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Quando la banda passò


La cultura popolare abruzzese è stata caratterizzata, sin dagli inizi del XIX sec., da uno stretto rapporto con la tradizione delle bande musicali. Considerando la diffusione (oltre un terzo dei Comuni della nostra regione ha avuto una banda), appare evidente la sua importanza nella realtà sociale degli ultimi due secoli.

La festa paesana è il punto focale di questa tradizione: la banda risponde ad un’esigenza musicale popolare, quale quella di accompagnare solennemente la celebrazione del santo patrono, o altre ricorrenze sentite dalla comunità, e di scandire i vari momenti della festa. Di questi eventi essa esprime lo spirito, il colore, partecipando la gente del suo messaggio sonoro. Lo stretto rapporto con la piazza e con l’uomo della strada, del quale soddisfa il bisogno di canto e di gioia, dà il senso del suo valore umano, sociale e culturale. In quest’ottica, almeno fino alla diffusione di radio e televisione, la banda ha costituito un efficace strumento di educazione musicale, soprattutto per i più umili, esclusi dai pochi teatri, riservati alle classi più abbienti, presenti nella regione.
Non solo occasione d’ascolto, ma anche unica scuola di musica del paese a cui tutti partecipavano direttamente studiando uno strumento, oppure limitandosi ad assistere alle prove.
Riguardo i componenti, la banda era formata prevalentemente da artigiani, gli unici a potere conciliare il lungo periodo di attività bandistico con la vita professionale.
Non tutti i mestieri artigianali però si adattavano e, solitamente, i musicanti erano sarti, calzolai o falegnami. Un’eccezione a questa doppia professionalità, era rappresentata da direttori e solisti, che si dedicavano a tempo pieno all’attività musicale in virtù dei loro lauti guadagni. Diversa era la situazione degli “umili” bandisti che affrontavano una dura vita per pochi soldi, e non a caso il poeta Modesto Della Porta nel suo celebre Ta-pú la definì “N’arte puverelle”.
Ci voleva un forte spirito di sacrificio per affrontare le tante difficoltà: infatti, dopo aver trascorso l’intero inverno a provare il nuovo repertorio, si andava in giro per i paesi, un tempo addirittura a piedi, si dormiva e cucinava in locali di fortuna, rimanendo lontano dalle famiglie per interi mesi.
Le feste si svolgevano quasi tutte nello stesso modo e prevedevano il giro del paese, la processione, il concerto serale (spesso anche uno mattutino) ed infine il corteo della folla fino al luogo dei fuochi d’artificio. E questo si ripeteva quasi tutti i giorni, a volte alla mercé di agenti o procacciatori di contratti senza scrupoli, che rendevano ancor più precaria una vita senza tutele per il futuro.
Eppure, dovunque andasse, la banda portava allegria, diretta espressione dello spirito vivo dei suonatori, di gente che affrontava i disagi con ingegno, intraprendenza e molta ironia, come testimoniano i numerosi aneddoti che si sono tramandati.
Ma quando ha inizio questa vicenda così umana?
Da un punto di vista storico la prima volta che la parola “bandista” comparve in un documento è il 1783, anno in cui nel Comune di Introdacqua venne redatto un atto di matrimonio che, accanto al nome dello sposo, riportò la suddetta professione. Ma bisognerà attendere il 1801, prima di avere notizie certe sulla costituzione delle prime due bande abruzzesi nei paesi di Pescina e Città Sant’Angelo. Quindi è probabile che, prima di allora, non ci fossero complessi musicali costituiti esclusivamente da strumenti a fiato e a percussione, bensì le cosiddette paranzelle o paranzuole, formate da 4 a 15 esecutori, che suonavano anche strumenti a corda e a pizzico.
Fu agli inizi dell’Ottocento che le bande iniziarono a diffondersi in tutta la regione: intorno alla metà del secolo il loro repertorio si arricchì prevedendo, oltre a marce ballabili, anche trascrizioni e riduzioni di opere liriche e sinfoniche. Ma fu con Alessandro Vessella che, all’inizio del XX sec., ebbe inizio una concreta riforma delle bande, conferendo razionalità tecnica al loro organico e, quindi, la possibilità di eseguire in maniera più efficace ed equilibrata i brani della tradizione classica. Ciò rese più marcata la divisione per tipo di banda. Infatti, secondo il repertorio e l’organico, si distingueva tra bande primarie (impegnate in musica lirica e sinfonica), bande da giro (che si esibivano nello stesso programma ma con possibilità musicali e strumentali più limitate) e, infine, bandicine, impegnate per lo più nell’accompagnamento delle processioni.
L’avvento del Fascismo, in sintonia con la retorica del regime, portò alla costituzione di organici imponenti e ad una centralizzazione che sarebbe andata a discapito dei Comuni più piccoli. Fra tutte spiccava la banda di Chieti, espressione di quella grandiosità che doveva coinvolgere anche la divulgazione della cultura musicale e che raggiunse il suo culmine con le due tournées del 1934 negli Stati Uniti e in Germania.
In questo momento la banda iniziò il suo declino, con la rottura del binomio “artigiano-bandista” che ne era la base. Infatti, da un lato l’accresciuto numero dell’organico bandistico, comportando un ampliamento dei costi di gestione, portò ad un aumento delle prestazioni per sostenere le spese, mentre dall’altro, allargandosi la domanda di beni consumo, l’artigiano fu costretto a produrre di più.
Nel sottrarre tempo al lavoro di tutti i giorni, le due attività iniziarono a farsi inconciliabili. Il bandista diventò un professionista e i più bravi cercarono lavoro presso le bande militari o municipali, mentre gli anziani rimasero in quelle piccole e medie, anche se solo alle prime venne garantita la sussistenza economica.
Conseguenze negative si ebbero anche per le scuole paesane di musica, soprattutto a seguito delle mutate condizioni socio-economiche e della massiccia emigrazione che colpì la regione all’indomani del secondo conflitto mondiale. Così anche il binomio paese-banda venne meno, la scuola popolare non garantì più la formazione dei futuri bandisti e non rimasero che pochi appassionati.
Nonostante questo, almeno fino agli anni Sessanta, importanti complessi come quelli di Chieti, Lanciano, Casalanguida, Atessa, Introdacqua, Pescara e L’Aquila, hanno continuato a svolgere una notevole attività artistica e a perpetuare una concezione professionale della banda. Oggi tutto questo non esiste più, ma la banda continua a vivere svolgendo l’importante funzione di educazione alla musica per chiunque voglia accostarsi a questo linguaggio.

Si racconta che...
I numerosi aneddoti che si sono tramandati sul mondo delle bande in Abruzzo ci consentono di fare luce sugli aspetti più umani di una vita sacrificata, a cui ci si dedicava con tutta la passione derivante dall’amore per la musica.
I vari episodi, giunti in forma orale e con un lessico tipicamente bandistico, sono legati a tutti gli aspetti della vita quotidiana, a cominciare da quella che era una delle principali preoccupazioni: mangiare. Infatti unicamente i solisti e il maestro avevano diritto alle spese, ossia la possibilità di essere invitati a casa dei notabili del paese oppure farsi pagare il pranzo da chi gestiva la banda; gli altri, invece, erano costretti ad arrangiarsi cercando un negozio di alimentari, un forno e cucinandosi il cibo negli alloggi dove dormivano. A volte si era fortunati se, nel paese, sussisteva la tradizione di invitare i musicanti presso le famiglie; altrimenti si andava in trattoria e, proprio in una di queste, si colloca l’episodio di quel bandista che ordinò una mezza porzione di pasta, ma abbondante e con un poco di sugo in più, con l’intento di pagare metà e... mangiare parecchio.
Si racconta anche della disavventura capitata ad un giovane componente della banda di Chieti durante il viaggio negli Stati Uniti nel 1934, quando ebbe una forte indigestione per aver mangiato, come disse, degli strani frutti di colore giallo, molto buoni, che non aveva mai visto: era la prima volta che assaggiava le banane!
Famosa era poi la propensione ad alzare il gomito, con effetti negativi soprattutto durante i concerti serali, come quando un musicante, invitato presso una famiglia, bevve così tanto vino che, per giustificare l’impossibilità a suonare, attribuì la causa del suo malessere alla pesca che gli fecero mangiare per forza alla fine del pranzo.
Proverbiali, poi, erano le prove in sala musica, quando veniva alla luce la scarsa preparazione di taluni esecutori.
E’ il caso di quella volta in cui un maestro, durante un impegnativo passaggio tecnico, si rese conto che qualcuno lo eseguiva in maniera errata e, dopo aver chiesto invano chi fosse, riuscì ad individuarlo invitandolo, in maniera eloquente, ad andare su di un binario morto.
E ancora: un direttore alquanto adirato chiese ai clarinettisti di eseguire, singolarmente, una parte molto impegnativa ma, a mano a mano che si avvicinava verso gli ultimi della fila, i risultati erano a tal punto disastrosi che un bandista, conscio dei suoi limiti, non suonò neanche, dicendo semplicemente “come lui”, riferendosi al compagno che lo precedeva.
Emblematica fu la risposta che venne data a chi, perdendo il filo dell’esecuzione, chiese al collega di leggio dove si trovassero e con tutta calma quest’ultimo, prendendolo alla lettera, gli disse il nome del paese dove stavano suonando.
A volte gli aneddoti ci raccontano di come la banda fosse talmente sentita che il suo spirito veniva fuori anche al di fuori di essa, come nel caso di quei due musicanti che, esacerbati da un litigio, non sapendo cosa fare per sfogare la loro rabbia, si affacciarono dai balconi delle loro case, posti uno di fronte l’altro e, con tutta la forza che potevano, si misero a soffiare dentro il loro strumento, rispettivamente un corno e un trombone, per sopraffare con il suono l’avversario.

Il mondo della banda
Parlando di banda, non si può fare a meno di considerare il mondo che le ruota attorno, con tutti i suoi personaggi, modi di fare e di pensare, che ne fanno una realtà originalissima, a partire dal modo in cui venivano assoldati i vari componenti. Infatti, in occasione di determinate feste, si dava vita a un vero e proprio mercato dei bandisti che cercavano di cogliere le migliori occasioni e, quindi, i maggiori guadagni.
Ma l’esistenza della banda era legata alla festa paesana, alla cui organizzazione presiedeva il cosiddetto “comitato festa”. Era costituito da un certo numero di deputati che, nel periodo antecedente l’evento ludico, andava di casa in casa per raccogliere le offerte che, comunque, potevano essere integrate il giorno della celebrazione per mezzo di una questua accompagnata dalla stessa banda.
Il denaro serviva a pagare le luminarie, i fuochi d’artificio, la cassa armonica, nonché la banda, che veniva contattata per mezzo di un suo rappresentante, tradizionalmente chiamato “pigliatore” di festa. Questo stipulava il contratto con il deputato capo, indicando esattamente il numero di bandisti che sarebbero intervenuti, anche se solitamente esso non veniva mai rispettato, garantendo così un ulteriore margine di guadagno allo stesso agente. Inoltre, egli non esitava ad inserire all’interno della banda i cosiddetti camafre, ossia persone che indossavano la divisa senza saper suonare e che, quindi, venivano pagate miseramente. Alcuni si calavano talmente bene nella parte che, difficilmente, si poteva riconoscerli, diventando così dei veri professionisti.
Il giorno della festa si apriva con il giro del paese e, a questo punto, interveniva la figura del “capo banda” che cercava di conciliare le richieste del comitato festa con le esigenze dei musicanti, gravati dalle fatiche di tanti giorni di lavoro; se il comitato era soddisfatto, solitamente, ricompensava il capo banda con una mancia chiamata la regalie.
Dopo la processione, il momento più importante era quello del concerto serale, anche perché la banda era sottoposta al giudizio dei cosiddetti intenditori, ritenuti tali dal paese e dal cui giudizio dipendeva la possibilità di tornare l’anno successivo.
Inoltre, considerando la rivalità tra i vari paesi, non era rara la presenza di fazioni avverse al complesso bandistico che cercavano di metterlo in cattiva luce, fischiandolo alla fine delle esecuzioni.

 

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