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Alberi Sacri


Grandi alberi, Alberi monumentali, Patriarchi verdi, Matu-salemme della foresta, Alberi padri, Alberi maestri, Alberi re, Alberi giganti…

Infinite possono essere le varie, talvolta fantasiose definizioni che l’immaginario ha coniato per i colossi che dominano selve, boschi e foreste, o che si stagliano nel verde nobilitando prati, radure e pascoli, come ultime sentinelle d’un mondo primordiale: ma per me, verso lo sbocco d’un percorso che per mezzo secolo mi ha sempre più impegnato a lottare in loro difesa, nessuna denominazione può eccheggiare meglio di Alberi sacri, perché tali apparivano ai popoli più vicini alla natura, e ancor più preziosi, straordinari e degni di rispetto dovrebbero risultare per tutti noi, che abbiamo avuto la grande fortuna di ereditarne la custodia.

In decenni di battaglie naturalistiche, ho cercato di salvare migliaia di alberi ed intere foreste, sfatando l’opinione che il detto “pianta che non fa frutta, tagliala tutta”, tipico del contadino toscano, rappresenti la vera saggezza popolare.

E’ stata una lotta a colpi di idee e di civiltà contro scuri e motoseghe, che nascondono interessi e speculazioni enormi, assai poco note ed indagate dagli italiani.

Nei 33 anni in cui ebbi a dirigere il Parco Nazionale più difficile, quello d’Abruzzo (prima che la situazione cambiasse drasticamente), avevo bloccato i tagli industriali, preso in gestione tutte le selve e le foreste (non per tagliare, ma per lasciar crescere e invecchiare in pace), rivelando il valore eccezionale dei grandi alberi, appunto di quei patriarchi verdi plurisecolari che gli antichi adoravano come “sacri”. E’ stato calcolato che, grazie a questa strategia “controcorrente” che non mirava al profitto immediato, ma all’equilibrio e all’armonia con la natura, oltre 10 milioni di faggi siano stati sottratti al taglio. Ed è noto che proprio grazie a questo sistema idrogeologico sano, milioni di persone delle valli e pianure circostanti possono continuare a sfruttare acqua abbondante e di eccellente qualità. Un calcolo assai semplice ed incontrovertibile può dimostrare il valore degli alberi e delle foreste salvati con grande fatica, ma con la crescente adesione delle popolazioni locali. Secondo i dati delle indagini idrogeologiche fatte svolgere in passato, e rese note nel 1997, il bacino imbrifero del Parco Nazionale d’Abruzzo fornisce ogni anno alle regioni circostanti oltre 150 milioni di tonnellate di acqua di ottima qualità, il cui valore per uso domestico corrisponderebbe a 235 miliardi di lire, e per uso potabile ad almeno 50.000 miliardi di lire: vale a dire, diecimila volte più di quanto lo Stato non investisse all’epoca per quel Parco sfortunato. E questa utilità idrica non è che uno dei tanti benefici costantemente offerti dalla foresta protetta: che ci dona anche, senza chiedere in cambio che un po’ d’attenzione e di rispetto, biodiversità e paesaggio, aria pulita e salute, equilibrio ecologico e climatico.

Di fronte al divieto dei tagli selvaggi e indiscriminati, molte ditte boschive e qualche forestale hanno masticato amaro, ma a tutti i Comuni proprietari dei boschi venivano riconosciuti equi indennizzi, che se oculatamente mantenuti ed amministrati rappresentano la base più solida dei loro bilanci. Eppure, come spesso accade, minacciosi mutamenti incombono, oscurando l’orizzonte. Perché oggi l’aria è cambiata, qualcuno non vorrebbe che più si pagassero i canoni di affitto dei boschi (come se si dovesse imporre ai proprietari di non usufruire del loro bene, senza nulla ricevere in cambio), e per molti altri è ripresa la frenesia del taglio (magari per costruire piste da sci, là dove la neve non è certo più quella d’un tempo, né la stessa delle Alpi, e dove d’inverno spesso ricrescono le margherite). La scure e la motosega risuonano di nuovo in nascosti valloni, sono intaccate con superficialità sconcertante persino le Riserve Integrali.

Nei decenni di pace tra l’uomo e la natura, non sempre facili né tranquilli per coloro che tentavano davvero di difendere alberi e foreste, comunque, ero riuscito a diffondere una cultura del bosco, con la riscoperta della ricchezza dell’albero e della selva viva e vera. Perché, come affermava Horst Stern, “l’uomo di tutto conosce il prezzo, di nulla conosce il valore”. E poi ne paga le conseguenze, con alluvioni, frane e persino con una rapida corsa verso il riscaldamento globale, la desertificazione e la banalizzazione del paesaggio. Perché d’un bosco, andrebbe spiegato con calma e fermezza ai professionisti del taglio, non possono valutarsi solo i metri cubi di legname, ma occorre apprezzare anche tutto ciò che ci dona ogni giorno in ombra, aria, acqua, suolo fertile e ricca biodiversità.

Quando, tentando di riavermi dopo una seria malattia, ho avuto la fortuna di fermarmi, osservare e riflettere con maggior distacco sui problemi delle foreste, mi sono accorto che se l’Abruzzo è triste, le altre parti d’Italia non ridono davvero, per non dire del resto del mondo dove ancora si celano i tesori delle ultime selve primeve e incontaminate. Avendo trascorso più tempo nella Maremma Toscana, sono rimasto sbigottito nel constatare quanto una regione così evoluta stia tornando indietro nella cura del proprio paesaggio e delle antiche, meravigliose querce che ad ogni scorcio lo caratterizzavano. C’èra stata una forte campagna contro l’eccesso di autostrade: chi non ricorda la simpatica iniziativa della Regione? Una bella cartolina con “Tanti saluti dalla Maremma”, ridotta poi dal megaviadotto a “Tanti saluti… alla Maremma”… Oggi si dovrebbe forse lanciare anche un appello più vibrato per la natura, del genere “Un saluto al paesaggio toscano?” Che se ne sta andando pezzo per pezzo, senza che molti se ne accorgano, e soltanto con poche flebili proteste. Dal Chiantishire alla Lucchesia, dal Pisano alla Maremma, molti stranieri considerano la campagna toscana come uno dei luoghi più favolosi dove vivere: e non si tratta certo degli ultimi arrivati, ma di scrittori, artisti, studiosi, giornalisti che hanno girato davvero il mondo. Forse dovrà partire proprio da loro l’allarme per il verde che scompare? Una volta avevamo un immenso Urwald (la foresta primigenia, misteriosa e inviolata). Poi lo trasformammo, con secoli di duro lavoro e unione con la terra, in un grande e ricco giardino, dove a campi coltivati, piccole fattorie e animali da pascolo si alternavano alberi colossali, fitte macchie e solenni boschi d’altofusto. Dove ci porterà il futuro? Sarà davvero la corsa verso lo Steckerwald (e cioè il bosco-stecchino, un alberello ogni 10 metri) - come disse una volta una signora bavarese che vive in Maremma - la nostra agognata meta finale?

Molti sintomi preoccupanti sembrerebbero confermarlo. A parole tutti, sindaci, assessori, amministratori e forestali proclamano l’amore per la foresta e per l’albero. Di fatto, ci propinano poi nei canali televisivi privati una valanga di manifestazioni nel segno del taglio, con poderose motoseghe svedesi, per un bosco davvero “sostenibile”, dove si ricaverà un bel po’ di legname, facendo “pulizia” di tutto il sottobosco. Un ambiente quindi che non sosterrà né l’ecosistema, né l’equilibrio idrogeologico, né l’armonia del paesaggio: ma solo le tasche dei nuovi barbari, che passano razziando e lasciando soltanto la pallida ombra di ciò che avevano trovato. “In Cina una muraglia di alberi contro la desertificazione”, titolava tempo fa uno dei maggiori quotidiani italiani: vale a dire una fascia di boschi di oltre 4.000 km, per proteggere le terre fertili. In Toscana, invece, si spalancano gioiosamente le porte ai vandali e al riscaldamento globale. E resta ancora da vedere, in ansiosa e trepidante attesa, cosa farà infine quell’Abruzzo, che fino a qualche tempo fa si fregiava del meritato appellativo di Regione Verde d’Europa…

Tuttavia, come in certi romanzi e film d’avventura, proprio quando tutto sembra inesorabilmente andare per il peggio, qualcosa di nuovo, inatteso, può davvero accadere. Un segno di redenzione giovane e forte è giunto, proprio quest’autunno, dall’Africa, da quella ricca e vibrante terra oggi sempre più desolata e inospitale, che talvolta non sembra più capace di stimolare alcuna speranza. Perché per la prima volta nella storia il Premio Nobel per la Pace è andato a una donna africana e nera, Wangari Maathai, oggi Vice Ministro dell’Ambiente del Kenya: che con la sua
Organizzazione “Green Belt” ha piantato nell’ultimo trentennio ben 30 milioni di alberi, contro la desertificazione e la miseria, e moltissimi altri ne pianterà in futuro.
Nessun’altra notizia, in questi anni cupi di egoismi e finzioni, mi ha entusiasmato e commosso altrettanto. Finalmente la regola dell’amore materno (“The Law of the Mother”) torna ad affermarsi. E da ciò anche i giovani e giovanissimi, la nostra vera speranza per il futuro (“Kids are the Key”), potranno ora ricavare il più valido insegnamento.

 

Verso un pianeta calvo?


LA LUNGA INESORABILE AGONIA DELLE VERE FORESTE

 Salvare gli alberi, il verde e le foreste dovrebbe costituire un imperativo morale assoluto per tutti i popoli. A chi volesse interrogare sul perchè, potrebbero offrirsi molte risposte, alcune assai semplici ed intuibili: perché è bello, perché è giusto, perché è utile… E già queste ragioni potrebbero essere più che sufficienti. Ma forse ai più increduli e materialisti ciò non basterebbe. Si dovrebbe allora far loro toccare con mano l’energia promanata dall’albero, respirare l’aria fresca che spira dal fogliame, ammirare la ricchezza di vita che alberga tra tronco e radici, tra rami e chioma. Neanche questo è sufficiente? Si potrebbe infine passare alle cifre, sciorinando gli argomenti scientifici e i benefici economici d’un pianeta più verde e rigoglioso, anziché calvo e deserto. Cifre e ragioni ottime, che purtuttavia allontanano dalla “missione natura” intesa come etica, e rischiano ben presto di far scivolare nelle più varie deviazioni tecnologiche ed economicistiche: con il risultato di accettare una visione egoistica e gretta che, come quella oggi dominante, non si  limita a godere gli interessi dello straordinario patrimonio naturale, ma intacca e impoverisce sempre più lo stesso capitale natura: dimenticando e rinnegando così quella stessa “missione natura”da cui era partita.
Ma cerchiamo anzitutto di comprendere meglio l’oggetto di cui stiamo parlando, la biosfera, vale a dire quella Terra vivente senza la quale l’uomo stesso scomparirebbe del tutto. Gli scienziati hanno identificato finora quasi 2 milioni di specie animali e vegetali, dai batteri alle balene, ma in realtà si stima che la biodiversità del Pianeta conti da 30 a 50 milioni di entità diverse, distribuite nei vari continenti, ma concentrate soprattutto nelle foreste primarie delle zone tropicali pluviali.
Negli ultimi decenni, la follia devastatrice del cosiddetto progresso, al di là dei solenni proclami diffusi come comodi alibi dai mezzi di informazione, ha continuato ad avanzare inesorabile di giorno in giorno: e si calcola che probabilmente ogni anno scompaiano da 50 a 100 mila specie, per la maggior parte ancora sconosciute. Il danno che ne deriva, per quanto poco conosciuto e considerato, appare enorme, perché è proprio tra quelle specie viventi che potremmo trovare soluzioni e rimedi per ogni problema ed esigenza dell’umanità, dalla fame all’agricoltura, dalle malattie al benessere. è come se un falò incontrollato continuasse a divorare manoscritti unici, dal contenuto di valore inestimabile.
Individuare le cause principali di questa devastazione delle selve primeve, che si espande a macchia d’olio, non è certo troppo difficile. Si tratta infatti di due fenomeni ben noti, l’estensione dell’agricoltura permanente, di origine locale, e lo sfruttamento forestale, determinato invece soprattutto dall’avidità dei Paesi ricchi.
Dove sono dunque i colpevoli? Con arroganza e ipocrisia senza eguali, i Paesi dominanti, mentre continuano avidamente a fagocitare tutte le risorse più preziose, soprattutto legno e minerali, tentano di far ricadere ogni colpa sulle popolazioni locali. Che sono invece proprio quelle che avevano sempre vissuto in simbiosi con la foresta, preservando il suolo e l’acqua, l’aspetto naturale e la vita selvatica dell’ecosistema nel suo complesso. E in effetti, in molti Paesi come Tailandia e Cambogia, Belize e Venezuela, Brasile e Indonesia, le sole regioni in cui ancora sussistono vaste estensioni di dense foreste sono proprio quelle abitate da tribù primitive, e cioè da gente che non si è ancora lanciata ciecamente verso divinità come la frenesìa e il consumismo occidentale.
Né meno grave è il tentativo di mascherare di verde ogni forma di deforestazione alimentata da enormi interessi economici. Perché secondo la FAO, l’istituzione dell’ONU competente in materia di agricoltura e foreste, lo sfruttamento forestale, a meno che non sia illegale, non risulterebbe mai distruttivo (sic!). E ciò in quanto, secondo gli “esperti” forestali della FAO, una foresta è per definizione “un sistema ecologico che ricopre almeno il 10% di un terreno con alberi alti almeno 5 metri, non sottoposto ad alcuna pratica agricola”.  Quanto alla riforestazione, essa spesso consiste anche semplicemente nell’impianto di essenze a crescita rapida come eucalipti, acacie ed albizzie, che porteranno alla totale scomparsa dell’ecosistema originario. La biodiversità lascia dunque posto al produttivismo, conducendo ad una sorta di ineluttabile reazione a catena di impoverimento progressivo, della quale siamo tutti al tempo stesso vittime e corresponsabili.
Completa questo quadro assai poco brillante uno sguardo ai rimedi, come l’ultranoto Protocollo di Kyoto contro l’effetto serra, in realtà poco più di un palliativo. Se ne è parlato molto, forse troppo spesso, e non sempre a proposito. Perché pur se applicato con ogni impegno, esso non corrisponderà approssimativamente che al 5% dello sforzo globale che sarebbe necessario. Ed è possibile che per ridurre ulteriormente l’anidride carbonica nell’atmosfera, si tenterà di effettuare nuove desolanti piantagioni, finanziandole con lo sfruttamento delle foreste primarie residue.
Una via obbligata verso l’autodistruzione, dunque? La risposta non è semplice, ma una sola cosa è certa: le soluzioni esistono, e dipendono solamente da noi. Il 50% della biodiversità vive nelle foreste tropicali pluviali, molte sono le piante dotate di risorse straordinarie, e  moltisssimi  animali restano ancora da scoprire. Di questi esseri viventi, uno su tre è un insetto, uno su quattro un coleottero: e chi crede davvero che si tratti di creature inutili, e che la selva sia stata collocata lì per essere tagliata, in modo da arricchire i pochi a danno dei molti, ha capito ben poco della vita e degli equilibri ecologici. Perché il mondo ha un bisogno disperato di conservare queste foreste, con tutto ciò che contengono. E se dovessimo assistere inerti all’eliminazione di tutta quella varietà e ricchezza, pagheremmo un prezzo molto alto, anche a danno dei nostri figli, e non avremmo che da vergognarcene.
Eppure non lo scientismo puro, né l’economia globale potranno risolvere questo problema. Solo una formidabile volontà collettiva, tradotta in una scelta politica mondiale, potrebbe salvare la Natura, cuore verde di Madre Terra. Perché, come affermano i nativi delle ultime selve primeve, “gli alberi sono le colonne che sorreggono il cielo, e quando saranno abbattuti, tutto rovinerà su di noi.”

'alberi';