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La misteriosa lince


La storia della lince in Italia e, in special modo in Abruzzo, è avvolta nel mistero. Sul suo passato e sullo stesso presente, si afferma tutto e il contrario di tutto: dove viveva un tem-po? E' tornata, sì, ma come? E potrà restare, sopravvivere, espandersi? Hanno davvero ragione quanti insistono nell'affermare che la lince non c'era mai stata, nell'Appennino e che qualcuno forse ha voluto riportarla qui clandestinamente? Una strana vicenda un "giallo", forse. Ma, più probabilmente, una "commedia all'italiana".

E’ una vicenda storica, scientifica, naturalistica ed anche culturale ed umana che meriterebbe d’essere narrata in ogni particolare. Per ora, tuttavia, limitiamoci ad anticiparne qualche sommario dettaglio. Iniziando da quanto affermava su questo splendido gattone il più autorevole studioso del secolo scorso, il francese Louis Lavauden, che nel 1930 pubblicò la più completa monografia sulla lince. Ebbene, questo animale è stato, al contrario, completamente misconosciuto. Esso è rimasto, per così dire, ignorato dalle popolazioni che hanno vissuto a contatto con esso, né ha lasciato alcuna traccia nel folklore delle nostre provincie montane. La sua scomparsa totale ed antica dal nostro territorio è stata affermata con singolare tenacia: e gli zoologi più illustri hanno scritto, sulla lince, delle autentiche enormità.
Per i trattati ufficiali la lince scompare dal nostro Paese all’inizio del secolo scorso. Ma, attenzione, ci si riferisce di solito soltanto alle Alpi, compreso il Parco Nazionale Gran Paradiso, di cui si conoscono e conservano diversi esemplari impagliati. Scendendo verso l’Appennino, per non dire nel Mezzogiorno, si piomba nella nebbia sempre più fitta e, poi, si precipita nel buio. Nel senso che affiora qua e là qualche notizia, ma le tradizioni venatorie meno evolute non restituiscono prove materiali certe, molte raccolte naturalistiche sono andate distrutte, e ben pochi se ne sono mai occupati così a fondo come l’argomento meritava. Gli zoologi più autorevoli e competenti, quindi, mettono sulla questione il punto finale: la lince, probabilmente, non è mai esistita (in epoca storica recente) sull’Appennino, e tutte le segnalazioni si riferiscono, piuttosto, al gatto selvatico. Ad affermarlo è dapprima Alessandro Ghigi nel 1911 e nel 1917, ma poi Augusto Toschi ribadisce questo concetto nel 1968. E nessun zoologo professionista italiano si occuperà più della questione, se non per liquidarla con una scrollatina di spalle…

E dire che la lince è riportata in trattati e libri, da almeno quattro secoli, che figura nei resoconti di viaggio degli stranieri discesi nella penisola per il “Grand Tour”, e che era familiare a pastori e montanari, i quali la chiamavano spesso “gattopardo” o “lupo cerviero”… Sì, proprio nell’Appennino, ed in modo particolare nelle “terre d’Abruzzo”. Sentire affermare dall’autorità accademica, a titolo di puro scientismo, che la lince non esisteva in Abruzzo, faceva sorridere sotto i baffoni qualche vecchio e saggio pastore delle montagne marsicane, di cui ricordo ancora la figura austera e suggestiva: ma soprattutto divertiva lei, “la fiera dall’acutissima vista”, come la definiva lo studioso Leonardo Dorotea di Villetta Barrea. E lei se ne stava rintanata nei luoghi più inaccessibili, in attesa di tempi migliori…
Quell’asserzione un po’ frettolosa di pur rispettabili studiosi mi lasciava perplesso, così come non mi convincevano i certificati di morte stilati a tavolino dai loro assai meno esperti, ma ben più pieni di sé, cattedratici, successori. Come dirsi certi dell’assenza della lince, senza avere verificato con cura e pazienza almeno le testimonianze più importanti? Quale indagine poliziesca o giudiziaria, condotta con metodi simili, porterebbe a risultati soddisfacenti?
Decisi allora di approfondire la questione, consacrandole qualche briciola del mio scarso tempo libero. Lavoravo e studiavo, cercavo con passione la mia strada in condizioni non facili, per molti rappresentavo forse uno strano “avvocato naturalista” che si occupava di animali, piante e insetti girando per la montagna, e che si indignava quando s’imbatteva in enormi patriarchi verdi, fossero faggi o querce, villanamente abbattuti per quattro soldi.

Fu al principio del 1969 che un quotidiano romano (per la precisione, Il Giornale d’Italia del 4-5 marzo, nella rubrica “La fauna d’Italia”), pubblicò un mio articolo sulla lince, che sottotitolava: “esiste ancora o è estinto questo bellissimo predatore?” Non si trattava soltanto di un sasso nello stagno, era molto di più: significava esporsi al rischio di passare per pazzo o per eretico, e di incominciare ad essere osservato come un fenomeno anomalo da gran parte del mondo accademico. Ma c’era anche, per fortuna, chi credeva nella validità di certe “intuizioni”, e quindi mi incoraggiava: furono il genetista Giovanni Montalenti, lo zoologo Baccio Baccetti e l’etologo Danilo Mainardi, per i quali nutro ancora vera riconoscenza e stima profonda ad oltre trent’anni di distanza.

Una decina di giorni dopo l’articolo, il 16 marzo 1969, a conclusione di una incredibile battaglia assumevo il ruolo di Direttore Soprintendente del Parco Nazionale d’Abruzzo, che da ben sei anni languiva nel più totale abbandono e sfacelo. E, per molti anni, continuai a ricercare notizie sulla misteriosa lince nei sempre più scarsi attimi di tregua che la strenua lotta “sul fronte della natura” mi concedeva. Ma già nel 1971 potevo pubblicare, grazie anche ad un piccolo contributo del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), una prima monografia sulla lince per la Società Italiana di Biogeografia: cui feci poi seguire, in moltissime occasioni, altri articoli, interviste e lavori a carattere eminentemente divulgativo.

L’attenzione dei naturalisti più avvertiti e di parecchi studiosi stranieri su questo argomento cresceva, anche per l’analogia con vari casi piuttosto simili: la lince nei Pirenei francesi e in Grecia, il puma nella parte orientale degli USA, e poi altri felini sparsi qua e là nel mondo… Ma ciò non smosse minimamente il mondo accademico ufficiale, che nel 1981 indusse il CNR a pubblicare una enorme e costosa monografia ufficiale sui grandi Mammiferi d’Italia, da cui la lince veniva categoricamente esclusa. In altre parole, come dire: non esiste alcuna lince qui da noi, né nelle Alpi, né nell’Appennino; e quindi non ne vogliamo sapere nulla.

E invece a quell’epoca pochi, isolati gruppi di linci sopravvivevano miracolosamente, celandosi negli anfratti e nei luoghi più remoti del nostro Paese: non solo nell’Appennino, e in special modo in Abruzzo, ma probabilmente anche nelle Alpi, sia orientali che occidentali… Ed era anche sicuramente iniziata la “calata” delle nuove linci, sia dal settore orientale che da quello transalpino, dove proprio in quegli anni si stavano registrando tentativi più o meno positivi di ripopolamento.

Fu dunque nell’autunno dell’anno 1991 che credetti opportuno  organizzare sull’argomento un seminario capace di richiamare grande partecipazione di pubblico e di appassionati. Intervennero tutti gli esperti più autorevoli e famosi, tra cui Peter Jackson, Presidente del Gruppo Felini dell’UICN (Unione Mondiale per la Natura) e Ulrich Wotschikosky, specialista tedesco appunto di linci e, con loro, moltissimi altri.

Il Convegno venne riconosciuto da tutti come un grande successo, e portò ad alcune conclusioni innegabili quanto evidenti. La lince era esistita davvero nell’Appennino in passato, e vi stava ricomparendo oggi, anche se non risultava facile comprenderne cause e dinamiche, su cui sarebbe stato poi necessario indagare con maggior approfondimento. Questo felino meritava senz’altro di occupare il proprio posto nell’ecosistema forestale appenninico, anche se alcuni esperti vi si opponevano con i più incredibili pretesti: primo, secondo loro non vi era mai esistita; secondo, comunque non restavano spazi sufficienti né habitat adeguati; terzo, in ogni caso il suo ritorno sarebbe stato disastroso per gli ungulati, e soprattutto per il camoscio d’Abruzzo. Peccato, però, che nessuno di questi argomenti avesse un minimo di fondamento: perché anzitutto la lince c’era sempre stata e c’era ancora; e poi perché l’ambiente era ottimo, come veniva provato dalla stessa presenza dell’orso marsicano e del lupo appenninico. E, inoltre, la sua azione di predatore sarebbe stata limitata sull’agile camoscio, utile sull’ormai onnipresente capriolo, sporadica su altre specie, e tutto sommato complessivamente benefica. Perché allora  contrastarla? Un animale del genere, se fosse davvero scomparso recentemente, avrebbe potuto essere reintrodotto, o no? Quest’ipotesi venne pure presa in considerazione, ma alla fine a bloccarla non furono certo gli argomenti speciosi e futili dei soliti contestatori. Fu invece qualcosa che essi neppure sognavano: e cioè il fatto che la lince stava lentamente riprendendosi ed espandendosi da sola, per forza propria, la forza inarrestabile della natura. E come ebbi modo di ripetere in più occasioni, in questo caso introdurre linci diverse, magari provenienti dalle fredde foreste mitteleuropee, sarebbe stato un errore gravissimo.

Molti colpi vennero quindi incassati dagli scettici irriducibili, che comunque continuarono a tacere nell’imbarazzo suscitato dall’evidenza lampante in chi non vuole riconoscere alcuno dei propri grandi o piccoli errori.
La “procedura-silenzio” sulla lince dell’Appennino imperava a tal punto ancora al principio degli anni Novanta, che dovetti finalmente riprendere l’iniziativa. Costituii così nel 1993 il Gruppo lince Italia che, grazie ad un ottimo nucleo operativo, incominciò a raccogliere molti dati. Fu dunque, negli anni 1994 e 1995  che, dopo ripetute conferme, decisi di rendere ufficiale attraverso il Parco, la notizia certa che la lince viveva ancora nell’Appennino, che la sua presenza nel Parco  sembrava ormai  stabile (con 8-10 individui) e che non mancavano segnalazioni da altre zone più o meno prossime. Ma la reazione dell’establishment non si fece attendere: non potendo più negare l’evidenza, lanciò persino la diceria che sì, magari qualcuno di questi felini poteva ora esser presente, ma solo perché a “lanciarli” ero stato io stesso. E cioè colui che in precedenza aveva già “lanciato” dall’alto lupi con paracadute e sacchetti di vipere, secondo due delle “leggende metropolitane” più popolari e diffuse, anche se ovviamente riferite a fatti mai provati, e comunque del tutto falsi. Dal 1999 in poi, al Gruppo lince aggiunsi la collaborazione di due validissimi esperti francesi, che avevano già studiato la “fantomatica” lince dei Pirenei, Luc Chazel e Muriel Da Ros, i quali impressero nuova energia alla ricerca.
Ma, via via che le prove diventavano schiaccianti, le contestazioni aumentavano, creando soltanto confusione negli osservatori esterni. Nessuno si preoccupava invece di coadiuvare il Parco e il suo Centro Studi Ecologici Appenninici (da me fondato nel 1972), verso una indagine integrata anche sul piano genetico, ciò che davvero avrebbe contribuito a chiarire molte cose.

A distanza d’un terzo di secolo dall’inizio della vicenda, la soluzione finale del “giallo” è a portata di mano, ma molti si ostinano a non vederla. La lince vive in Abruzzo, ed anche in altre parti dell’Appennino, e forse tornerà pian piano ad espandersi come una volta, o persino di più. Potrebbe essere discesa da sola dalle Alpi? Un viaggio lungo e difficile, ma non del tutto impossibile. Potrebbe essere stata liberata segretamente da qualcuno, magari di notte? Nessuno può escluderlo categoricamente, ma non vi sono né prove, né indizi e, in genere, questi interventi hanno  alla lunga ben  scarso successo. Per entrambe le ipotesi inoltre, se si trattava di individui “forestieri” (o, come vengono abitualmente definiti, pionieri e “fondatori”), è assai arduo credere che essi vivano, oggi, proprio nelle stesse zone dalle quali, nei secoli scorsi, pervenivano le ultime precise e costanti segnalazioni. E allora? Perché mai escludere a priori che questo felino, come molti altri, sia riuscito a sopravvivere assumendo comportamenti “criptici”, elusivi e sfuggenti? Perché, poi, intestardirsi a ritenere che l’uomo abbia sempre ragione, e che sia vero soltanto ciò che egli vede e comprende in quel momento? No, la realtà è assai più vasta, ricca e complessa. No, il vecchio “lupo cerviero” conosce  verità che noi neppure sogniamo, e può insegnarcene molte. Sì, bentornato “gattopardo”.

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