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Le strade romane


Lungo i fiumi
La rete stradale propriamente detta nasce, in Abruzzo come nel re-sto d'Italia, con i Romani. Gli scopi principali sono ovviamente quelli militari e commerciali, non essendo ancora formato a quest'epoca il concetto di "viaggio" fine a se stesso, per diporto o per altri fini.

Ai tempi di Diocleziano, in piena età imperiale, ben trenta strade consolari si diramano da Roma e circa altre quattrocento costituiscono l’intera rete dell’Impero. Roma è la caput mundi, ed il perfezionamento della rete stradale è fondamentale per il controllo dei territori. Accanto alla costruzione vera e propria, i romani prestano la massima attenzione alla manutenzione delle strade, tanto che i realizzatori, siano essi, a seconda dell’epoca, consoli o imperatori, riscuotono popolarità più grazie alla restitutio che alla realizzazione ex novo (non dimentichiamo che il giovane Giulio Cesare, che da grande diverrà imperatore, è all’inizio sovrintendente alla via Appia).
La potenza e l’importanza dell’Impero romano si  basano sul preminente ruolo delle città, municipia o praefecturae, collegate a Roma tramite una fitta rete stradale, la cui presenza a sua volta, sorretta da una buona struttura amministrativa che ne garantisce la manutenzione, favorisce lungo i tragitti la nascita di nuove strutture, siano esse urbane, rurali o luoghi di culto. Tale rete è così funzionale da sopravvivere alla caduta dell’Impero e, sebbene abbandonata a se stessa nel medioevo, continuerà a svolgere funzione di collegamento tra i centri abitati, favorendo al contempo l’opera di diffusione del cristianesimo lungo la penisola.
In Abruzzo, prima dell’avvento dei romani, già esiste una sorta di rete viaria: quella dei tratturi. Queste vie vengono utilizzate dagli italici sia per collegare centri abitati, sia in particolar misura per condurre i greggi alla transumanza. I romani utilizzano alcuni dei preesistenti tratturi (calles oviariaes) per costruire una rete stradale primaria (viae publicae) che collega praefecturae, municipia, villae e templi, e che, nei secoli successivi, collegherà castelli, monasteri e mercati. Accanto a questa rete principale rimangono i tracciati dei tratturi, peculiari di questa regione geografica e dedicati al loro scopo originario, che si sviluppano decisamente durante il dominio romano e si estingueranno temporaneamente con l’estinguersi dell’Impero, quando, per ironia della sorte, Goti, Longobardi e Franchi piomberanno nella regione sfruttando proprio i percorsi imperiali.

Via Tiburtina-Valeria
Occorre risalire al 460 avanti Cristo per trovare le tracce della costruzione di quella che si ritiene la prima delle strade consolari, la via Appia, su una traccia glarea, cioè un sentiero dal fondo rassodato da intere generazioni di viandanti, pastori e militari. Così come, sette anni dopo, su un’altro tratto glareo, viene fondata la Via Tiburtina, che collega Roma a Tibur, una delle prime città a federarsi con la capitale, mentre il tratturo prosegue oltre Tivoli  per condurre gli armenti ai pascoli estivi dell’alta valle dell’Aniene, ai piani di Carseolis, fino ad Collem (Colli di Monte Bove). Occorre però attendere altri 150 anni affinchè Marco Valerio Massimo censore, ritenendo indispensabile, visti i tempi, collegare Roma con la roccaforte di Alba Fucens, strappata agli Equi nel 303 e divenuta avamposto vitale per la strategia espansionistica di Roma, realizza il tracciato della strada che  si chiamerà Via Valeria. Il primo troncone porta fino a Carseolis, città intermedia popolata da una colonia di veterani fin dall’inizio del III secolo; poi, passando ad Collem, scende per i piani sacri della dea Pale (Palentini), dopo aver attraversato il sito su cui sorgerà in seguito Tagliacozzo. Quindi tira diritta per Alba, punto forte di Roma nell’Italia centrale, dalla quale partiranno a raggiera strade importantissime per l’espansione prima repubblicana e poi imperiale (fig. 1). Ma Valerio non si ferma ad Alba: sull’abbrivio del successo la sua strada  proseguirà per Cerfennia (Collarmele), Marruvium (S. Benedetto dei Marsi), Statulae (Goriano Sicoli) per terminare a Corfinium. In tutto da Roma sono circa 97 miglia romane o millia passuum (1 miglio romano = 1478 metri = 1000 passi), cioè 144 chilometri. è ragionevole pensare che, se Marruvium sorge nell’attuale sito di S.Benedetto, la Via Valeria, per raggiungere questa città, effettua una diversione (rispetto all’attuale tracciato della TiburtinaValeria, la quale prosegue per Forca Caruso) da Cerfennia verso Marruvium, cosa che si verifica  attualmente con la moderna Via Marsicana (S.S 83). Tale puntualizzazione non è casuale: siamo infatti alle soglie dell’età imperiale, conclusi i trattati di alleanza tra Romani e Italici, crescono i traffici commerciali, culturali e militari nella regione e cresce il numero degli “utenti” della via consolare, la quale per collegare la conca del Fucino con la valle Peligna deve oltrepassare in qualche modo la giogaia a Est del Lago. Sono stati ipotizzati quattro o cinque diversi itinerari per congiungere Cerfennia  a Corfinium, ma in sostanza solo due sono verosimili e praticabili a quest’epoca: il primo è quello, descritto poc’anzi, che transita per Marruvium, quindi raggiunge la zona dove sorgerà Pescina, poi Milonia (Ortona dei Marsi), Forca Carrito, Cocullo e, contro ogni logica attuale, dirigersi, anzichè a Sulmo, verso Goriano Sicoli lungo la pendice est di monte Luparo e la Valle Orfecchia per poi ricongiungersi a Corfinio. Questo itinerario è quello che verrà utilizzato per lungo tempo, finchè  l’Imperatore Claudio, intorno all’anno 50 dopo Cristo, fa risistemare definitivamente il valico di Mons Imeus (Forca Caruso), che fino ad allora ha frenato il traffico a causa dell’esposizione alle intemperie e dei suoi notevoli sbalzi di quota, e la strada diviene così meno disagevole (percorribile con ogni tempo ed in ogni stagione), transitando direttamente per Statulae e raggiungendo quindi con facilità Corfinio. Lo stesso Claudio poi (dopo aver prosciugato il Fucino con un’altra delle sue imprese), non contento, realizza il terzo troncone della strada consolare, la via Claudia, che da Corfinio porterà fino al mare ripercorrendo l’antica glarea, con passaggio al pagum Fabianum (Popoli), dove l’Aterno si congiunge con il Tirino e prende il nome di fiume Pescara, quindi ad Interpromium (S.Valentino), a Teate (Chieti) ed infine ad Aternum (odierna Pescara). Quindi il tracciato totale  sarà denominato Via Tiburtina-Valeria-Claudia, da Roma ad Aternum, per un totale di 138 miglia romane (circa 210 chilometri). Si noti che il tratto della via Claudia costeggerà per intero il corso del fiume Aterno, il quale dopo la confluenza del Tirino si chiamerà fiume Pescara.

Via Salaria
Questa strada nasce ufficialmente come strada consolare nel corso del IV secolo a.C., ma essa non è che l’ammodernamento e la saldatura (Sigillum) di due glaree salariae  ben più antiche, utilizzate prima dagli Italici e poi dai Romani per trasportare il sale proveniente dal Tirreno, col tratto da Roma a Sigillo (nei pressi di Antrodoco), e dall’Adriatico, col tratto da Castrum Truenti (Martinsicuro) a Sigillo. Da Sigillum il sale verrà poi distribuito in Abruzzo attraverso la via Sabina, che in seguito si chiamerà Claudia Nova, ed ancora più tardi diverrà parte della Via degli Abruzzi. L’importanza della Salaria è evidente. Reate in età imperiale farà parte della IV Regio Augustea (l’odierno Abruzzo), e da essa partirà una diramazione per Alba Fucens (chiudendo un primo cerchio con la Valeria): la via Equicolana (la moderna Cicolana), che costeggia il fiume Salto. Subito dopo Reate la Salaria incontra la città di Interocrium (Antrodoco), dalla quale si diparte il citato ramo, che in futuro acquisterà importanza decisiva, cambiando sia il nome, da via Sabina a via Claudia Nova, che il significato, da via del sale e calle oviaria ad arteria di collegamento primario con Amiternum (futura L’Aquila) e la Valle dell’Aterno, fino all’innesto con la via Valeria-Claudia, all’altezza del Pagum Fabianum (Popoli) o, come di recente ipotizzato, a Bussi (quindi seguendo, nella sua fase finale, il corso del fiume Tirino).
Dopodichè la Salaria prosegue per Forum Decii (attuale Bacugno), dove lascia quella che sarà la futura Regio Augustea per entrare nel Picenum; quindi tocca Surpicanum (attuale Accumoli), dal quale origina un diverticolo per Amiternum (l’attuale SS. 260 Amatrice-l’Aquila); giunge quindi a Vicus Baes (Arquata del Tronto), dove inizia a costeggiare il fiume Tronto sulla riva sinistra fino ad Asculum, dal quale, fino al mare, passerà sulla riva destra. Dal crocevia di Ascoli si diparte, verso sud, un importante ramo a fini militari, che verrà denominato ramo superiore della via Raussa (parte della attuale SS. 81) che, passando per Beregra (Civitella del Tronto) ed incrociando tre importanti fiumi (Vibrata, Salinello e Tordino), giunge ad Interamnia (Teramo), dove incontra il suo ramo inferiore proveniente dal bivio di Mianum (nei pressi di Montorio al Vomano) della via Cecilia, altra importante strada proveniente da Amiternum e diretta ad Hatria. Solo molto tempo dopo, in tarda età imperiale, la via Cecilia (o Raussa inferiore), da Hatria si porterà fino a Pinna (Penne), e quindi a Teate (Chieti). Nei pressi di Chieti la Cecilia-Raussa si congiunge alla via Marrucina (proveniente dal mare) e, passando per Bucchianico, raggiunge Rapino e Guardiagrele dopo aver attraversato i fiumi Alento e Foro. Tutto il tratto fin qui descritto da Ascoli altro non è che l’odierno tracciato della SS. 81 Piceno-Aprutina, che in sostanza collega trasversalmente quasi tutti i fiumi e i fondovalle d’Abruzzo.

Via Salaria Marittima – Frentana – Traiana.
La Salaria prosegue quindi da Ascoli diretta al mare, seguendo il Tronto fino a Castrum Truenti (Martinsicuro). Ma la Salaria, contrariamente a quanto si crede, non termina qui: essa volge a sud lungo il litorale e, col nome di Salaria Marittima, raggiunge dapprima Castrum Novum (Giulianova) dopo aver attraversato i fiumi Vibrata e Salinello, quindi risale per Hatria e da qui si riporta sulla costa, oltrepassando il fiume Piomba (ad salinas), fino a raggiungere Aternum, dove si estingue. Il tratto descritto da Castrum Truenti fino ad Aternum prenderà il nome, in epoca successiva, di via Frentana e, ancora più tardi, all’epoca di Traiano, di via Traiana-Frentana, quando cioè l’imperatore Traiano la porterà (transitando per Anxanum-Lanciano) fino al Fortore ed oltre, verso l’Apulia, tracciando così il percorso della futura odierna statale Adriatica.

Via Vestina e Via Atriana
Dopo la conquista di Alba Fucens si pone il problema della gestione dell’ulteriore avanzata all’interno della regione. Siamo intorno al 300 a.C. ed Alba rappresenta un centro nevralgico dal quale si dipartirà una serie di strade essenziali allo sviluppo militare e di Roma verso la costa adriatica, a nord-est (Piceno-Vestinia) come ad est (Valle Peligna-Frentania) ed a sud-est (Sannio). Il nord-est è assicurato in parte, come abbiamo visto, dalla Salaria e dalla via Sabina, che è poco più di una calle oviaria: come arrivare dunque ad Amiternum e ad Hatria in breve tempo? Una calle oviaria s’inerpica da Alba verso nord-est per i territori prima marsi e poi vestini, raggiungendo l’Altopiano delle Rocche (il famoso Campus Cedici che rivestirà una certa importanza nel Medioevo). I militari romani quindi, intorno al 310 a.C. partono da Alba e tracciano la via  che li condurrà, attraverso l’Altopiano delle Rocche a Frustemas (Ocre) e poi ad Aveja (Fossa), sulle rive dell’Aterno e a poche miglia a sud di Amiternum. Qui attraversano l’Aterno e percorrono per qualche miglio verso sud-est il tratturo, diretto a Popoli,  che più tardi fornirà la traccia per la via Claudia Nova. Dopodichè, dirigendo di nuovo a nord-est lungo l’acrocoro abruzzese, raggiungono prima Cingilia (Civitaretenga) poi la valle Tritana nei pressi di Capestrano e quindi Aufinum (Ofena). Da qui la strada proseguirà per Cutina (Civitella Casanova) e avrà termine a Penne. Fin qui la realizzazione della strada non ha presentato grossi problemi, in quanto tutti i territori attraversati sono federati o in qualche modo in pace con Roma. Il tragitto della via Vestina è alla fine di circa 70 miglia. Solo qualche anno più tardi, dopo la conquista di Atri, città nemica,  sarà aperta la via Atriana, da Penne ad Atri oltre il fiume Piomba, lunga circa 20 miglia: Roma ha finalmente sotto controllo la costa adriatica  dell’Abruzzo settentrionale da nord (Castrum Truenti) a sud (Aternum).

Via Cecilia
Le ragioni che alla fine del IV secolo hanno spinto i militari romani a costruire in fretta e furia una strada di congiunzione (la via Vestina) tra Alba Fucens e la costa Adriatica del nord-est, si ripresentano verso la fine del periodo repubblicano più impellenti che mai. Siamo intorno al 90 a.C., la Guerra Sociale imperversa e le truppe romane, guidate dal console Cecilio Metello, fanno fatica ad avere ragione della Lega Italica, e il motivo principale è l’inadeguatezza o la mancanza di strade che possano rapidamente far spostare ingenti quantitativi di truppe da ovest ad est. La stessa via Vestina è poco più che un tratturo e comunque, da Aveja, presso Amiternum, ad Atri, presenta un tracciato lungo e accidentato, quindi poco adatto per rapidi spostamenti militari verso il nord-est, in particolar modo verso Interamnia (Teramo). Sarà quindi proprio Cecilio Metello, che nell’88 sconfigge Quinto Pompedio Silone, a costruire una strada che da Amiternum sale rapidamente al valico delle Capannelle, presso il monte S.Franco, toccando le sorgenti del Vomano e dell’Aterno. Al di là del valico la strada scende lungo la valle del Vomano, sfiora Montorio (ad Montem Auri), e giunge ad Mianum. Qui, come abbiamo visto in precedenza, la via Cecilia si divide in due rami: uno (che corrisponde al ramo inferiore della via Raussa) si dirige a nord fino a Teramo, l’altro si dirige a sud fino ad Atri (via Cecilia-Raussa), chiudendo così il cerchio con la via Vestina. Questa strada, pur non essendo stata concepita, diversamente dalle altre, per collegare nel suo decorso i centri abitati tra  loro, ma per puri scopi militari di attraversamento di una giogaia immensa come quella del gruppo del Gran Sasso, resterà una delle più utili alla viabilità abruzzese fin quasi ai nostri giorni, fin quando cioè viene aperto il traforo del Gran Sasso.

Via Numicia (o Minucia), via Claudia Nova e la Via degli Abruzzi
Come la via Cecilia, anche la via Numicia appare in tarda età repubblicana, durante la Guerra Sociale. Questa strada, originando dalla via Valeria all’altezza di Corfinio, mette in comunicazione Corfinium a Sulmo, prosegue per l’Altopiano delle Cinquemiglia e Castel di Sangro, quindi attraversa il fiume Sangro ad Aufidena e poi si dirige, dividendosi, ad est verso Lucera e l’Apulia, a sud-est verso Aesernia, Bovianum e Benevento, a sud verso Venafrum, riallacciandosi alla via Appia per raggiungere Brindisi. All’inizio la via Numicia è utile soprattutto agli Italici per spostarsi  senza rasentare le vie battute dai Romani, ma in seguito, durante l’età imperiale, dopo la costruzione della via Claudia Nova (da Amiternum a Popoli) che completa il collegamento tra Interocrium e Aesernia, cioè tra nord e sud degli Abruzzi, tutto il tracciato, che in seguito verrà chiamato via degli Abruzzi, acquisterà una importanza fondamentale per i rapporti economici e politici tra l’Etruria, il Sannio, la Campania e la Puglia. Col passare dei secoli l’importanza e l’autonomia della via Numicia, e dell’intera via degli Abruzzi, crescerà continuamente, fino a guadagnare il predominio su tutte le altre strade. Si pensi all’itinerario di Antonino Augusto (Itinerarium Antonini), da Milano allo stretto di Messina attraverso Bologna, Ancona, Aternum, Interpromium, Sulmo, Aufidena, Aesernia, Venosa, Potenza e Cosenza. Dopo la caduta dell’Impero Romano, durante le dominazioni barbariche, la via degli Abruzzi sarà l’unica strada di questa regione a conservare una certa importanza, mettendo in comunicazione i due Ducati (di Spoleto e di Benevento) dai quali scaturirà l’Abruzzo moderno. Più tardi la strada riacquista nuovo smalto mettendo in comunicazione con le terre abruzzesi le due grandi abbazie volturnense e cassinense.  Non è un caso che la fondazione dell’Aquila, durante il XIII secolo abbia avuto luogo proprio lungo il percorso settentrionale di questo tracciato, alla saldatura tra via Sabina e via Claudia Nova, punto nevralgico di traffici commerciali e militari, che farà dell’Aquila uno dei centri più floridi e importanti dell’Abruzzo rinascimentale. Ancora nel XIII secolo, con il trasferimento della capitale del Regno delle Due Sicilie da Palermo a Napoli, e con il definitivo allontanamento dell’Abruzzo dalla sfera d’influenza Vaticana, si ha un ulteriore impulso dell’importanza della via: gli stretti rapporti tra la corte angioina e Firenze sono facilitati dalla strada degli Abruzzi, che corre da nord a sud, parallela ma al di fuori dei confini dell’asse tirrenico vaticano, con un tempo di percorrenza di “soli” undici giorni tra Firenze e Napoli. Per questo stesso motivo, contemporaneamente alla crescita di importanza della via degli Abruzzi, si osserva un progressivo abbandono delle strade provenienti da Roma, ed in particolare della strada penetrante Valeria-Claudia, ridotta ormai, nel tratto da Alba Fucens a Pescara, a poco più di un sentiero, con conseguenze catastrofiche anche per la stessa Alba: la “chiave dei tre Abruzzi” non si risolleverà più dalla decadenza iniziata dopo la caduta dell’Impero (figura 2), lasciando tale ruolo per lungo tempo alla città di Popoli, e risollevando in tal modo le sorti di Sulmona.

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