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L'Aquila o morte!


Le origini del capoluogo abruzzese tra leggenda e verità.

Storia di Nicola Dell’Isola, un uomo che all’Aquila diede tutto sé stesso, anche la vita.

Ne è passato di tempo dal giorno in cui un drappello di laici ed ecclesiastici, vassalli oppressi dei baroni dei due contadi di Amiterno e Forcona, ivi posti da Federico II il ghibellino fin dal giorno dell’invasione del territorio avvenuta nel 1228, composto da Luca di Preturo, Simeone prevosto di S. Giustino, il prete Giovanni di Stefano, Gualtiero di Rainaldo, Giovanni di Pietro, Benedetto di S. Palumbo eccetera, si è recato dal pontefice Gregorio IX per chiedergli di appoggiare la loro intenzione di affrancarsi dagli oppressori, uscendo dai castelli ed unendosi in un progetto di città fortificata da erigersi in Accula. Il papa aderisce, e ciò non stupisce, vista l’incazzatura che si è preso contro Federico per aver invaso, incurante della scomunica, il territorio dei baroni dei due castelli di Amiterno e Forcona (di pertinenza della Santa Sede fin dai tempi, anteriori all’anno mille, della donazione di Ottone I di Germania), e concede il proprio benestare con la lettera apostolica del 7 settembre 1229.
Ma, il va sans dire, tutte le cose belle hanno vita difficile e i baroni tanto si danno da fare che è necessario tribolare per altri 25 anni prima che, morto intanto Federico, Re Corrado IV, che i baroni si ostinano a non riconoscere come il successore naturale di Federico, si decide a concedere l’assenso regio alla fondazione della città.
L’entusiasmo è alle stelle, tanto che in pochi anni la città viene tirata su, con un ottimo piano regolatore (nulla a che vedere con quelli odierni), e con una sede vescovile nuova di zecca, riciclata da quella forconese dal nuovo papa Alessandro IV. Nel Privilegio, attribuito a Corrado, di concessione per la costruzione dell’Aquila, è tra l’altro prevista una prassi straordinariamente innovativa per l’epoca: la distruzione cioè di tutti i castelli dei due contadi, simboli della prepotenza baronale, e l’aggregazione dei vassalli a cittadini della nuova città, ognuno con un proprio quartiere recante il nome del castello distrutto. Ma, tra il dire e il fare una cosa talmente rivoluzionaria, c’è un mare di incertezze e forze contrarie, finché un bel giorno Manfredi, riportato il trono delle due Sicilie in mani certamente ghibelline, nel luglio 1259, sprezzante, come il padre, degli anatemi papali, rade al suolo il bel giocattolone della sinistra medievale. Buccio di Ranallo, nella sua cronaca, piange:
   Sey anni stette sconcia,
   sì como trovo scripto,
   Né casa vi remase, né pesele, né ticto.
E così, L’Aquila viene distrutta, e i castelli rimangono in piedi.
I vassalli delusi, ma ostinati, tornati a soffrire nei castelli odiati, devono aspettare altri sette anni di stenti prima che la stella angioina cominci a brillare nel cielo amiternino.
Carlo I, dopo aver liquidato Manfredi a Benevento, si accorda con i popolani amiternini e forconesi (nella delegazione dei quali, è d’obbligo citare, c’è un tal Antonio Mosciouccellone), concedendo la ricostruzione dell’Aquila al prezzo di 12 carlini per ogni spazio riservato ad ogni famiglia. Ne risultano 15.000 famiglie, per un totale di circa 70.000 abitanti!
L’Aquila viene ricostruita, ma i castelli rimangono ancora in piedi, poiché nessuno ha il coraggio di abbatterli. Circa 80, portati poi dalla leggenda a 99, tanti quanti sono i quartieri della nuova città, che per qualche anno viene governata, male, da alcuni Capitani che pensano più ai propri che ai comuni interessi.
Ma un bel giorno dell’anno 1270 ecco apparire all’orizzonte, dal valico di Santa Colomba, un tale Niccolò dell’Isola (Isola del Gran Sasso), con la ferma intenzione di sistemare gli affari dei vicini aquilani, incitando il popolo a radere finalmente al suolo i castelli tanto odiati e tanto pericolosi per il futuro della sorgente città.
La sua eloquenza ed il suo carisma sono subito chiari a tutti: ecco il discorso che egli declama ai popolani radunati in assemblea generale:
Alla libertà e grandezza della vostra città sono di forte impedimento le rocche e i fortilizi che si levano intorno ad essa sulle cime dei monti. Ricordatevi che dall’alto di quelle torri penzolarono un giorno smembrati e sanguinanti i corpi de’ vostri padri, non d’altro rei che d’essersi in una notte raccolti nelle catacombe d’Amiterno e di Forcona per deliberare sui loro comuni interessi. Oggi il re ed il papa vi sono amici; ma domani potrebbero tornare ad essere amici de’ vostri nemici, che da quelle rocche vi ripiomberebbero addosso più fieri a tiranneggiarvi. Ormai è tempo di troncar per sempre ogni prepotenza e tirannia. Non è bene in una repubblica ben ordinata lasciare ad uomini prepotenti occasione di ripigliar impero sugli altri. In simili pericoli una città libera deve assicurarsi, per non avere a dir poi che non ci si era pensato. Non v’è d’uopo che di subita risoluzione e di virile coraggio per assalire ed abbattere quelle rocche. Quando avrete ben compita tale impresa, vi sarà facile averne il condono dal papa e dal re, perché i forti sprezzano i deboli e stanno co’ forti.

L’esercito dei popolani, sotto la guida di Niccolò, compie l’opera prevista dai privilegi reali, e subito dopo acclama Niccolò stesso Cavalero del Popolo Aquilano. Tribuno, in sostanza, ma che, come dice il Dragonetti, ha in sé tutta la forte tempra di Cola di Rienzo e di Masaniello, ma senza l’ambizione del primo e la volgarità del secondo.
In qualsiasi altro contesto Niccolò sarebbe subito dopo caduto in disgrazia, non all’Aquila però, dove viene presto amato dai popolani come uno di loro. E non soltanto da essi: mentre da un lato si batte per diminuire tasse e balzelli a carico del popolo (per questo è temuto dai ministri regi), dall’altro favorisce i viaggi e i commerci dei ricchi mercanti, e via via che essi diventano più ricchi più si stringono, novella borghesia ante litteram, intorno al loro protettore, consigliere e sostenitore dei loro diritti. Non basta: edifici pubblici vengono costruiti nella più grande magnificenza, come i palazzi del re, degli ufficiali regi e del magistrato; vengono restaurate le due basiliche di Santa Maria di Paganica e di San Giusta di Bazzano; vengono costruite le chiese monumentali di Sant’Agostino e di Santa Maria di Collemaggio; vengono edificate le mura della città ed infine viene costruita la grande fontana della Riviera, sul disegno di Tancredi da Pentima.
Per oltre vent’anni Niccolò rimane Cavaliere del Popolo Aquilano, proteggendo i cittadini contro la prepotenza dei messi reali e contro lo spirito di rivincita dei feudatari superstiti, i quali non perdono occasione di istigare dapprima Carlo I, poi Carlo II (dal 1289) contro Niccolò. E Carlo II, sentitosi appioppare dagli aquilani il nomignolo di sciancato, incarica il figlio Carlo Martello di eliminare il pericoloso tribuno.

Lo stesso Carlo Martello, recatosi all’Aquila, si rende conto che Niccolò è troppo amato dal popolo per rischiare di esserne travolto, e torna a mani vuote dal padre.
Stessa sorte è riservata successivamente a Gentile di Sangro, più spietato di Carlo Martello ma ugualmente sfigato; finché gli aristocratici non riescono a corrompere alcune guardie ed a far propinare del veleno a Niccolò. Finisce così la bella favola di Niccolò dell’Isola, che lascia però nei popolani aquilani la convinzione di poter riuscire a controllare la corona angioina, cosa che avviene regolarmente nel 1305, quando Carlo II è indotto a firmare il Gran Diploma di libera costituzione del Municipio Aquilano, il quale riconosce tutto ciò che era già stato stabilito ai tempi di Niccolò.
è questo diploma l’origine della grandezza dell’Aquila durata tre secoli, giusto fino alla costruzione della Fortezza Spagnola, simbolo della fine della libertà aquilana.

All’Aquila da lungo tempo circola una leggenda intorno ad un’ombra in veste bianca vista vagolare intorno al castello: qualcuno ha detto che, forse, lo spirito del Grande Abbattitore di manieri feudali geme ancora fremendo attorno alle mura di quel nuovo castello che gli aquilani si sono fatti imporre, con ignavia, dagli spagnoli.

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