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Il lupo tra la gente


Il protagonista di antiche tradizioni popolari abruzzesi

“Chiame lu lope e San Dumeneche!” In una conversazione, come spesso accade nelle piazze dei nostri paesi, una simpatica nonna utilizzava questa espressione per dire di persona avvezza a fare il doppio gioco. Era un paradosso per dire “il piede in due staffe” o il dissacrante “diavolo e l’acqua santa”. Perché questa espressione di pregnante abruzzesità?
Facile scoprirlo. Siamo nella Vallata del Foro, a Villamagna, tra la Majella e l’Adriatico.

Il lupo, in questa terra, diventa attore protagonista di un’antichissima rappresentazione teatrale che gli antropologi annoverano nel ciclo festivo dedicato a San Domenico di Sora le cui celebrazioni dei Serpari di Cocullo e Pretoro sono tra le più conosciute. Una tranquilla coppia di boscaioli viene sconvolta dal rapimento del figlioletto da parte di una fiera minacciosa spuntata tra le fronde di roverella. Le urla dialettali, disperate, sostituiscono quelle gioiose ed ilari del primo atto conquistando l’attenzione e sconcerto del pubblico. Il bambino in fasce stretto nelle fauci del lupo improvvisamente scompare nella macchia. La tragedia sembra inevitabile sino a quando, dopo l’invocazione rivolta a San Domenico, torna il lupo dal bosco poggiando delicatamente il bambino sulla culla dove prima dormiva. Il lungo applauso della folla amplifica il grido di ringraziamento degli attori a San Domenico per l’aiuto sovrannaturale. Gli attori scendono dal palco mescolandosi nella folla e, finalmente, i bambini possono avvicinarsi e toccare timidamente la pelle di lupo che prima li intimidiva mentre gli adulti si scambiano bicchieri di vino.

Una festa dedicata a San Domenico, che si celebra anche in altre località abruzzesi tra le quali spiccano Pretoro nella Majella orientale e, come dicevamo, Cocullo. Ma altre località ricordano il miracolo del lupo, come Palombaro, dove la rappresentazione si connota anche per la satira verso gli amministratori locali, o come ricordava il De Nino nel XIX secolo, anche nella contrada San Domenico di Guardiagrele. Stiamo parlando di un’area territoriale compresa tra i Monti Pizzi e la Majella orientale coinvolta dall’evangelizzazione di San Domenico di Sora, benedettino, a cavallo dell’Anno Mille, quando i piccoli borghi e casali rurali erano circondati da estesi boschi ricchi di fauna. Il lupo assaliva il bestiame e, talvolta, gli uomini. Era tempo in cui si chiedeva l’aiuto divino per avere un buon raccolto o per essere protetti dagli animali pericolosi: il lupo e i serpenti. Già Columella, in epoca romana, parlava dei lupi che assalivano gli uomini soli e il bestiame contro i quali si doveva opporre il cane pastore. Fiere pericolose per i viandanti che potevano essere domate come fecero San Domenico e due secoli dopo San Francesco d’Assisi con il “lupo di Gubbio” che, da icona del terrore popolare, diventò animale mansueto e amato. Un lupo temibile e domabile affiora nella letteratura medievale così come nella cultura popolare; già Paolo Diacono, archivista di Montecassino, raccontava nei primi decenni del secolo XII di un suo avo miracolosamente salvato da un lupo che lo guidò fuori dal bosco per sparire subito dopo. Negli stessi anni i licantropi, uomini-lupo, i lupi mannari si materializzavano nelle fantasie delle persone al sorgere della luna piena. Nel chietino si diceva che in tempo di plenilunio bisognava stare lontani da fontane o laghetti perché il lupo mannaro nella sua rabbiosa furia vi si tuffava per sedare la sua incontrollabile forza e bestialità. Quanti adolescenti dopo le goliardie notturne sentivano il cuore in gola nelle notti di luna piena quando, tornando velocemente a piedi verso le proprie case, trasalivano al minimo fruscio nell’oscurità profonda oggi rara e trafitta dall’illuminazione artificiale diffusa.

Un momento magico e iniziatico dove si doveva reprimere le paure ataviche e “crescere”. Tornavano alla mente i racconti di lupi che correvano più veloci del vento, dalla montagna al mare sollevando con la coda scie di neve quando scendevano per il freddo e avevano sbranato greggi e greggi e sicuramente anche i “cristiani”. Oppure il “lupo ingenuo” protagonista di tante favole insieme alla volpe e agli animali domestici umanizzati da Fedro, Apulejo e altri. Chi non ricorda il “lupo e l’agnello”?
Racconti popolari che tuttora esistono confinati nei ricordi della gente anziana e sempre più raramente trasmessi ai bambini e che solo gli antropologi hanno trascritto. Mirabili le favole di Finamore, De Nino e le raccolte di Giacristofaro, oggi pubblicate e trovabili in libreria.

“Eh lu lope… lu lope!” – esclamava quella nonnina mentre si allontanava nella piazza e pareva si potessero intuire i suoi pensieri su quelle favole da raccontare mentre sembrava ancora sentire qualche ululato nella Valle del Foro e forse più in là nell’Aventino sino ai Pizzi.

Erano suggestioni della nostra mente? Speriamo di no.

 

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