse, un tempo, tra i frutti primari della miniera di gusto e saperi agronomici serbata nei conventi, specie Benedettini e Cistercensi. Oggi, in Italia, a brillare nell’elenco di fornitori di calici d’altare sono però due conventi di suore.
Le prime si sono guadagnate sul campo l’epiteto di “Suore del bianco”. Lo producono da quasi un secolo a Santo Stefano Belbo, Langhe, monastero delle “Figlie di San Giuseppe”. Da questa località (patria di Cesare Pavese) il Moscato delle suorine prende la via delle sacrestie di tutt’Italia, ed entra persino in Vaticano. Responsabile della vinificazione è la Superiora, che dunque con il titolo ecclesiale acquista a suo modo anche quello di enologa “in missione per conto di Dio”, per citare la celebre frase dei Blues Brothers.
Il secondo nucleo di suore vinificatrici sta in Sardegna, a Villa Muscas. E’ la Compagnia delle Figlie del Sacro Cuore Evaristiane. L’attività è iniziata nel 1939, su impulso del fondatore (il sacerdote Evaristo Madeddu). Oggi i vini per la Messa nascono da coltivazioni bio (centrata versione della purezza del Diritto Canonico) e includono ben 8 etichette. Anche qui, a dirigere la venerabile attività di cantina è la Superiora Generale dell’Ordine. Per il quale il vino da Messa incarna una bella fonte di autosostegno.
Ultima curiosità. Nel rito romano, l’uso di vino nella Comunione è di norma ristretto al celebrante. Ma c’è un’altra categoria ammessa: i bimbi cattolici celiaci che, sin dalla Prima Comunione, si trovano alle prese col problema di un’ostia che contiene glutine, loro interdetto. A loro, l’alternativa accordata è un minimo sorso di vino consacrato dal calice. E di questa Comunione col vino s’è occupato un noto nutrizionista. Per raccomandare che i bimbi vadano tardi a farla, e non in una delle prime Messe, dopo aver fatto colazione (ovviamente prima del limite prescritto per il digiuno) in modo da avere nello stomaco e nel sangue la minima quantità di lipidi capace di graduare gli effetti

'altare';