testata
Sei nella sezione: Bere in Abruzzo/Come acqua per il vino 2

commenta questo articolo

Come l'acqua per il vino 2


L'inganno "trasparente": degustatori, occhio alla minerale...

Metti una mattina a pranzo, in un ristorante che non è un ristorante qualsiasi, perché sotto l'insegna dell'Orso, nel centro di Roma, abita di questi tempi la mano colta e mai abbastanza celebrata di Gualtiero Marchesi,

l’unico e solo dei grandi chef nazionali che abbia saputo creare una scuola (sono suoi allievi e sodali molti dei migliori tra i giovani cuochi in rampa e/o già affermati), e l’unico poi che abbia di recente, e al solito controcorrente, ammonito di stare attenti alla acriticità pericolosa di quella fetta di eno-mania nazionale modaiola e saccente che, nutrita di super-wines tutti muscoli e poca anima, rischia di portare nel baratro della indistinguibilità non solo territori e vitigni, ma anche la cucina che, a quelle bottiglie, e in posizione subalterna, viene arbitrariamente e forzosamente abbinata ai tavoli che le ordinano e le richiedono come imprescindibile must ed eno-status symbol, e a cui esse vengono giocoforza servite.

Metti poi che, a quel pranzo, siano stati invitati una ventina, forse una trentina, di operatori del settore, principalmente comunicatori “attorno” al cibo e al vino. E che ad officiare, come ospiti d’onore, siano presenti Martin Foradori, ovvero la premiata ditta Hofstatter con le sue bottiglie (scelte in modo arguto e incuriosente per tipologia e annate) e Markus Del Monego, atesino campione del mondo dei sommelier, un tipetto giovane e allegro, ma con un palmarès lungo da far paura.

E metti, infine, che il clou della colazione sia il tema (e il titolo: mera coincidenza, nessuno s’era messo d’accordo con nessun altro) di un pezzo uscito giusto nel numero scorso di Terra d’Abruzzo. Ovvero: come l’acqua per il vino...
Già, perché se Foradori aveva portato le “sue” bottiglie, Del Monego aveva portato le sue: e, per una volta, di acqua minerale...
Tre tipologie: una liscia, piacevolmente neutra, cristallina. Una piuttosto gasata e lievemente sapida, un classico del genere “brooom”. E una tedesca, minerale e densa assai, e basica, come caratteristica di Ph.

Il gioco: abbinare l’acqua al vino. Ovvero: un sorsino di ciascuna acqua alternato ad un sorsino di ciascuno dei vini proposti, e che più tardi avremmo avuto agio di ridegustare tranquillamente mangiando, accompagnati dalle portate ideate dalla cucina per ognuno di essi.

Il risultato: astonishing, direbbero gli inglesi. Eclatante. Tutto bene, come da attese, con la “liscia”. Percezioni dei vini piene, e pienamente confermanti l’olfatto. Disastro epocale con la “gasatona”, che tagliava offendendoli nell’intimo persino gli aromatici a tendenza morbida (i Gewurtztraminer, di cui finiva con l’esaltarsi solo la nota amara finale), e massacrava i rossi, tannici e meno tannici (non vi dico col Pinot Noir...). Risultati estremi, nel bene e nel male, con la basica, che “indolciva” alcuni secchi (e dunque poteva essere pensata utile come acqua-maschera, posto che la travolgente moda dei “morbidoni”, finalmente, da poco, in lieve declino, ma ancora per vari versi imperante a livello di consumo, avesse ancora bisogno di ulteriori supporter) e si riscattava solo come... digestivo, come l’ha argutamente definita il El Monigo: bevuta a fine giochi e fine pasto, compensando con la basicità l’eventuale acidità indotta dal consumo di vino (di certo vino in particolare, o di parecchio vino in generale), aiuta a ristabilire un buon compromesso di convivenza tra il proprio stomaco e la sfera della eno-affettività, così sviluppata in molti di noi...

N.B. Ben sapendo quanto la comunicativa di un abile “troubadour”, un bravo cantastorie in buona fede, possa influenzare anche i più avveduti e, sulla carta, indipendenti degustatori, con i vicini di tavolo abbiamo giocato, a nostra volta, ad “accecare” la degustazione, modificandoci a vicenda la serie di acque-vino proposta. Ebbene: i risultati del secondo passaggio-assaggio hanno puntualmente e rigorosamente confermato quelli del primo...

Conclusioni: guadagnando l’uscita, il sottoscritto si è fatto (e pari pari vi propone), alla luce dell’esperienza vissuta e “gustativamente” memorizzata, una bella meditazione su quanto e come (san Gualtiero, ora pro nobis...), se una “semplice” acqua riesce a tanto, un vino stracarico di sentori da legno, alcoli e glicerine a strafottere, possa massacrare la migliore delle spigole, il più fragrante dei gamberi crudi, il più profumato dei tartufi...e via elencando. Metteteci poi sopra, magari, anche l’acquona da ruttino (ricordate quanto ha “tirato” un periodo sulle tavole dei “fighi” una tal francese esplosiva, o una mineralissima nordica da whisky?), e avrete il totale. Cioè, zero in gusto, e dieci in tendenza.
Ecco perché, andando via dall’Orso, e ringraziando mentalmente chi mi aveva invitato, pensavo che, malgrado la vera e millantata acculturazione, malgrado le mille esperienze di cui ci vantiamo, malgrado la bella presunzione che ognuno di noi “critici” e ipercritici si porta dentro, abbiamo davvero ancora una tanica di roba da imparare, e un bel po’ di lavoro da fare - ma tanto!... - per liberarci del peso e dell’incrostazione di certe mode (quasi mai disinteressate...). Chiaro, o no? Per me, come l’acqua...

'acqua_vino2';