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La transumanza


Pastori e devoti



"...pecore morte per mala invernata, capre morte per essere state azzeccate, e tal pastore mentre tornava a casa con gli animali sopravvissuti, fu pigliato da' banditi, e per redimersi da quelli fu costretto a vendere parte di questi".

Spesso ci si imbatte in documenti d’archivio nei quali si narra di sciagure e disgrazie di ogni genere.
Un quadro poco idilliaco e certamente per niente bucolico, dove alla lotta contro il freddo, le malattie degli uomini e degli animali, i lupi, i banditi, i disagi estremi si contrapponeva la preghiera come unico rifugio.
I lupi attaccano la mandria? Il cielo rovescia acqua a catinelle? Gli animali restano a digiuno? ci si rivolgeva a S. Biagio, S. Leonardo e S. Pasquale Baylon, protettori dei pastori. Nei momenti di tregua, durante il cammino, o appena giunti a destinazione, è la devozione a dare conforto: la lunga serie di luoghi di culto disseminata lungo i tratturi rappresenta, nella semplicità architettonica, non solo riparo, ma soprattutto una costante assistenza spirituale per i transumanti e spiega gli stretti rapporti religiosi tra la cultura abruzzese, molisana e pugliese. I santini di S. Nicola di Bari, di S. Michele Arcangelo, dell’Incoronata di Foggia e di Pescasseroli, della Madonna delle Grazie riempiono i comò e le pareti della case abruzzesi. I riti devozionali veri e propri, ad essi dedicati, hanno luogo in primavera, al ritorno a casa, oppure alla fine dell’estate appena arrivati nel Tavoliere: si tratta di vere e proprie feste rituali che coinvolgono intere comunità. Ma è lungo il cammino, sia di andata che di ritorno, che la devozione diventa contemplazione solitaria, preghiera sommessa e richiesta di aiuto contro gli elementi avversi.
Come ebbe a dire autorevolmente a suo tempo Valter Capezzali, nella civiltà della transumanza debbono di diritto entrare argomenti, interessi e valori diversi, come la storiografia, l’economia, la tradizione e la cultura in senso lato, e, non ultimi, gli aspetti religiosi. Giustificati, questi ultimi, dalle sofferenze di intere generazioni di pastori, la cui vita terrena scorre tra feste paesane estive, preghiere e travagli ambulanti in contemplazione del quotidiano vivere e sopravvivere in prolungata lontananza. E’ la “civiltà del tratturo”, che dà impulso al sorgere, nei secoli, di tradizioni folkloriche e religiose, le quali influenzano a loro volta lo sviluppo dei centri abitati toccati dal percorso transumante, il sorgere di monumenti e luoghi di culto, e la promozione di arte e cultura in genere. Si pensi ad esempio all’arte di intaglio del legno, praticata dai pastori durante i riposi durante la traversata e durante la sosta in Puglia, arte raffigurante, manco a dirlo, perlopiù figure sacre. E’ nota forse a pochi la tradizione cinquecentesca (narrata in versi dal pastore Massimo Paglia) legata al ritrovamento dell’immagine lignea della Madonna cosiddetta di Roio, ritrovata da un pastore di Lucoli nel bosco di Ruvo di Puglia e trasportata da una giumenta fino in Abruzzo: davanti alla chiesa di S.Leonardo di Roio la giumenta si inchioda testarda, ma il pastore, più testardo, la conduce fino a S.Giovanni a Collimento. La terza settimana di giugno, miracolosamente la statua sparisce da Lucoli e viene ritrovata di nuovo a S.Leonardo.
Lungo il tratturo magno, durante il lungo percorso tra il mistico e il devozionale, alle iniziali chiese di S.Maria di Roio, S.Giovanni di Collimento a Lucoli, S.Leonardo, S.Nicola, S.Maria della Pietà e la Madonna delle Grazie di Calascio, la Madonna dei Pastori a Castel del Monte, fanno seguito le tappe a Santa Giusta di Bazzano, S. Felice e Santa Maria di Picenze, S. Paolo a Peltuinum, S.Nicola a Prata d’Ansidonia, S.Stefano a S. Pio delle Camere, Santa Maria di Centurelli, Santa Maria delle Grazie a Civitaretenga, la Chiesa del Rosario a Navelli, quindi, passata la mitica Forca di Penne, la Madonna dei miracoli a Casalbordino, fino all’Incoronata di Vasto, S.Michele a Monte S.Angelo e L’Incoronata di Foggia. Quest’ultima Madonna rappresenta il trait d’union con l’altro tratturo storico: quel Pescasseroli-Candela (con la sua diramazione Castel di Sangro-Lucera), che in realtà aveva il suo titolo d’inizio esattamente al piano di Campomizzo, sotto le sorgenti del Sangro di monte Turchio, e si diramava per tutta la valle dell’Alto Sangro attraversando Opi, Rocca Intramonti, Villetta Barrea, e con, prima delle foci di Barrea, sosta obbligata al Monastero di S.Angelo di Barregio, misteriosamente scomparso nel nulla durante il XIV secolo e in seguito sostituito, nell’immaginario devozionale dei transumanti, dalla chiesa di S.Maria della Baia (detta così, vuole la leggenda, per l’abbaiare ostinato dei cani di un gregge transumante per giorni e giorni nel luogo dove poi i fedeli gettarono le sue fondamenta). Quindi via per Castel di Sangro, Rionero Sannitico, Isernia, Rocchetta S.Antonio, Candela e di nuovo l’Incoronata di Foggia, il cui legame con l’Incoronata di Pescasseroli si perde nei secoli passati. Il primo documento al riguardo risale al 1280 circa, quando Carlo d’Angiò concesse agli abitanti di Pescasseroli di festeggiare la Madonna Incoronata il giorno 8 settembre (prima della partenza per la Puglia), con una fiera di bestiame. Nei secoli successivi si stabilì un forte legame tra i devoti abruzzesi e pugliesi per la stessa Madonna, punto di partenza e di arrivo per i transumanti. Ancora oggi, l’8 settembre di ogni anno, a Pescasseroli giungono delegazioni di foggiani per festeggiare e rendere devozioni alla statua della Madonna Nera Incoronata di Pescasseroli, mentre l’ultimo mercoledì di aprile sono i cittadini di Pescasseroli a recarsi a Foggia per la locale festa dell’Incoronata, ricalcando al contrario il percorso dei transumanti. Per quanto riguarda il colore nero della Madonna di Pescasseroli, o meglio delle due Madonne nere di Pescasseroli, poiché se ne venera un’altra nel santuario del valico di Monte Tranquillo, che mette in comunicazione la valle dell’Alto Sangro con quella di Comino, esso viene attribuito ad una sorta di pudore dei primi artisti cristiani, con il quale essi cercavano di nascondere il volto della Madonna agli occhi dei comuni mortali. La tradizione vuole che le statue di legno delle Madonne giungessero dalla Terra Santa accompagnate da santi locali, e che il loro ritrovamento è quasi sempre avvenuto in una zona montana: per quanto riguarda l’Abruzzo i santuari ad essa dedicati si trovano effettivamente lungo i percorsi dei tratturi. Da un recente studio eseguito sulla statua dell’Incoronata risulta tuttavia che essa è stata realizzata con legno di pioppo nero, comune nei boschi di Pescasseroli, intorno al XII secolo, mentre è più attendibile che quella di Monte Tranquillo provenisse da Foggia, anche se ciò non è dimostrabile, in quanto rubata nel 1979 e poi sostituita con una copia artigianale.
Ma non si esaurisce qui il culto devozionale dei pastori altosangrini: a Pescasseroli si rintracciano altri riti devozionali comuni tra i transumanti, come quello di S.Biagio, il 3 febbraio (peraltro praticato in moltissimi altri antichi centri pastorali abruzzesi), quello di S.Nicola di Bari, il 6 dicembre, e quello, particolare e quasi obsoleto, di S.Pasquale Baylon, il 7 maggio. Anche per quanto riguarda i luoghi di culto, infine, si può rintracciare un fil rouge tra Pescasseroli e il Tavoliere: risultano infatti essere esistite a Pescasseroli una chiesa di S.Nicola e una chiesa di S.Michele Arcangelo, ora scomparse, verosimilmente legate alla pratica della transumanza.
“Da S.Michele a S.Michele, era il detto dei pastori, che scandiva il loro tempo di permanenza nel Tavoliere, alludendo alla visita al famoso santuario di Monte S.Angelo in Puglia, visita che veniva rigorosamente osservata sia all’arrivo che alla partenza dalla Puglia, rito devozionale che, assieme ai citati culti della Madonna di Roio, dell’Incoronata e agli altri minori, assumevano il significato di un conforto religioso che riscattava, idealmente, le mortificazioni di una attività contrassegnata troppo spesso da miseria, umiliazione ed estreme difficoltà.

Le strade dei pastori

I tratturi, calles oviariae ai tempi di Roma e tractorias nei codici di Teodosio e Giustiniano, rappresentano la diretta testimonianza della sopravvivenza di strade formatesi in epoca protostorica in relazione a forme di produzione fondate sulla pastorizia.
E’ innegabile pertanto la loro funzione storica, essi hanno caratterizzato nel tempo gli aspetti del paesaggio, la topografia e persino la morfologia dei centri abitati. In buona sostanza, quindi, costituiscono, nel loro insieme, un monumento di estrema importanza nella storia socio-economica dei territori attraversati dalla transumanza, in particolar modo Abruzzo, Molise e Puglia.
La transumanza è comunque praticata già in epoca preromana, ma è con i romani che essa viene per la prima volta irregimentata: ne fanno fede le calles oviariae (molte delle quali sarebbero poi divenute le attuali strade principali abruzzesi) menzionate dagli storici latini.
Varrone è il primo fra essi a parlare esplicitamente, nel de re rustica, della transumanza, attestando l’esistenza di grandi spostamenti di greggi nelle calles fra l’Apulia, il Reatino e la Sabina. I pastori erano soggetti alla scriptura, cioè ad una tassa sul godimento dei pascoli, soltanto se i capi di bestiame eccedevano un certo numero, secondo la più antica lex agraria epigrafica del 111 a.C. Le ampie vie erbose sono quindi lo strumento indispensabile alla pratica della transumanza cosiddetta orizzontale, lo spostamento cioè di grandi masse di animali erbivori (soprattutto ovini) dalla montagna alla pianura nei mesi freddi. La rete dei tratturi è imposta dalle caratteristiche geomorfologiche e climatiche delle zone attraversate. Basta una rapida occhiata ad una carta dell’Italia centro-meridionale per capire come nel tempo si siano consolidati dei precisi, e in qualche modo obbligati, percorsi adatti a tale scopo. Il tratturo infatti non deve servire soltanto da semplice supporto al passaggio delle greggi, ma anche alla sopravvivenza stessa degli animali. Vie erbose, infatti, che gli animali possano utilizzare durante la traversata, vie comode, con deviazioni e passaggi più agevoli tra le montagne, vie attrezzate, con punti di sosta e riposo sia per gli uomini che per gli animali, vie finalizzate infine (e ciò a partire dalla metà del XV secolo) con punti di arrivo e ristoro nelle pianure, con funzione di sosta controllata dalle autorità sia per la conta dei capi a scopo fiscale, sia per una corretta assegnazione delle zone pascolive. Fino alla metà del XV secolo tale ultima situazione non si era ancora verificata: i primi arrivati si accaparravano i pascoli migliori e via via i successivi a scalare. Tale situazione, esasperatasi nel tempo, spinse gli Aragonesi, sulla base della secolare esperienza della Mesta spagnola, ma anche nella lucida previsione di benefici economici non indifferenti, ad irregimentare tale enorme movimento, sia fiscalizzando il passaggio dei capi, sia concedendo in affitto i pascoli demaniali della Capitanata. Le stime degli esperti dell’epoca erano enormi, ed enormi furono infatti gli introiti. Fu così istituita la “Regia Dogana della mena delle pecore di Puglia”, che dal 1° agosto 1447 registrerà e regolerà in modo minuzioso il passaggio transumante di ogni singolo capo per i successivi trecentocinquanta anni, raggiungendo punte di passaggio di circa 2.000.000 di capi annui.
Una Carta Ufficiale dei Tratturi, redatta nel 1959 dal Commissariato per la reintegra dei tratturi di Foggia, conta 14 tratturi principali, 71 tratturelli, 13 bracci (di congiungimento fra i tratturi principali) e 9 riposi. Anticamente, però, la definizione di tratturo principale era riservata solo a tre di questi percorsi, che oggi si chiamano L’Aquila-Foggia, Celano-Foggia e Pescasseroli-Candela. Nella prima descrizione conosciuta di questi percorsi (Coda M., Breve discorso del principio, privilegi et instituctioni della Regia Dohana della mena delle pecore di Puglia. Napoli, 1666) si evince che il primo di essi (tratturo magno) partiva dall’Aquila e, passando per la piana di Navelli, seguendo l’antica via Claudia Nova, raggiungeva Pietranico, Manoppello, Bucchianico, Montenero di Bisaccia, Serracapriola fino al riposo del Saccione (Foggia).
Il secondo tratturo, cosiddetto Celano-Foggia, partiva in realtà da Massa d’Albe, raggiungendo poi Celano, quindi saliva all’Altopiano delle Rocche e scendeva a Popoli (in seguito fu preferita la via che da Celano saliva a Forca Caruso e scendeva a Sulmona, seguendo l’antica via Claudia Valeria), dopodichè raggiungeva Foggia passando per Selcito, S. Giuliano di Puglia e Lucera.
Il terzo tratturo partiva da Pescasseroli (raccogliendo in realtà le numerose greggi provenienti dai paesi della Marsica orientale (Gioia, Lecce, Ortona, Vallelonga) e, attraverso l’Alto Sangro, raggiungeva Alfedena, Isernia, Boiano, Rocchetta S. Antonio e Candela (ricalcando in gran parte l’antica via Numicia).
In realtà esisteva un quarto tratturo principale, menzionato in documenti successivi, il Castel di Sangro-Lucera, che passava per Campobasso, la Val Fortore, Volturara Appula fino a Lucera.
Nei secoli successivi la classificazione dei tratturi, tratturelli e bracci si è dilatata in modo ampio, ma ad un attento osservatore non sfugge il fatto che quasi tutti questi percorsi alla fin fine non fanno che ricalcare le antiche vie romane. Anzi, al contrario, poichè la transumanza ha sicuramente origini preromane, sono state queste ultime a svilupparsi su tracciati oviari antichissimi aventi origini con le origini stesse dell’uomo raccoglitore-agricoltore-pastore.

LA REGIA DOHANA DELLA MENA DELLE PECORE DI PUGLIA


Fin dai tempi di Roma repubblicana il controllo della transumanza ha significato, per i poteri statali (Svevi, Angioini, Aragonesi, Asburgo e Borboni) da un lato una fonte di risorse economiche non indifferenti, con i diritti di passaggio sui tratturi sottratti ai poteri feudali locali, con gli affitti dei terreni pascolivi in pianura in gran parte demaniali e con le tasse sullo scambio dei prodotti pastorali; e dall’altro una sorta di controllo politico sulla massa dei pastori transumanti potenzialmente pericolosa nei propri spostamenti verso la pianura e invece irregimentata per limitare il potere delle piccole nobiltà, dei comuni indipendenti e del clero. In cambio di ciò la comunità dei pastori otteneva dagli Stati la sicurezza di una relativa tranquillità negli spostamenti transumanti attraverso i vari territori. Era quindi logico pensare, da parte dei governi, ad apparati legislativi che regolamentassero gli spostamenti in massa di uomini e animali. Dopo la Lex Agraria del 111 a.C. occorre attendere fino al 1273, quando, con la Mesta, i sovrani spagnoli misero a regime i pascoli transumanti della penisola iberica. In Italia è nel ‘400 che vengono istituite le grandi Dogane: quella senese per i pascoli della Maremma, quella pontificia per i pascoli laziali e quella aragonese per i pascoli pugliesi. Quest’ultima, la più importante, garantirà per tre secoli e mezzo ai sovrani del Regno di Napoli qualcosa come un decimo delle entrate complessive del bilancio statale annuo. Fu istituita ufficialmente nel 1447 da Alfonso d’Aragona, con sede dapprima a Lucera e poi a Foggia e obbligava tutti i pastori sudditi del Regno di Napoli (circa seimila) a condurre le proprie greggi (da 600.000 fino a due milioni di pecore annue) a svernare nel Tavoliere, stornandole dai pascoli maremmani o pontifici.
La Regia Dogana era una sorta di Stato nello Stato, con un tribunale speciale a cui erano soggetti tutti gli attori della transumanza, dai proprietari di pecore (detti locati), ai pastori non proprietari ed ai proprietari dei terreni, un Archivio, quello di Foggia, ricchissimo ancor oggi di documenti storici, un corpo di funzionari doganieri con i compi ti più svariati, un capillare sistema di controllo della rete tratturale, un sistema di tipo parlamentare formato dai locati, un sistema di ripartizione dei terreni pascolivi da affittare ai locati stessi e infine la grande fiera di Foggia, che a maggio metteva fine al lungo inverno dei transumanti. Uno dei primi e più importanti Doganieri fu Fabrizio de Sangro, il quale emanò una serie di ordinanze (banni) che regolamentarono per secoli la Dogana di Puglia. Fra gli obblighi dei locati spicca quello della conta di tutti gli animali che entravano in Puglia al fine di stabilire una tassazione capillare, la Regia Fida, conta che doveva avvenire, in presenza dei funzionari doganali, in luoghi predefiniti, chiamati Soste, entro il 20 ottobre di ogni anno. La Regia Fida doveva essere pagata prima del ritorno in Abruzzo, dopo la rivela, cioè la dichiarazione di vendita o acquisto di animali, avvenute durante l’inverno. Tra i banni troviamo anche diritti a favore dei locati, come quello della manutenzione dei tratturi ampi e spaziosi “...almeno di trapassi sessanta, e che non s’impedischino l’animali di Dohana di potere liberamente pascere, pernottare e riposare per li demani et altri riposi per tre, o quattro giorni e più, secondo il bisogno”, oppure: “.....si ordina, che l’Università facciano guardare li loro territori da dove passano li locati et animali di Dohana, acciò non siano rubbati, e succedendo il furto, siano tenute esse Università a rifare il danno”, oppure: “...si ordina, che non si possa impedire il bagnare che faranno delli loro animali i locati a qualsivoglia fiume, canale o altro loco d’acqua” e via così.
Cardine fondamentale del sistema erano le locazioni, o Poste, costituite da appezzamenti di terreno erboso, che venivano date in affitto ai locati, per pascolare le loro pecore, in modo direttamente proporzionale alla consistenza del gregge. Nelle intenzioni del Doganiere era il tentativo di dividere gli erbaggi in modo più equo rispetto alle epoche precedenti, in cui chi prima arrivava prima prendeva possesso dei territori più grandi e ricchi d’erba, a scapito dei più lenti e dei più deboli. Ma con il tempo la conta delle pecore tassabili da parte dei funzionari doganali venne sostituita dalla Professazione Volontaria, cioè dalla dichiarazione del numero di pecore fatta dai locati stessi, i quali, al fine di ottenere una superficie erbosa più che abbondante per il proprio gregge, cominciarono, anno dopo anno, a dichiarare un numero di pecore superiore al reale. La Regia Dogana assunse un atteggiamento di tacito accordo a questa specie di imbroglio, poichè esso comunque veicolava una maggior quantità di denaro nelle casse fiscali, ma al contempo favoriva quei locati che potevano permettersi di pagare cifre maggiori per avere territori migliori e più vicini alle Soste. E’ così che si perpetuava la millenaria forma di speculazione e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un’altra forma di speculazione era quella dell’accaparramento di erbaggi ricadenti in proprietà di privati, essendo quelli demaniali insufficienti per tutti. I proprietari di questi appezzamenti, constatata la ricaduta di guadagno, iniziarono a migliorare lo stato dei terreni, onde poter alzare i prezzi, e a diminuire la quota di essi dedicata alla coltivazione.
Quest’ultima pratica si aggiungeva al più grande conflitto tra pastorizia e agricoltura generato dal passaggio e dall’occupazione del territorio da parte dell’esercito di uomini e di animali transumanti, il quale si è protratto nel tempo fino alla metà dl Settecento, quando una serie di fattori cominciò a minare la pastorizia a favore dell’agricoltura. Il primo di questi fu l’aumento progressivo di bocche da sfamare a causa dell’esplosivo aumento demografico: solo l’agricoltura poteva venire incontro a questa esigenza. Un secondo fattore fu lo sviluppo gigantesco degli allevamenti merinos e di altre specie negli immensi pascoli di Argentina e Australia, dove milioni di capi potevano essere allevati con minore dispendio di energie e di risorse economiche. Il terzo e decisivo fattore fu la Rivoluzione Francese, o meglio l’arrivo dei francesi nell’Italia meridionale, i quali, nel 1806, modernizzarono la società dell’epoca con cambiamenti radicali, non ultimo quello della soppressione della Dogana di Foggia, e la messa in vendita dei territori del Tavoliere a chi volesse acquistarli a scopo agricolo: la battaglia era ormai vinta a favore dell’agricoltura, mentre una società intera, quella dei pastori abruzzesi e delle loro famiglie, si apprestava a diventare una società di emigranti.

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'transumanza';