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Il richiamo romantico


Alcuni anni fa durante la sfilata dei “carri e canestri” della Festa dei Banderesi di Bucchianico ho conosciuto una signora gentile che registrava i “suoni” della festa. Cercava informazioni sui significati dei riti, intervistava le donne in costume abruzzese affaticate dal caldo di maggio, graziose  tra i fiori di carta.

Un turbinio di colori variopinti, forme arcaiche, “italiche” come qualcuno suggeriva. Il suo perfetto italiano nascondeva la sua nazionalità tedesca. Era Bettina Dürr. Aveva viaggiato in tutt’Italia per conoscere le feste popolari e capirne la vitalità, la spontaneità e la “festosità” mediterranea, fatta di riti e della mutevolezza stagionale così ricca di contrasti. Avrei pensato ad un’ennesima ricerca di “esotico”, simile a quella dei romantici ottocenteschi se non mi avesse citato Alfonso Maria Di Nola e altri studiosi che delle feste abruzzesi hanno tracciato, a volte, una interpretazione antropologica vera e semplice com’è la gente che vi partecipa. Abbiamo visto Di Nola tra i festanti, ascoltato le sue interviste: la sua simpatia e semplicità mai avrebbero fatto intuire che si trattava di un grande antropologo. Sul treno, in direzione di Bologna, Bettina Dürr raccontava ad Angela Natale l’esperienza di Bucchianico. Si erano incontrate casualmente e parlavano dell’identità abruzzese. Nel 1991 a Köln (Colonia) Bettina pubblicava Die Apfelsinenschlacht, Volksfeste in Italien con il resoconto su alcune feste abruzzesi. Negli stessi anni a Beauvais (Francia) i Bucchianichesi si trovavano tra i fondatori dell’Associazione Europea delle feste storiche europee. Anni in cui la Maiella e il Parco Nazionale d’Abruzzo erano visitati da naturalisti provenienti da tutt’Europa. La natura e le tradizioni popolari rendevano famoso un Abruzzo in barba a lanci turistici di altro tipo. Non accadeva per la prima volta. Nel 1958 il Congresso sulle tradizioni popolari tenuto in estate a Chieti e presieduto dal famoso antropologo Paolo Toschi rivelava al mondo intero un Abruzzo ricco di tradizioni popolari ed una società arcaica, sofferente per l’emigrazione d’emergenza, meno edulcorata e primitiva di quanto la letteratura colta dannunziana aveva dato nei decenni precedenti. Le tradizioni popolari erano espressioni di una cultura subalterna, sviluppata in una terra ricca e affascinante che viveva però una spaventosa arretratezza nello sviluppo socio-economico. Le pagine di Luigi Piccioni sulla storia del turismo abruzzese ci parlano oggi delle “escursioni” fuori porta dei cittadini romani sulle brulle e selvagge montagne abruzzesi di inizio secolo, inseguendo un paesaggio dannunziano non sempre ritrovato, descritto nelle opere del vate e nelle pitture michettiane e che più praticamente era indicato nelle guide di Primo Levi, Abruzzo forte e gentile, impressioni d’occhio e di cuore, edito a Roma  dopo l’Unità D’Italia, e la Guida del CAI di Enrico Abate edito nel 1903. D’Annunzio e le prime guide turistiche incuriosirono i cittadini inglesi, francesi, tedeschi, americani sulle nostre contrade. Arrivarono le americane Maud Howe nel 1907 e Katharine Hooker nel 1902 che pubblicarono un libro di viaggi dal titolo Wayfarens in Italy con un capitolo intitolato In The Abruzzi.
Alfred Steinitzer pubblicò a Monaco di Baviera nel 1911 il libro di viaggi Aus dem unbekannten Italien sui viaggi fatti nella primavera-estate del 1907 e dell’autunno-inverno del 1908 (occasione in cui l’autore si recò a Messina distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908).
Era uno storico, critico d’arte, naturalista ed appassionato alpinista che operò nell’ambito della Heimatkunst (“arte del paese natio”), un movimento che si sviluppò intorno al 1890 e che ebbe rapporti con la Volkskunde (folclore). Arrivò in Abruzzo dopo l’invito del C.A.I. al Deutscher Alpenklub di Monaco per commemorare l’ascensione al Gran Sasso effettuata da Orazio Delfico nel 1794. Giunse in Abruzzo nel 1907, a Scanno incontrò per caso Anne Macdonell e la pittrice americana Amy Atkinson, altre viaggiatrici, di cui si conserva un bel volume In The Abruzzi  pubblicato a Londra nel 1908.
Steinitzer fece conoscere al pubblico tedesco le bellezze naturali dell’Abruzzo e la cultura superstiziosa più che religiosa degli abitanti. I paesi erano “immersi in un grande giardino” che il suo animo sensibile coglieva nei paesaggi fioriti, freschi delle alture, delle montagne e nella ricca vegetazione, così come alla fine del ‘700 aveva fatto Sir Richard Colt Hoare durante le “esplorazioni” nella Marsica ed Edward Lear nel 1846 quando parlava dell’Abruzzo alpestre, delle usanze alimentari e delle tradizioni popolari mentre nella Londra contemporanea William J. Thomps utilizzava per la prima volta il termine folk.
Interessi che acquistavano un valore più scientifico e antropologico con Thomas Ashby, direttore dal 1906 della Scuola Britannica di Roma, che fece un viaggio il 2 maggio 1909 a Sulmona per i suoi interessi per il folclore partecipando alla festa della Madonna della Libera di Pratola Peligna.
è ancora l’Abruzzo dannunziano ad incuriosire Anne Macdonell ed Estella Canziani che subiscono il “richiamo romantico” di una terra mitica e antica. Avevano letto D’Annunzio ma anche Finamore, De Nino, Bruni. Capirono che le famose opere letterarie erano intrise della religiosità popolare, la stessa che ritrovano nelle opere del demologo Gennaro Finamore citato da  Estella Canziani anche nelle sue raccolte in dialetto.
Estella Canziani pubblica Through the Apennines and the lands of Abruzzi landscape and paesant life nel 1928, dopo 14 anni dal suo tour e dopo vent’anni dal testo della Macdonell, sempre a Londra. Oltre alla descrizione storico-geografica furono pubblicate storie misteriose e a volte tenebrose che, come diceva la Macdonell, fanno pensare ad un passato inafferrabile. Storie che aveva trovato stampate in testi locali, lontane comunque dalla gioiosa gente “di antica stirpe”. Un’immagine schietta della gente di Villamagna quando scrive della celebrazione di un antico rito di corteggiamento e della rappresentazione del “lupo di S. Domenico”. Sono anni in cui i serpari di Cocullo e Pretoro furono conosciuti in tutt’Europa, testimoni di una cultura italica lontana e viva. La stessa che oggi, faticosamente, sopravvive, ed è ancora ritenuta essere la vera “autenticità” abruzzese.
Insieme alla natura.

 

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