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Sulle tracce degli antichi viaggiatori


Chiunque abbia percorso l'autostrada che collega Roma a Pescara, si sarà certamente reso conto che è senza dubbio la più piacevole tra le autostrade della penisola.

Il traffico è scarso, esclusa la domenica, limitatamente al tratto Carsoli-Roma, l’intero percorso è relativamente breve (circa 200 km), per cui è escluso che ci si stanchi o ci si annoi; ma il vero pregio è l’estrema varietà e bellezza degli scenari attraversati, che vanno dalla grandezza della pianura romana, al verde pacifico dei Monti Tiburtini, all’assaggio montano della Piana del Cavaliere, alla palestra di roccia di Pietrasecca, alla selvaggia Valle di Luppa, che ricalca l’itinerario di Corradino fino allo svincolo di Torano ed oltre, fino ai Piani Palentini, luogo della spiacevole improvvisata preparatagli dal Vecchio Alardo.
Ecco il Fucino: appena all’inizio, ai Piani Palentini, il viaggiatore proveniente da Roma avverte una strana sensazione, come di una ingombrante presenza a tre quarti di spalle a sinistra. è il Velino, grande baluardo in collera con il ladro di specchi, e pacifico con i viaggiatori riparandoli dai freddi venti del nord.
La tramontana invece più avanti non risparmia, sopra Pescina, quando rasoia da Forca Caruso, famigerata ai tempi dei Briganti. E poi Cocullo-Anversa, con Castrovalva a cavallo di una scheggia di roccia, paesaggio che potrebbe essere stato generato dalla fantasia delirante di un Lovecraft.
Ecco Sulmona adagiata nella Valle Peligna, poi i contrafforti della Maiella, le gole casaurie, lontano a sinistra il Gran Sasso, e infine l’Adriatico.
C’è tutto: monti, mare, fiumi, laghi, altipiani. Cioè, mi correggo, non c’è più il lago, ma quello c’era ai tempi in cui viaggiatori stranieri (particolarmente tedeschi, francesi ed inglesi), scendevano in Abruzzo con i più diversi propositi, ma con un bagaglio di ritorno comune ed esaltante. Da una analisi della letteratura pervenutaci da questi viaggiatori (più spesso sotto forma di diari di viaggio, più o meno illustrati) emergono infatti costantemente sempre gli stessi cinque “protagonisti” abruzzesi: Gran Sasso, Maiella, Velino, Lago del Fucino e Adriatico.
Ma c’è di più: qui non si tratta di oleografia, di cortesia straniera. Marco Valerio Glabrione, inviato a Teate dall’imperatore Ottaviano duemilatré anni fa, percorrendo la stessa strada, nel suo diario di viaggio annota su per giù le stesse impressioni di quanti l’hanno seguito 1800 anni dopo: sempre gli stessi cinque protagonisti. Oggi quattro.
Se i francesi (le Grand Tour d’Italie) furono i primi a scoprire l’Italia al di là di Roma, ed in particolar modo l’Abruzzo, i tedeschi furono senz’altro i più numerosi ed i più competenti. Oltre i lumi, qualcos’altro spingeva gli alemanni a percorrere strade non strade e passi infestati da briganti.
Secondo Lehmann-Brockhaus (vedi box in basso) tali motivi erano sostanzialmente due: il primo è un diverso rapporto tra l’uomo e la natura, cambiato all’epoca del romanticismo, per cui un diverso concetto di godimento del paesaggio da parte dell’uomo ha poi portato a straordinarie novità nel campo delle lettere, delle arti e della scienza. Principalmente la pittura, che all’alba dell’Ottocento scopre il paesaggismo e il vedutismo, favorisce la scoperta delle montagne, dei pascoli, dei castelli, delle gole del territorio abruzzese. Il secondo motivo è essenzialmente di ordine storico: la scoperta, o la riscoperta, del territorio dove hanno avuto luogo le vicende, dal Medioevo in poi, degli occupanti nordici in Italia, in particolar modo gli Hohenstaufen, protagonisti della citata vicenda dei Piani Palentini. Se a ciò si aggiunge l’abbondanza di monumenti medievali sacri e profani che si registra in Abruzzo, si può capire come tale terra sia divenuta nei tempi recenti sempre più interessante.
Nel 1823 Friedrich Von Raumer, nato a Wörlitz nel 1781, professore universitario a Breslavia e a Berlino, pubblicò una Storia degli Hohenstaufen, in sei volumi, ancora oggi della massima importanza, nella quale riportò cartografia precisa del luogo della battaglia dei Piani Palentini, da lui redatta personalmente in occasione di un viaggio fatto negli anni precedenti.
Agli storici si aggiunsero presto gli storici dell’arte, dei quali fece parte Ernst Foerster, nato a Monaco nel 1800, scrittore e pittore, al quale si deve la decorazione della residenza di Monaco e delle arcate del giardino di corte. Tra le altre opere scrisse un Handbuch für Reisende in Italien, cioè un manuale per viaggiatori in Italia, che ebbe in seguito otto edizioni, nel quale si parla estesamente anche di alcune città abruzzesi.
Ricerche molto accurate furono poi fatte da Heinrich Schulz, famoso storico dell’arte e presidente dell’Accademia di Belle Arti di Dresda, nato a Dresda nel 1808, che rimase in Italia dal 1831 fino al 1842, e che nel 1838 accompagnò il re di Sassonia Johann in un viaggio nel Regno delle Due Sicilie. A seguito di queste ricerche scrisse l’opera Monumenti dell’arte medievale in Italia meridionale, pubblicata nel 1860 dopo la sua morte in quattro volumi, di cui il secondo dedicato all’Abruzzo. Nei suoi viaggi era accompagnato dal disegnatore Anton Hallmann di Hannover, i cui disegni furono poi trasposti, in Germania, in incisioni su rame ed acciaio, da vari artisti, tra i quali l’architetto Stüler, allievo del celebre Schinkel. L’importanza di tali incisioni è legata al fatto che esse rappresentano ancora oggi una fonte valida per la conoscenza dello stato delle opere e dei monumenti  dell’epoca.
Venne poi il momento degli archeologi: il più importante fu sicuramente Theodor Von Mommsen, che fece ricerche fin dal 1846, soprattutto nel campo delle iscrizioni su pietra, ricerche che poi contribuirono a far parte dell’opera colossale, ancora oggi insostituibile, del Corpus Inscriptionum Latinorum (C.I.L.). In particolare, per la stesura di uno dei suoi numerosi articoli, Iscrizioni Marse, soggiornò presso il suo amico studioso di storia Federico Terra-Abrami, in quel di Lecce nei Marsi, il quale possedeva una biblioteca vastissima, purtroppo andata perduta con il terremoto del 1915, perdita che causò anche la morte per dolore dello stesso Terra-Abrami.
Studioso di Federico II di Hohenstaufen era Franz Von Löher, nato nel 1818 in Westfalia, la cui opera Sizilien und Neapel, contiene una descrizione di un viaggio in Abruzzo pubblicata nel 1864.
Ecco poi affacciarsi il grande Ferdinand Gregorovius, storico di fama mondiale e cittadino romano onorario, che nel 1871 pubblica “Una settimana di Pentecoste negli Abruzzi”, tradotto e pubblicato in lingua italiana nel 1907 (Carboni–Roma; rist. anastatica Polla–1985). L’opera contiene descrizioni delle città di L’Aquila e Tagliacozzo, nonché del Lago Fucino nel periodo del prosciugamento. Amico di Vincenzo Bindi, per l’opera del quale (Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi) scrisse la prefazione, fu in pratica il padrino della nascita della Società di Storia Patria Anton L. Antinori negli Abruzzi, il cui primo numero del Bollettino gli fu spedito nel 1889 a Monaco di Baviera, consolidando così i già stretti legami di amicizia tra studiosi abruzzesi e tedeschi, in special modo bavaresi.
Grazie alle citate pubblicazioni l’arte abruzzese fu conosciuta in tutta Europa, con genesi di molti nuovi stimoli per altrettanti studiosi, come Heinrich Dressel, epigrafico e numismatico, collaboratore di Mommsen, il quale intuì per primo che il punzone “SUL” sugli oggetti di oreficeria abruzzese volesse indicare la scuola di Sulmona, città da lui visitata più volte.
Leopoldo Gmelin, bavarese, dopo molti viaggi in Abruzzo, pubblicò una serie di articoli nella sua rivista Zeitschrift des Bayerischen Kunstgewerbe-Vereins, a Monaco, riguardanti l’oreficeria medievale negli Abruzzi, raccolti poi in una nota monografia tradotta in italiano.
Molti artisti tedeschi viaggiarono in Abruzzo allo scopo di produrre opere d’arte. In parte si trattava di illustratori (alla stregua dei moderni fotografi), che accompagnavano, come abbiamo visto, storici e storici dell’arte: di questi citiamo Wilhelm Walkhoff, nato nel 1789 in Anhalt-Dessau, che accompagnò Raumer e Von der Hagen a Tagliacozzo nella stesura della topografia della battaglia di Corradino, e del quale esiste anche un disegno di Rocca di Mezzo fatto tra il 1815 ed il 1820.
L’incisore su rame Karl Lindemann-Frommel, nato nel 1819 in Alsazia e sepolto a Roma nella Piramide Cestia, accompagnò Gregorovius nel suo viaggio in Abruzzo.
Altro incisore in rame, ma anche pittore, Georg Heinrich Busse, nato in Bassa Sassonia nel 1810, ha lasciato tre quaderni di incisioni di diversi luoghi d’Italia. Nella Collezione grafica dello stato bavarese a Monaco è conservata una sua incisione di Ovindoli.
Karl Ludwig Frommel, figlio adottivo di Lindemann, nel 1829 fu direttore della importante galleria d’arte di Karlsruhe e fondatore della Società artistica e industriale di Karlsruhe. Durante un suo viaggio in Abruzzo visitò Teramo, Penne, Giulianova, Pescara, L’Aquila, Popoli, Sulmona, la Maiella, Castel di Sangro, descritte nel libro Pittoreskes Italien, illustrato da lui stesso.
Da citare il pittore Carlo Andrea Ruthart, nato a Fürth presso Norimberga, monaco all’Aquila ai primi del ‘700, nel tempo in cui dipinge gli animali protagonisti dei famosi dipinti su papa Celestino V nella chiesa di Collemaggio, oltre ad alcuni dipinti conservati nel Museo dell’Aquila.
Oltre agli artisti ed agli studiosi, molti viaggiatori visitarono l’Abruzzo al solo scopo di descrivere in diari le loro “impressioni di viaggio”, oppure solo per osservare luoghi diversi dal proprio: in sostanza “turisti”.
Uno dei primi visitatori-turisti del Settecento fu Adam Ebert, nato nel 1653 a Francoforte, giureconsulto e cattedratico di diritto nella sua città. Il diario di un suo viaggio da Napoli a Loreto passando per l’Abruzzo fu pubblicato nel 1723 con lo pseudonimo di Aulus Apronius e dedicato alla regina Sofia di Prussia, con belle descrizioni di L’Aquila e Sulmona.
La prima importante guida turistica dell’Italia del Settecento, della quale si servì anche Goethe, la dobbiamo a Johann Jakob Volkmann, che però non descrive l’Abruzzo nella sua prima edizione. Soltanto nel 1782, in altra edizione di tre volumi, l’Abruzzo è descritto ampiamente.
Nell’Ottocento le cose vanno meglio: le osservazioni sono basate su criteri nuovi e più accurati. Il germanista Friedrich H. Von Hagen studiò minuziosamente gli Abruzzi. Nel 1819 pubblica le Lettere inviate in patria dalla Svizzera e dall’Italia, nel terzo volume delle quali descrive il viaggio da Roma a Marruvium (S. Benedetto dei Marsi), effettuato in compagnia di altre persone. Vengono visitati luoghi come Carsoli, Colli di Monte Bove, Rocca Cerri, Tagliacozzo, Scurcola e S. Maria della Vittoria, Alba Fucens, Marruvium, Avezzano con il Lago e l’Emissario di Claudio.
Woldemar Kaden, nato nel 1838 a Dresda e vissuto a Monaco, dove morì nel 1909, fu direttore della Scuola Tedesca a Napoli dal 1867 al '73. Grazie a questo soggiorno, nel 1874 pubblicò il diario delle sue “Passeggiate in Italia”, nel quale sono ben descritte località come Venafro, Isernia, Castel di Sangro, Roccaraso, il Piano delle Cinquemiglia, Pettorano e Sulmona.
Anche il giornalista Friedrich Noack, nel suo Italienisches Skizzenbuch, nel 1900, descrive l’Abruzzo, con la Valle del Liri, la regione dei Marsi e, per la prima volta, il territorio del futuro Parco d’Abruzzo, con Scanno in primo piano, per la prima volta portata a conoscenza degli europei.
Una citazione a parte merita il tedesco Carlo Arrigo Ulrichs. Nato nel 1825 nella Bassa Sassonia, fu dapprima giudice ad Hildesheim, poi entrò in carriera diplomatica e giunse prima a Praga e poi in Italia. Dopo alcuni anni, verso la fine dell’83, si stabilì, per motivi di salute, all’Aquila. Qui creò una rivista, Alaudae, redatta in lingua latina, con i tipi di Raffaele Grossi, e qui morì assieme alla sua rivista, nel 1895. Il suo necrologio e l’iscrizione in latino sulla sua tomba furono pubblicati nel Bollettino della Deputazione di Storia Patria Abruzzese a cura di Enrico Casti.
L’ultimo dei viaggiatori romantici dell’Ottocento fu senz’altro Alfred Steinitzer, nato nel 1861 in Baviera. Egli, dopo lunghi viaggi in Italia, pubblicò nel 1911 a Monaco l’opera Aus dem unbekannten Italien, cioè “L’Italia Sconosciuta”. Uno dei capitoli è intitolato “Tre settimane in Abruzzo”, e descrive  attentamente soprattutto il territorio montano, essendo egli un appassionato alpinista. Franco Cercone così afferma nel 1977: “Dopo D’Annunzio egli è forse il miglior cantore dell’Abruzzo e specialmente Sulmona dovrebbe dedicargli almeno una via”. Egli ha il merito di rivelare al grande pubblico di lingua tedesca le bellezze naturali ed artistiche di regioni, come l’Abruzzo, che allora erano fuori dagli itinerari più classici dei turisti dell’epoca. Chiunque legga la sua “guida” scopre una piacevole descrizione di itinerari alpinistici, ascensioni al Gran Sasso, alla Maiella, alla Serra di Celano, al Terminillo (allora abruzzese) ed al Monte Velino, che lo stesso Steinitzer definisce “il monte più bello d’Abruzzo”, inframmezzata da considerazioni interessanti sul carattere degli abruzzesi (molto più gentili ed ospitali di quanto egli si attendesse, specialmente quando parla dei celanesi), e soprattutto con digressioni di carattere storico ed artistico.

Siamo nel 1911: Steinitzer è stato uno degli ultimi osservatori attenti di un paesaggio artistico, naturale ed umano (almeno per quanto riguarda la Marsica), che di lì a quattro anni il sisma avrebbe profondamente e forse indelebilmente mutato.

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