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Tra i fiumi d’Abruzzo


I fiumi sono le strade maestre della civiltà, alle loro foci sono sorte le città più attive e famose, e lungo le loro sponde è cresciuta l'agricoltura più promettente: delle loro acque si sono abbeverati in tutte le epoche i popoli più diversi, del loro pesce si sono nutrite generazioni di abitanti, mentre alle generose fontane hanno sempre sostato pellegrini e viag-giatori di ogni provenienza.

La storia dei fiumi d’Abruzzo racchiude il paradigma delle vicende dell’umanità, dei suoi momenti felici e dei suoi drammi, e delle sue molte inarrestabili metamorfosi. Un territorio ricchissimo di  acque superficiali e nascoste, grazie alla natura calcarea della poderosa ossatura montuosa: ma forse non sempre protetto abbastanza da preservare il prezioso liquido per il futuro.   Dove sorgeva nel Fucino il più vasto lago dell’Italia peninsulare, popolato di pesci e di uccelli, sulle cui rive non a caso gli uomini primitivi avevano dimorato trovando rifugio nelle vicine grotte, e le genti antiche avevano costruito i primi sarcofagi scolpendo non la pietra, ma il legno di gigantesche farnie, le ombrose querce che prosperano negli ambienti umidi. E può suonare quasi incredibile che, a distanza di poco più d’un secolo, in quegli stessi luoghi, oggi intensamente coltivati, molti abitanti locali si ritrovino a dover lottare per poter bere o irrigare, o per ricercare un futuro duraturo per i propri figli e nipoti.
Mentre scompariva l’antico Fucino, sorgevano altrove nuovi bacini lacustri, da Amatrice a Bomba, da Barrea al Cicolano. Fu anche il tempo delle dighe, quelle grandi opere dietro cui, allora come oggi, si celavano interessi politici e industriali assai più consistenti dei reali bisogni delle comunità locali. E a partire dall’ultimo dopoguerra l’orizzonte dei fiumi abruzzesi incominciò a farsi cupo, le minacce si susseguirono e toccò alle popolazioni locali muoversi e battersi, se volevano davvero che quelle acque continuassero a vivere la propria vita.
Nella valle del Sangro, al principio degli anni Settanta un insediamento industriale assurdo quanto indesiderato, la Sangrochimica,  avrebbe sconvolto e distrutto ogni cosa, magari per risolversi in un colossale fallimento, come quelli poi registrati a Marghera e a Taranto, a Siracusa e a Bagnoli, a Gela e a Gioia Tauro e in cent’altri luoghi un tempo incantevoli. Fu proprio un coraggioso abruzzese medico di Benedetto Croce, Beniamino Rosati, a guidare la rivolta popolare, cui partecipò con vitalità ed entusiasmo la gente vera. Né mancò l’appoggio di perosonaggi illustri, come Ignazio Silone, Emiliano Giancristofaro, Felice Ippolito, Pietro Dohrn, Adolfo De Cecco, Lucio Susmel e molti altri. La Sangrochimica ne uscì nettamente sconfitta, e certo questo episodio resta nella storia abruzzese come uno dei più civili e lungimiranti, di cui andar fieri e da ricordare per l’avvenire.
Ma altri pericoli intanto si avvicinavano, e intorno agli anni Ottanta venne il tempo delle cementificazioni, perché la parola d’ordine del momento fu categorica: eliminare la preziosa vegetazione riparia, per far scorrere le acque canalizzate e intubate nel modo più rapido possibile, come per liberarsi presto di quei fastidiosi ammassi di fanghiglia e ramaglie che dilagava a valle d’improvviso, dopo mesi d’aridità e di polvere. Ma ben pochi si chiedevano chi mai avesse ridotto così, poco alla volta, quei percorsi una volta verdi di selve riparie inestricabili, e azzurri di pozze frementi di vita?
Anche la stradomanìa imperante pretese il proprio tributo, e non si accontentò certo di portare i veicoli a motore lungo i fiumi, o di farli scendere liberamente nei loro greti. Volle perforare con un’autostrada, anziché limitarsi a cingerla delicatamente, la più maestosa roccaforte montuosa dell’Appennino, il Gran Sasso: ne violentò non solo le rocce, le cavità e i fiumi sotterranei, ma anche le preziosissime riserve segrete, le falde idriche sospese, facendo così immiserire e inaridire anche le acque esterne circostanti. E per la prima volta dopo secoli, anche i fontanili in quota cessarono di offrire l’acqua tanto gradita ai viandanti.
L’aggressione più recente pretendeva di creare barbari traffici per speculare anche sull’acqua, per guadagnar danaro creando sete ed appropriandosi del bene più intoccabile della comunità: un disegno perverso, bloccato o rallentato per il momento, ma sempre in agguato dietro l’angolo… La prova più evidente del fallimento di una cultura e di un’epoca, che nei fatti rinnegano ogni giorno la natura, e che ogni giorno sembrano sforzarsi di smantellare tutto ciò che un migliaio di precedenti generazioni, sia pur tra inenarrabili difficoltà, era riuscito a preservare.
Naufraghi nelle tenebre di questo delirio, pochi difensori della terra e delle acque di questa regione straordinaria cercano ancora, malgrado tutto, di salvaguardarne il corpo e lo spirito, la sostanza e il sistema circolatorio: e vorrebbero che i fiumi continuassero a discendere liberi all’Adriatico, brulicanti di pesci, sorvolati da stormi d’uccelli liberi e arricchiti di rigogliosa vegetazione. Forse si potrebbe essere ancora in tempo a salvare il volto delle valli, il ritmo della vita, i colori e i sapori tanto apprezzati da chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerli, o di avvicinarvisi.
Conservando così le fondamenta essenziali su cui poggiano il carattere, il fascino e l’identità stessa del vero Abruzzo.

Una ricchezza incalcolabile


Questa ricchezza deriva anzitutto dall’altitudine delle sue montagne e dalla notevole estensione dei suoi massicci montuosi; ma anche dall’orientamento geografico fortunatissimo che questi hanno assunto nel corso delle vicende geologiche e dalla loro natura prevalentemente carbonatica.

L’Abruzzo ha una costa generalmente sabbiosa, piatta e non frastagliata, con colline a ridosso del mare. La fascia collinare, assai bella paesaggisticamente e molto fertile,  ha una larghezza media dal mare Adriatico di circa 25 km ed è solcata da pianure strette,  limitate al tratto terminale dei suoi fiumi.
All’interno di questa fascia è possibile individuare nell’orografia due grandi allineamenti, che danno origine ad un “arco” appenninico  esterno (esposto ai venti umidi marini) e ad un arco appenninico interno, riparato dalle correnti mediterranee adriatiche.

Sull’arco esterno, procedendo in direzione nord-sud, troviamo la Montagna dei Fiori (m 1.815 m), i Monti della Laga (con il monte Gorzano che arriva a 2.455 m), il gruppo del Gran Sasso d’Italia (Corno Grande 2.914 m), il massiccio della Maiella (monte Amaro 2.795 m) e i rilievi dei Monti Frentani (1.389 m).
Il secondo allineamento montuoso, interno, origina nei pressi dell’Aquila (monte d’Ocre, 2.206 m), prosegue col Velino (2.487 m), il monte Sirente (2.349 m) e con tutti i rilievi montuosi Fucensi e Marsicani (monte Greco 2.283 m) e monti della Meta (2.247 m).
Le correnti umide adriatiche, che spirano prevalentemente da Est e Sud-Est, incontrando queste barriere naturali ascendono lungo i versanti, e raffreddandosi danno origine a precipitazioni meteoriche che alimentano riserve idriche sotterranee, importanti sorgenti ed un copioso reticolo idrografico superficiale.
La maggioranza dei fiumi abruzzesi (Tronto, Vibrata, Salinello, Tordino, Vomano, Fino-Tavo-Saline, Foro, Moro, Sangro, Osento, Sinello, Treste, Trigno) nasce così dall’arco appenninico esterno, ed ha un corso relativamente breve. Il loro regime idrico é perenne, tranne l’Aterno-Pescara che scorre per un lungo tratto tra i due allineamenti montuosi descritti, aggirando e poi attraversando l’arco esterno.
Tutte le acque abruzzesi sfociano in Adriatico, ad eccezione di quelle del Turano che immette nel Tevere e del bacino dell’ex lago di Fucino, terzo lago d’Italia per estensione, prosciugato per la seconda volta e definitivamente (la prima fu in epoca romana) alla fine del XIX secolo per ricavarne una pianura agricola, e oggi con il bacino drenato attraverso un’imponente galleria artificiale sotterranea, che convoglia le sue acque nel fiume Liri, che unendosi al Garigliano sfocia nel mare Tirreno.
L’Aterno-Pescara è il fiume adriatico più importante a sud del Po, dell’importanza delle sue dimensioni e del suo rilievo nazionale, non vi è probabilmente molta consapevolezza tra i cittadini, sebbene ciò sia stato sottolineato da geografi e studiosi nei secoli passati.
A titolo di esempio riporto integralmente un brano tratto dalle memorie di un ufficiale francese, il generale Barone Thiébault,  che operò in Abruzzo duecentodieci anni fa:
“Comunque Pescara è a cavallo sul fiume; (…) la Pescara è dopo il Po, il più ricco dei corsi d’acqua che si gettano nell’ Adriatico, (…) non era guadabile, all’epoca del suo soggiorno (…) straripava, e noi non avevamo una sola barca che potesse servire a stabilire un ponte, e la neve, il fango ed il freddo rendevano la costruzione di questo ponte molto difficile…”
Il passaggio del fiume poteva avvenire solo a Pescara, a S. Clemente a Casauria (ove un ponte di pietra costruito in epoca romana ha garantito l’attraversamento per circa 1.100 anni prima che crollasse) oppure per mezzo di “scafe” collocate a Chieti e a Scafa, che ne conserva appunto memoria nel proprio toponimo.
L’importanza socio-economica del fiume può essere riassunta nelle parole che Antonio Montefredine, scienziato e primo direttore del Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi di Pescara, ci ha lasciato scritte nel rapporto delle attività 1930-35:
“La Provincia di Pescara deve molto al suo fiume: le industrie chimiche ed elettriche che ne utilizzano l’energia sono una delle principali ricchezze della Provincia, le sue sorgenti silenziose e maestose costituiscono un paesaggio stupendo, il suo corso finale pianeggiante e tortuoso è largamente sfruttato per irrigazioni agricole, la sua ampia foce costituisce un ottimo porto canale in costante aumento di attività…”

La Pescara (il fiume è storicamente chiamato al femminile) ha un’altra particolarità, assai speciale per le sue dimensioni, si trova interamente entro il territorio regionale. è proprio il fiume dell’Abruzzo, con il suo bacino di 3.200 kmq (pari ad 1/3 della superficie regionale), che interessa tre province ed il territorio di 99 comuni.
La portata media annua supera 50 metri cubi al secondo, sebbene si verifichino piene superiori ai 1000 metri cubi/secondo. La più devastante, a memoria d’uomo, fu quella del 1888, allorché l’intera città di Pescara andò sommersa e molti degli sfortunati che non riuscirono a trovare scampo sui tetti o nei piani alti perirono.
Il regime idrico ordinario del Pescara è invece abbastanza costante a causa del rifornimento idrico garantito da sorgenti che assumono caratteri imponenti.
Le acque di Campo Imperatore, infiltratesi nelle rocce calcaree fratturate e dense di cameroni carsici, alimentano le sorgenti del Vera, fiume di Tempera, nei pressi dell’Aquila, con acque oligominerali naturali che, copiose, costituiscono un ecosistema fluviale ecologicamente pregevolissimo colonizzato, tra l’altro da rari Plecotteri, insetti a larve e ninfe acquatiche, esigenti di acque purissime, fra cui una specie  (del genere Taeniopteryx) endemica, sconosciuta alla scienza fino a pochi anni fa.
Sempre dal grande serbatoio idrico del Gran Sasso sono alimentate le sorgenti del Pescara, oggi Riserva Naturale, che con oltre 70 manifestazioni sorgive costituisce un invaso di acque purissime, colonizzato da uccelli rari; e che alla fine raggiunge la considerevole portata di circa 20 metri cubi/secondo. Non lontano scorre il fiume Tirino che può essere considerato una sorgente nastriforme che incrementa la portata negli 11 km di sviluppo del suo percorso, fino a ben 20 metri cubi/secondo. Nel tratto terminale il fiume è interessato da una storica industria chimica, nella parte alta è inserito all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga. Il Tirino è famoso, fin dall’antichità, per l’abbondanza e la squisitezza delle sue trote, mentre il gambero di fiume - abbondantissimo fino al 1972 ed alla base di prelibati piatti di cucina locale - è scomparso allo stato naturale, come del resto in gran parte d’Europa, negli stessi anni ’70. La tradizione culinaria continua oggi con gamberi  commercializzati da allevamenti.

Il traforo autostradale del Gran Sasso ha ridotto la portata naturale delle sorgenti ed anche la parte collinare del corso della Pescara è notevolmente impoverita delle sue acque, deviate e imprigionate in condotte per la produzione di energia elettrica in 4 salti di quota. La parte terminale del fiume è invece navigabile e la provincia ha in corso un progetto di trasporto fluviale per alcuni chilometri.
La Pescara, in particolare da Chieti alla foce, è molto inquinata, la vegetazione delle rive è assai ridotta e le golene sono state spesso invase da insediamenti abitativi, produttivi e commerciali. Dall’alveo del fiume sono state prelevate, per oltre cinquant’anni fino alla fine degli anni ’70, la sabbia e la ghiaia con cui è stata edificata l’intera città capoluogo.
Anche i tratti terminali degli altri fiumi sono inquinati  a causa di uno sviluppo economico ed edilizio disordinato, mentre le parti medie ed alte conservano ambienti puliti e spesso di assoluto pregio ecologico e naturalistico.
Piccole ma importanti oasi naturalistiche sono state istituite sui fiumi abruzzesi: a Penne (sul fiume Tavo, stazione importante per gli uccelli, ed in cui è stata reintrodotta la lontra), alle sorgenti di Capopescara, a Serranella (sul fiume Sangro) e a Borrello (una serie di cascate, di oltre 200 metri di sviluppo sul fiume Verde, dove vegeta una importantissima stazione residuale di abete bianco e sopravvive un popolamento di gambero di fiume).

 

Storia di un disastro evitato


Ovvero il misterioso progetto di trasferimento delle acque dei tre fiumi più grandi d’Abruzzo in Puglia
Riporto una sintesi del documento-dossier che scrissi nel 2003 appena “annusai” che qualcosa di terribile e denso di illegalità stava per consumarsi ai danni dei fiumi e degli abruzzesi.

I tempi
Negli anni ’70 la Cassa per il Mezzogiorno redigeva un faraonico progetto per la derivazione delle acque di alcuni fiumi abruzzesi per addurle in Puglia.
Nel 1992 la Regione, attraverso l’Assessore Giannunzio, dichiarò la disponibilità a consentire l’esecuzione dell’opera.
Nel 2001 (!) la Regione Abruzzo dichiara formalmente aperta l’attivazione della procedura amministrativa e il progetto, rivisitato, viene inserito nel novero delle “opere strategiche” del governo Berlusconi.

Gli attori
La comunicazione al governo venne data dal presidente  Pace e dall’assessore De Matteis.
Le tavole progettuali recano l’intestazione della Regione Abruzzo quale soggetto proponente, le firme di una misteriosa neocostituita società denominata AMP, con un capitale miserrimo, sede in L’Aquila, con il suo presidente prof. Graham Thompson della multinazionale Binnie Black & Veatch..

La Binnie Black & Veatch
Società d’ingegneria multinazionale anglo-americana (sedi principali a Kansas City, Atlanta e Philadelphia) conta oltre 9000 professionisti in più di 100 uffici nel mondo. Nel campo delle acque vanta di essere implicata con il 20% dei sistemi acquedottistici della Terra. Tra le sterminate attività ingegneristiche, vanta, con enfasi patriottica, collaborazioni e vicinanza al governo degli stati Uniti e attività importanti nel settore degli armamenti. In particolare pubblicizza, via web, expertise su assemblaggio di missili, dispiegamento di sistemi di lancio, assemblaggio di veicoli per lo spazio, sistemi di “comando e controllo” sulle comunicazioni, sistemi energetici altamente sicuri, sistemi radar, sviluppi di  “sorveglianza” topografica… e via armamentando.
è una delle pochissime ditte chiamate da George Bush al business della ricostruzione dell’Iraq assieme alla Halliburton di Dick Ceney, del cosiddetto Washington Group, che accoglie l’accordo per la collaborazione, per interventi in Iraq, del nostro Acquedotto Pugliese, designato destinatario dell’acqua dei fiumi d’Abruzzo.

Il progetto
Prevedeva le captazioni delle acque dei fiumi Vomano, Pescara e Sangro, per almeno 200 milioni di metricubi all’anno. Queste erano previste, rispettivamente, a 32, a 32 ed a 23  km  dalla costa, con tre distinti acquedotti con attraversamenti aerei, stradali e ferroviari. Le condotte, di grandi dimensioni, posate lungo le sponde fluviali, arrivate in Adriatico avrebbero dovuto proseguire, poggiate su un fondale marino di 10 metri, parallelamente fra loro fino in Puglia per riemergere in territorio di Foggia dove avrebbero dovuto alimentare il potabilizzatore di Finocchito, dell’Acquedotto Pugliese.

L’impatto delle opere
La AMP- Binnie Black & Veatch era in procinto, nel luglio 2003, di assicurarsi i diritti di realizzare l’opera e di gestirla sfruttando commercialmente l’acqua abruzzese,  per 30 anni!
Con le altre captazioni regionali previste per altri scopi, si rischiava di ridurre i tre più grandi fiumi d’Abruzzo a torrentelli lasciati a scorrere, soprattutto in estate, in mezzo ad un alveo praticamente svuotato. Persino La Pescara rischiava, nel tempo, praticamente di scomparire!
Qualora l’opera fosse stata realizzata, nella poca acqua rimasta erano prevedibili:
• incremento delle concentrazioni degli inquinanti;
• esposizione di rive fangose e antiigieniche;
• perdita del potere autodepurativo dei fiumi;
• danni per la riduzione delle componenti biotiche fluviali;
• abbassamento del livello delle falde idriche;
• abbandono dei progetti di riqualificazione del fiume e di trasporto pubblico fluviale avviati dalla Provincia di Pescara;
• diminuzione drastica delle disponibilità idriche regionali;
• diminuzione dell’energia idroelettrica regionale;
• risalita alle foci, del cuneo salino marino con salinizzazione di pozzi e falde;
• interrimento ulteriore del porto di Pescara;
• modificazione del trasporto solido fluviale ed accentuazione dell’erosione delle spiagge;
• modificazione delle dinamiche della sabbia verso e lungo gli arenili (si consideri che sui fondali profondi 10 m in Adriatico vi sono importanti movimentazioni di sabbia legate al moto ondoso);
• creazione di servitù su un’ampia fascia di mare lungo l’intero Abruzzo, Molise e parte della Puglia, per la presenza delle tre grandi tubazioni previste posate sul fondo (con limitazioni della pesca, dell’accessibilità dei porti, della possibilità di ancoraggio e problemi di  sorveglianza, segnalazione e sicurezza).
L’acqua prelevata, inoltre, era esposta a rischi di contaminazioni incidentali anche severe.

Illegalità, confusioni e manchevolezze
L’opera si configurava al di fuori di tutto l’assetto normativo vigente in materia di acque: non era inquadrata all’interno dei Piani di Bacino previsti dalla legge di difesa del suolo, non considerava il bilancio idrologico (e, quindi, la effettiva disponibilità di acqua, né il deflusso minimo vitale da lasciare ai fiumi in base alla normativa vigente) né la Valutazione dell’Impatto Ambientale e la adeguata e prescritta pubblicizzazione dell’opera.
Non era neppure chiaro se l’acqua dovesse essere prelevata a fini potabili o irrigui… né era chiaro se gli elaborati costituissero un “progetto preliminare” o se fosse riconducibile alle procedure della legge obiettivo nel qual caso avrebbe dovuto essere accompagnata da uno Studio di Impatto Ambientale.

La mobilitazione del 29 luglio 2003
Il giorno della conferenza dei servizi ci fu una mobilitazione per una protesta civile che coinvolse le Province interessate insieme a molti Comuni, fu condotta da cittadini e movimenti organizzati che riempirono diversi pullman per poter partecipare alla riunione. La partecipazione fu talmente alta che bisognò trasferirsi dalle stanze della regione al capiente Teatro dell’Aquila.
Dopo una serie di interventi di opposizione anche formale, il rappresentante della regione Puglia, ing. Tedeschi, col proprio intervento diede un colpo decisivo all’affondamento del progetto. Egli rese noto che la sua Regione non era d’accordo per i seguenti motivi:
• non aveva mai richiesto quell’acqua;
• non presentava carenze idriche, bensì carenze gravi nella rete di distribuzione, densa di perdite sotterranee;
• il potabilizzatore di Finocchito e la rete idrica pugliese, utilizzati già al 100% delle potenzialità, non  avrebbero avuto la capacità di ricevere quell’acqua;
• l’acqua trasferita era indesiderata perché di qualità non buona ed a rischio ;
• non era d’accordo sui  costi da pagare per la gestione di tale acqua;
• non erano stati coinvolti il Comune e la Provincia di Foggia, enti direttamente interessati;

Il progetto veniva così, “provvisoriamente” ritirato e, da allora, non è stato riesumato… anche se qualche rischio si corre ancora.
Resta una domanda ancora senza risposta: se la Regione Puglia non era interessata, quell’imponente quantitativo di acqua a chi doveva servire?

'lupo';