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Perché tanta ricchezza e varietà


Aggrovigliate in un'infinità di intricatissimi e misteriosi rap-porti, milioni di specie diverse di animali e vegetali popolano la biosfera, e cioè quel sottile strato del pianeta dove, tra terra, aria ed acqua, è possibile il miracolo della vita.

Estinzione: la spada di Damocle della natura e della vita

Un vero Paradiso terrestre, ricco di ogni risorsa naturale disponibile a profusione; generosamente messa a disposizione di un grande “Re del Creato”, ansioso soprattutto di crescere e moltiplicarsi; e magari disposto a travolgere qualsiasi ostacolo materiale e morale che possa impedire, o anche solo ritardare, la sua gloriosa marcia verso l’assoluta perfezione e soddisfazione; pronto ad affermare il primato sublime dell’uomo e del progresso, sostenitore del proprio ruolo di centro ed apice dell’universo, indifferente a tutto il resto; perché capace di dominare ogni cosa, essere e realtà vivente, nel nome di un luminoso quanto incontestabile destino.

Ma la storia dell’unico pianeta privilegiato dalla vita, se un giorno verrà scritta, documenterà invece una realtà ben diversa. E dirà di centinaia di specie animali splendide e preziose, annientate dalla cecità di un essere che, pretendendosi centro e motore dell’universo, si muoveva nel cuore di delicati ecosistemi con la grazia sguaiata d’un pachiderma bendato e ubriaco, catapultato di colpo all’interno delle più fragili cristallerie.

I naturalisti degli anni Sessanta stimavano a 3 milioni le specie zoologiche viventi, di cui la metà appena era stata già individuata e descritta dalla scienza ufficiale, mentre il resto restava ancora sconosciuto (per la stragrande maggioranza, insetti). Ma adesso si ritiene che, in realtà, le specie animali tuttora viventi sulla Terra risultino assai più numerose, con una novità assoluta rispetto ai secoli e ai millenni passati. Oggi, per colpa esclusiva di una sola specie, la maggior parte di loro rischia davvero di scomparire silenziosamente per sempre, prima ancora di essere scoperta, conosciuta e magari anche amata, o almeno apprezzata. Secondo molti studiosi, infatti, vi sarebbero nel mondo oltre 10 milioni di entità diverse di viventi, con una concentrazione estrema nelle zone equatoriali, e specialmente nelle foreste tropicali pluviali: ma il ritmo con cui questi ambienti, con tutti i loro abitanti, continuano ad essere inesorabilmente distrutti è tale che già oggi scompare forse una specie al giorno: e non è purtroppo lontano il tempo in cui l’estinzione mieterà le proprie vittime al ritmo di una ogni ora.

“Estinzione è per sempre”, avvertono da molti anni le Cassandre ambientaliste, e le nostre potrebbero essere davvero le ultime generazioni a vivere in un mondo variopinto e ricco di specie. è una strana, miope, assurda guerra globale che la specie più egoista di tutte,  Homo sapiens, ha sferrato contro le altre creature del mondo, in fondo colpevoli soltanto di esistere. E continuando in questo modo, ben pochi ignorano chi alla fine ne uscirà vincitore… Ma sarà poi una vera vittoria? “Cos’è l’uomo senza gli animali?” - si chiedeva il Capo Pellerossa Sealth - “Se tutti gli animali scomparissero, l’uomo morrebbe di una grande solitudine di spirito. Poiché qualunque cosa capiti agli animali, presto o tardi capiterà anche a lui”.

Come ha scritto Nicholas Georgescu-Roegen, “geni atavici molto resistenti fanno dell’uomo un animale fondamentalmente aggressivo ed egoista”. E sta proprio in ciò il segreto del suo successo su ogni altra specie vivente: ma incomincia a farsi strada l’impressione che di questa vittoria di Pirro vi sarebbe davvero ben poco da rallegrarsi, se tra non molto nel destino dell’uomo non dovesse scorgersi altro che un immenso, crescente deserto da lui stesso creato lungo il proprio cammino.

La vera intelligenza dell’umanità consisterà quindi nel continuare ancora su quella strada o nel percepire, mentre è ancora in tempo, il proprio vulnerabile tallone d’Achille, e decidere quindi di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Arche di Noè di ieri e di oggi
Per molti uomini la storia dell’Arca di Noè non rappresenta, come il mito di Atlantide, che una delle antiche leggende dotate di potente carica simbolica, e l’idea degli animali salvati da un’umanità sensibile e previdente costituisce semplicemente una bella favola da raccontare ai bambini. Molti scienziati sono tuttavia d’avviso diverso, e benché prove inconfutabili dell’esistenza dei resti della favolosa imbarcazione sulle pendici del Monte Ararat non pare siano state ancora raccolte, ritengono d’aver trovato elementi sufficienti per affermare che immani catastrofi come quelle narrate dalla Bibbia e dagli antichi scrittori, o tramandate nelle tradizioni orali di molte popolazioni primitive, siano realmente accadute. E che si trattasse della successione preistorica tra periodi glaciali o interglaciali, oppure delle ricorrenti catastrofi originate dalle gigantesche onde anomale ben note come tsunami, o ancora di altri cataclismi collegati ai titanici fenomeni di assestamento della Terra.
Ma tutti questi eventi avevano però una caratteristica comune: non erano mai prodotti dall’uomo, ma causati dalle forze della Natura. Trasmettevano, anzi, un messaggio   umano altamente positivo: perché l’uomo s’adoperava per l’urgente salvezza, e non per la progressiva distruzione, degli altri esseri viventi.

Assai diversa appare invece, senza alcuna possibilità di dubbio, l’attuale drammatica  situazione: perché oggi gli animali della Terra rischiano di soccombere di fronte a nuove alluvioni provocate esclusivamente, o prevalentemente dall’uomo, ed è quindi su di lui che incombe la più grande delle responsabilità: prodigarsi in ogni modo possibile per soccorrere tanto i propri simili, quanto le altre creature del pianeta. E cioè per salvare quel mondo dal quale dipende, in fondo, la sua stessa sopravvivenza.

Forse è proprio ritornando alla purezza dei popoli primitivi, e ritrovando le radici di una profonda cultura primordiale della Terra e delle sue risorse, che potremo sperare di rigenerarci, per recuperare un più equilibrato rapporto con il nostro ambiente. Forse, dall’atto di umiltà con il quale finalmente riconosceremo i nostri limiti scaturirà la rivalutazione d’un senso di mistero primevo della vita e dell’universo, che nessun prometeico progresso tecnoscientifico sarebbe in grado di svelare, senza contaminare il mondo e portare al suicidio l’umanità. Un senso del “sacro” che agli albori della storia accompagnava ogni elemento della natura, inducendo a rispettarlo e garantendone così la perpetuazione: e che nessuno sviluppo dell’umana conoscenza può presumere di aver superato, avendo appena sfiorato in superficie i confini di una profonda e inafferrabile realtà. Una nuova coscienza ecologica planetaria, fondata sull’equità e sulla solidarietà, dovrà sostituirsi a quella cultura della competizione e della sopraffazione, che ha finora ispirato i rapporti tra l’umanità e la natura. Uno spirito di armonia cosmica oggi smarrito, ma che dovremmo saper riconquistare, vivere e tramandare alle generazioni future.
Saranno i Parchi Naturali la nuova Arca che salverà la ricca Biodiversità della Terra, assicurando così l’integrità dell’uomo stesso? Sì, i Parchi costituiranno una pietra miliare fondamentale: eppure occorrerà far molto, ma molto di più. Perché l’uomo dovrà dimostrare di saper ricreare una nuova, più alta morale planetaria, sentendosi parte infinitesimale, ma essenziale, di un tutto unico: di un universo che egli può, e deve, assolutamente contribuire a conservare. Dovrà prender cura della sua Terra-patria, del pianeta che gli antichi chiamavano Gaia, di quello straordinario “sistema vivente” al quale noi tutti, con i figli dei nostri figli, siamo indissolubilmente legati.

La volontà fortissima di salvare tutta la meravigliosa vita sulla Terra sarà la vera, nuova Arca del nostro tempo.

 

A cosa servono tutti questi insetti


Ecco una bella domanda, alla quale forse molti non saprebbero rispondere… “Proprio a nulla, meglio cancellarli tutti dalla faccia della terra!” esclamerebbe allora il classico “uomo della strada”, eppure… A questo punto qualcuno dovrebbe avvertirlo che sta imboccando la strada sbagliata, perché senza queste moltitudini piccole, ma onnipresenti, il mondo continuerebbe a girare, sì, ma certamente non sarebbe più lo stesso. Proveremo a spiegarne il perché, offrendo qualcuno degli esempi più significativi.
Tanto per incominciare, senza “Sorella Ape” non avremmo più il miele, e con esso perderemmo anche tutti gli altri preziosi prodotti del laborioso Imenottero. E di sicuro, avremmo anche assai poca frutta: perché è bene non dimenticare che l’80% della frutta di cui ci nutriamo gode della cosiddetta “impollinazione entomofila”, vale a dire viene impollinata proprio ad opera di quegli insetti che noi consideriamo brutti, inutili e fastidiosi… Ma le piccole creature a sei zampe non si fermano qui, perché senza di loro assai pochi Uccelli, Rettili e Micromammiferi riuscirebbero a sopravvivere, e molte piante non potrebbero neppure riprodursi. Senza gli Scarabei carnivori e le Vespe predatrici, Vermi e Lumache si moltiplicherebbero illimitatamente, e senza le variopinte Farfalle anche la stagione più bella apparirebbe triste e grigia.
E poi, vogliamo pensare per un attimo anche allo Scarabeo sacro, che veniva adorato dagli antichi Egizi come simbolo dell’eterno prodigio della Natura e della Vita, una piccola ma enorme forza capace di animare lo stesso Sole? Siamo davvero sicuri, noi civilizzati artefici del progresso e padroni della tecnica, di non avere più alcun bisogno di lui? Sostenerlo con sicurezza, in realtà, sarebbe non solo sbagliato, ma anche superficiale ed arrogante. Proviamo a chiedere cosa ne pensino gli allevatori di bestiame delle praterie australiane, che dopo aver introdotto ovini e bovini dall’Europa rischiarono di perder tutto, perché… I pascoli si isterilivano, le erbe non si rigeneravano, gli animali vagavano macilenti alla ricerca di cibo, per poi crollare esausti. Cosa mancava allora? Possibile che fosse proprio l’assenza dei Coleotteri coprofagi (detti volgarmente Scarabei stercorari) a causare la carestia. Dopo una serie di analisi approfondite, si giunse alla conclusione che era proprio così: la mancanza di questi Insetti biodecompositori aveva determinato la degradazione dei prati, rendendo la loro copertura vegetale del tutto incommestibile. Fu necessario reintrodurre  i preziosi Insetti dai Paesi più vicini, e questi lanciatisi all’attacco delle deiezioni animali le trasformarono rapidamente in particelle di utilissimo concime fertilizzante.
Esistono all’incirca il doppio di forme d’Insetti rispetto a tutte le altre creature viventi sommate tra loro: gli Insetti sono così abbondanti in specie e individui che il loro peso complessivo supera di gran lunga quello di tutte le altre entità animali del nostro Pianeta. Gli Insetti costituiscono i veri e propri insostituibili “pilastri” della maggior parte degli ecosistemi, e rappresentano quindi una delle più solide “basi” per la perpetuazione della stessa vita sulla Terra.
Quanto al numero di specie di Insetti viventi oggi sul Pianeta, esso risulta ancora sconosciuto, e quasi impossibile da calcolare: ma supera certamente il milione, e ciò di cui pochi dubitano è che circa la metà di queste specie resta ancora concentrata nelle foreste tropicali umide, uno degli ambienti che oggi soffrono purtroppo del più rapido declino. Secondo alcuni studiosi, tuttavia, gli Insetti ancora da “descrivere” con tanto di nome latino sarebbero assai di più, e conterrebbero addirittura un numero di specie stimato tra i tre e i dieci milioni: e nessuno può negare che ogni giorno vengano scoperte nuove sorprendenti forme di vita, in quasi ogni ambiente ecologico esplorato, con varietà di adattamenti straordinaria quanto imprevedibile.
La dimensione media di un Insetto è circa un centimetro, il suo peso un paio di grammi, e la durata della sua vita un paio di settimane. Certi entomologi stimano che il numero complessivo degli Insetti sul Pianeta superi l’incredibile cifra di 10 miliardi di miliardi di individui: ma questa è forse una quantità che nessuno mai riuscirà a calcolare davvero, né a controllare in modo sicuro.

 

Perché Dio inventò la mosca


Capita spesso di sentir formulare domande del genere, nel pieno della calura estiva e all’apice della fastidiosità dei noiosissimi ditteri. Secondo Sant’Agostino, Dio creò la mosca per punire l’arroganza umana. Benché ci ostiniamo a considerarla un vero abominio sociale, questa bestiola è infatti assai più simile a noi di quanto non siamo disposti ad ammettere: inquinante, prolifica, opportunistica e incline all’esplorazione, e quindi alla conquista del mondo. Secondo un biologo, invece, Dio inventò un insetto così invadente e indistruttibile per mortificare piuttosto la devastante arroganza tecnologica del DDT: che, orgogliosamente presentato come “l’assassino degli assassini”, non solo non l’ebbe vinta sui piccoli insetti ma ne produsse, attraverso il meccanismo della selezione naturale, generazioni sempre più forti e resistenti. La mosca accompagna l’uomo fin dagli albori della sua civiltà, e la sua raffigurazione più antica, su un sigillo della Mesopotamia, risale addirittura a 3000 anni prima di Cristo. Tutti gli espedienti per disfarsene – comprese le gare per ragazzi con premi ai gruppi che ne uccidessero di più: a Washington, nel 1912, una squadra di giovani vinse 25 dollari dimostrando d’aver ucciso 343.800 mosche! – sono risultati pateticamente inadeguati. Ed è pur vero che, come ogni altro invertebrato, la mosca ha una funzione fondamentale negli equilibri biologici e nelle catene alimentari, contribuendo alla biodegradazione della sostanza organica e fornendo cibo a molti ragni, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi: ma il fatto è  che, secondo l’uomo, si registra una evidente sovrabbondanza di questi poco simpatici insetti a due ali.
La mosca è certamente un vettore di microbi, ma costituisce materia di ardua controversia se sia lei ad infettare l’uomo, o non avvenga il contrario. Un accurato studio comparativo dimostrò che le mosche di una malsana periferia cittadina portavano con sé 500 milioni di batteri, mentre quelle di un vicino centro in regola con le norme igieniche non giungevano che a 100 mila.
Questo insetto maledetto, allora, non sarà per caso lo specchio e il riflesso dell’uomo stesso? E la profonda causa della sua esplosiva invadenza non risiederà forse, come per ratti, blatte e zanzare, nel sudiciume? Le mosche sono in realtà, come ogni biologo ben sa, la resurrezione e reincarnazione della nostra sporcizia: ecco probabilmente la ragione per cui le odiamo con tanta ferocia, e cerchiamo di annientarle totalmente, anziché eliminare o almeno ridurre il lato peggiore di noi stessi. Chissà. Forse le mosche sono il nostro destino e, come sostiene lo scienziato-scrittore Richard Conniff, prima o poi, in un modo o nell’altro, ci avranno.

'biodiversita';