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La terra di pietra nata dall'acqua


Chiunque varchi i confini del territorio abruzzese non può fare a meno di notare la straordinaria eterogeneità dei paesaggi che appaiono al suo cospetto: le morbide colline che improvvisamente si spezzano in dirupi scoscesi o le ripide pareti montane che terminano in inattesi prati sommitali potrebbero sembrare lo strano scherzo di un artista eccentrico; ma a restituirci la peculiare morfologia di questa terra è stato il lungo combinarsi di molteplici fattori nel corso di milioni di anni.

Potremmo iniziare il nostro racconto parlando del lento lavorìo di minuscoli esseri come alghe e rudiste che, nel profondo degli abissi marini, estraevano il calcare disciolto nelle acque andando così a formare  incredibili ammassi rocciosi, che a loro volta vennero portati alla luce dai terribili fenomeni orogenetici la cui esistenza ci viene ricordata oggi dai terremoti che colpiscono la catena appenninica: le zolle che compongono la crosta terrestre, nel loro lento spostamento, creano pressioni in grado di piegare e spezzare i materiali di cui sono costituite dando vita allo sprofondamento o al sollevamento delle enormi masse rocciose che possono formare le catene montuose.
Questo processo, iniziato probabilmente nel mesozoico, quando parte del territorio che conosciamo era ancora sommerso, circa duecento milioni di anni fa, ebbe il suo culmine verosimilmente durante l’era cenozoica, circa venticinque milioni di anni or sono, quando le forze interne alla crosta terrestre diedero vita all’orogenesi appenninica, elevando in questo punto le masse calcaree  fino a chilometri d’altezza; sono infatti in Abruzzo le montagne più alte della catena che taglia longitudinalmente l’Italia.
Le montagne abruzzesi, tranne poche eccezioni (come i monti della Laga formati da arenarie e marne), sono formate principalmente da rocce calcaree, materiale estremamente permeabile e soggetto più di altri ad un fenomeno lento ma imponente: l’erosione carsica. Proprio lo scorrere delle acque ha creato fenomeni come le doline, depressioni dovute a sprofondamento di cavità sotterranee, visibili a Campo Imperatore, sui pianori della Macchiavarna o sulla Meta, a Campo Rotondo o sulla Sella Traversa. Gli inghiottitoi, presenti anch’essi a Campo Imperatore e sul Velino e le cavità sotterranee, le più famose delle quali visibili vicino S. Demetrio, sono un’ulteriore testimonianza di questi processi.
Anche i fenomeni glaciali hanno lasciato il segno combinando la loro azione con i fenomeni carsici: sul Sirente hanno prodotto le Gole di Celano, lungo canyon roccioso che unisce Ovindoli a Celano le cui pareti raggiungono i 300 metri di altezza; sul Gran Sasso sono visibili valli scavate dalle glaciazioni e morene, i detriti che testimoniano geologicamente la presenza di un antico ghiacciaio; ma anche sul Velino possiamo notare circhi glaciali, detriti morenici e rocce mantonate, mentre ai piedi del Morrone della Duchessa si può ammirare un enorme masso erratico trasportato dai ghiacciai. Questo terreno fresco e ben drenato, complice il clima temperato umido con inverni non troppo rigidi e senza gelate estive, si è coperto di un mantello composto da circa duemila specie vegetali, ed è stato in grado di offrire, a beneficio della biodiversità, vari ecosistemi grazie all’altezza delle sue montagne. L’occhio dell’osservatore può carpire il risultato delle forze che pazientemente la natura ha esercitato nel corso di un tempo infinito guardando il mare dai pendii della Maiella, o percorrendo i due versanti del Sirente, tanto scoscesi a nord-est quanto lenti a degradare verso sud-ovest, oppure penetrando nelle caverne delle grotte di Stiffe o, ancora, ammirando la maestosità del Gran Sasso dagli altipiani di Campo Imperatore, e la bellezza cristallina delle cascate che d’inverno si trasformano in colonne di ghiaccio sui Monti della Laga.

Nel nome del peschio


È nella pietra la radice di molti dei nomi di luoghi e paesi dell’Appennino. Si piantavano croci sulle forme rocciose di grandi dimensioni…

La tradizione vuole che i nostri progenitori, i Sabello-Italici (“circa scaturigines Velini et Truenti fuerunt Aborigenes” Dionigi d’Alicarnasso, II, 6; Strabonio V,2) si stanziarono nella cosiddetta regione Abrutium. Gli Aborigenes, secondo i greci, erano quindi le tribù Marse, Peligne, Marrucine, Sabine, Vestine, che abitavano la grande montagna abruzzese, costituita  dai gruppi del Gran Sasso, della Maiella e del Velino, che Plinio Seniore soleva chiamare Regio gens fortissimarum.
Dal senso di terrore sacro che le cime rocciose incutevano nelle popolazioni originarie deriva l’arcaico culto dei megaliti, poi mantenuto via via nei secoli fino al Cristianesimo, durante il quale la pietra assurge al ruolo di tramite con il mondo dei defunti, come ancor oggi dimostrato dalle pietre tombali. (Reinach, Les monuments de pierre brute dans le langage et les croyances populaires, in Culte, Mythes et Religions, 2 ed, Paris, Leroux, tomo III, 1913).
Quelle primitive manifestazioni, nei secoli sorgente principale delle credenze religiose, divenute possesso popolare, hanno costituito fonti preziose per gli studi antropologici, etnologici, archeologici e toponomastici.
Sorvolando rapidamente sul culto delle pietre negli altri paesi, Inghilterra, Francia e Germania in prima fila, culto ricco di dolmens, menhirs e cromlechs, giungiamo a casa nostra, con i toponimi tutti abruzzesi ansa o anxa, pietra fitta, peschio, penna, ocra, lama ecc., i quali costituiscono, nelle loro espressioni locali, l’aspetto più tenace delle tradizioni popolari, tanto da far sostenere al Ciampini “Habent saxa, lapides, et quaecumque monumenta quodammodo voces suas” (Ciampini, Veter. monum. parte I, cap. VIII, p. 65)
Il fondamentale lavoro del Pansa1, ci ha illuminato in questa ricerca dei nomi di località derivati dalla pietra bruta, limitandola noi al territorio marsicano, dominato a nord dalla brulla e inconfondibile mole del Velino, compatto baluardo di 2486 metri, con i suoi circhi, soglie rocciose, argini morenici e vasti brecciai desertici. Il Velino assolato, utero bicorne bicolle che chiude il Fucino, antico lago ormai senz’acqua; il Velino piramidale che si scorge da Roma e sulla cui vetta si riflettono i due mari; il Velino dai nascosti versanti boscosi, vicinissimo d’estate e lontanissimo d’inverno; il Velino ornato da due gioielli d’arte come S. Maria in Valle Porclaneta e S. Pietro in Albe; il Velino massacrato da condomini semidesertici, da demenziali svincoli autostradali e da strade insensate che giungono fino a 2000 metri. Il Velino simbolo della montagna d’Abruzzo.

L’idea dell’ara come luogo di sacrificio rituale si ritrova in molti toponimi abruzzesi, accanto al nome di ansa o anxa, per denotare megaliti destinati all’uso di altari. Anxantum era verosimilmente una città Marsa, e Anxantini i suoi abitanti e discendenti, anche se ancora vi sono dispute sulla sua ubicazione, diversa da Anza (Civita d’Antino, ed Antinati i suoi abitanti), da S. Anzino (località sita sul monte S. Nicola presso Scurcola), da Ansano, casale di Pescina, con la sua chiesa di S. Antio, e da S. Anzuino, casale di Tagliacozzo.
La voce ara deriva quindi da ansa (Varrone, Ap. Macrob. Sat III, 2), che i latini indicavano come la pietra dove si compivano i sacrifici. In Abruzzo i toponimi con il suffisso ara sono frequenti. Nella Marsica troviamo l’Ara dei Merli, in territorio di Lecce nei Marsi, e il sito detto Bonaria, anch’esso in territorio di Lecce, non ancora individuato, malgrado nel tardo Medioevo vi sorgesse una chiesa (S. Angelo) di proprietà dell’Abbazia di Montecassino. Ancora, abbiamo Pagliara (nei pressi di Tagliacozzo), che sembra derivare da Panis Ara (Pane era il dio delle greggi); Aringo, località presso Collelongo; Ceria Aringa, presso Capistrello; Aia della Corte, presso Aielli.
Si giunge così al vero e proprio termine pietra: con il nome di pietre fitte (corrispondenti ai menhirs), vengono indicate alcune località, tra cui nota quella fra Trasacco e Collelongo. La pietra  mara o amara, nei pressi di Opi, segnava il confine tra il territorio dei Marsi e quello dei Sanniti, corrispondente al Monte Amaro: in quei pressi fu ritrovata una iscrizione, su pietra per l’appunto, dedicata a Caio Mario. Pietrasecca è una frazione di Carsoli, arroccata su una rupe a strapiombo, così come nel carseolano ritroviamo Pietra scura (sommità rocciosa) e Pietra forte (antica villa romana). Il monte Pietra Gentile, tra Gioia Vecchio e Pescasseroli, ha tratto il suo nome dalla quantità di pietra trattabile che gli scalpellini traevano dai suoi fianchi. E che dire del monte Pietrascritta, dalla sommità costituita da una singolare schiera di massi enormi e ben squadrati, che suggeriscono un’opera umana. Questa cima separa Ortucchio dalla valle misteriosa della Giostra di Amplero, dove sono state ritrovate vestigia marse, tra le quali il noto e ben conservato letto d’osso di Collelongo. Vicinissima alla Pietrascritta troviamo l’insenatura di Arciprete, sulla cui sommità  alcuni storici vogliono situare l'antichissima Archipetra, sprofondata nella sottostante valle probabilmente in seguito a uno dei devastanti terremoti che ogni 500-1000 anni fanno una capatina nella zona.
La Pietracquaria è un masso enorme sito nei pressi della vetta del monte Salviano (Avezzano), dove sorge l’omonimo santuario dedicato alla Madonna insieme ai resti del castello.
La Pietra Incatenata è un grosso masso sito nei pressi di Castellafiume, sul versante sud del monte Girifalco, che ha l’aspetto di un enorme dolmen quasi sospeso in aria, sul quale è stata, in tempi antichi, piantata una croce: qui dobbiamo accennare all’usanza di piantare croci sulle sommità rocciose (ancora oggi assai praticata). La tradizione popolare vuole che tutte le forme rocciose di grandi dimensioni o molto visibili ed esposte, comprese le cime dei monti,  siano ricettacolo di esseri soprannaturali, come diavoli, fate, streghe ecc. Da qui l’usanza di piantare croci su ognuna di tali formazioni, dall’epoca della cristianizzazione in poi.
Petra Imperatoris è situata nei pressi di Pescocanale, ed è ricordata nelle bolle di Pasquale II nel 1115 e di Clemente III nel 1188, nella loro descrizione della Diocesi dei Marsi, mentre Penna Imperatoris (che introduce il toponimo Penna), era un castello marsicano, sito nei pressi di Luco, che il Di Pietro identifica con l’antica città di Angizia, distrutta nel 347 da P. Cornelio (Livio IV, 32), e risorta con questo nome.
Le penne sono molto frequenti nella toponomastica abruzzese (prima fra tutte la città di Penne): Pennadomo, Penna S. Andrea, Pennile, Forca di Penne ecc.
Questo termine corrisponde a quello di peschio, e derivato dal celtico penn, che significa alto monte. Ecco spiegata la provenienza del nome Appennino: Stefano di Bisanzio affermava che “Appenninus mons a Penna quae est summitas”. Ecco quindi affacciarsi i nomi di Pescocanale, Pescasseroli, Pescorocchiano, Pescosan- sonesco, Pescosolido, Pescocostanzo (i primi due nella Marsica) ecc. e toponimi quali Peschio delle Ciavole, Peschio ‘mmuraturo (Imperatore) presso Venere di Pescina, Peschio Fracido (Valle Roveto), Peschio d’Orlando (Petrella Liri).
Ricordiamo infine i toponimi dati come ricordo di sepolture costituite da ammassi di pietre, dette macerine, morre, ciocche: a partire dal monte Morrone (da parte il Morrone di Pacentro della Maiella) sito nel gruppo del Velino, la Ciocca dei morti a Collelongo, la Morrecita e le Macerine di Lecce Vecchio, e l’odierna Morrea, rocciosa frazione di S. Vincenzo Valle Roveto.
Il cerchio quindi si chiude sulla pietra abruzzese: la Grande Montagna ha partorito gli aborigeni (Abrutium), i quali, denominando le loro pietre, le hanno elevate a perenni testimoni della loro storia.

1 G. Pansa: Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo. Forni, 1978 (Rist. dal 1924)

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