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Libera nos a malo!


La preghiera è una attività connaturata all'uomo ed è momento di raccoglimento con se stesso, nonché pensiero di sé.

La preghiera, oltre a quanto detto, esprime esteriormente il racconto di uno stupendo incontro: quello dell’Io con l’Io medesimo. L’invocazione rappresenta un parlare a se stessi con il linguaggio del sentimento. Ovviamente, queste affermazioni fanno parte della psicologia e dell’antropologia moderne, che indagano i comportamenti umani che colgono il desiderio di colloquio con l’eternità. La religione assolve e spiega questa esigenza attraverso la sua realtà fenomenica e, uno dei suoi interessanti fenomeni, è rappresentato dal culto rituale abruzzese della ‘Ntorcia, ovvero della solenne processione annuale che, iniziata da molti secoli or sono (precisamente nel Quattrocento), ogni anno si ripete seguendo un tortuoso percorso che va dalla chiesa di Atessa a quella di San Pietro a Fara San Martino, per poi spingersi sino alla valle dell’eremo (alla grotta in cui soggiornava l’eremita), percorrendo la tortuosa strada tracciata dal Santo Martino.
Questa processione, come molte altre, si compie al fine di comporre un sacrificio di lode o di ringraziamento a Dio e al suo venerato ministro.

Il rapporto tra Dio e uomo è essenzialmente un rapporto microcosmo-macrocosmo, nel quale il microcosmo esiste in forza del macrocosmo (l’universo), la cui fonte originaria è una Unità, chiamata Dio. A questa unità, la religiosità popolare si rivolgeva per chiedere aiuto tramite un’invocazione, vale a dire in virtù della preghiera. Questa, come forma di amore, si esprime non solo nella contemplazione assoluta e intimissima tra il fedele e il divino, calata e sostanziata per mezzo della solenne dimensione dell’edificio sacro, ma anche nella forma della rappresentazione plateale rappresentata dal coinvolgimento di tutto il tessuto sociale. Questo tipo di esteriorizzazione della religiosità sintetizza preghiera interiore e condivisione comunitaria della fede. Una modalità tipica della partecipazione religiosa è il pellegrinaggio, che ha caratterizzato la tradizione della ‘Ntorcia, il cui acme è rappresentato dalla donazione della torcia, o meglio del cero votivo, assieme ad altri doni commestibili, ai piedi della statua di San Martino eremita, presente nella chiesa di San Pietro (anticamente chiesa di San Martino), a Fara San Martino.
Il pellegrinaggio assolve ad una duplice finalità, una interna e l’altra esterna: quella interna faceva capo al desiderio del fedele di stabilire un puro contatto con la somma conoscenza e fonte del reale, quella esterna invece muoveva dallo scopo di ottenere, proprio tramite il sacrificio del pellegrino, sentite grazie e regalie temporali. Su questa seconda modalità di partecipazione popolare interagivano fattori o preoccupazioni puramente materiali. L’offerta della torcia o di altri eventuali doni scaturiva dall’esigenza di instaurare uno scambievole ed attivo rapporto d’amore, non solamente fondato su basi spirituali, giacché l’uomo come sintesi di mente e corpo era ed è pressato anche da esigenze che attengono alla precarietà del divenire. Il dono dispensato dalla dimensione dell’eternità assumeva spesso il nome di intercessione o di grazia.
Come tutti i sacri pellegrinaggi, anche quello in onore di San Martino si svolgeva nel periodo primaverile, stagione che non solo permetteva una più agevole capacità di spostamento, dato il tempo favorevole, ma anche perché la primavera è la stagione della rinascita per antonomasia, nella quale la natura fiorisce a nuova vita producendo il meglio di sé, cioè i suoi frutti migliori.

In primavera si iniziano ad avere i primi raccolti dei campi, stessa cosa dicasi dei frutti e dei fiori, simboli questi ultimi di un tempo rinnovato dal calore e dalla presenza del sole, ritenuto sia nella cultura pagana, che in quella cristiana, metafora dell’energia divina, che infonde essenza alle cose.
Sappiamo, infatti, dalla letteratura patristica, come Cristo fosse considerato “fotòforo”, ovvero portatore di luce, cioè propagatore di forza e di vita, per aver, con la sua missione redentrice, dileguato le tenebre del peccato.

La partecipazione dei pellegrini alle lodi rituali e sacrificali in onore del Santo poteva assumere la particolare connotazione definita “terapeutica”, la quale si esprimeva nella richiesta di guarigione, che peraltro veniva ufficializzata mediante specifici atti. Nel caso della ‘Ntorcia, i pellegrini, specie quelli di un tempo, compivano specifici gesti una volta giunti nell’eremo presso Fara. Ripetendo il gesto primigenio compiuto dal Santo, che per far cessare i suoi lancinanti dolori colici, soleva rotolarsi sul selciato della grotta, i fedeli in eguale maniera imitavano. Alcuni ancora oggi non disdegnano di farlo, con ardore e passione immutata, ravvolgendosi e strusciandosi spasmodicamente sulla terra del detto luogo, nella speranza e nella convinzione di una futura ed imminente guarigione dalle più svariate malattie. I giovani atessani, raccontano le cronache, amano rotolarsi nella grotta come accendere numerosi fuochi che la illuminano tutta di un sole accecante: fatto questo raccolgono alcune pietruzze per donarle a coloro che sono rimasti a casa. San Martino, inoltre, rappresenta l’augurio di copiosità di frutti, di olio e di altri beni commestibili, ma anche di una buona riuscita nella attività artigianali e contadine. Possiamo dunque comprendere perché tale figura fosse tenuta in altissima considerazione dalla civiltà contadina di un tempo e di oggi.

I moderni studi sulla religiosità popolare mettono l’accento sull’aspetto della partecipazione comunitaria, che aveva la sua massima esplosione proprio nel pellegrinaggio. In relazione alla ‘Ntorcia, essa anticamente veniva preparata da tutti i cittadini, i quali si privavano di qualsiasi loro bene al fine di rendere bellissimo e degno di gloria il ringraziamento al divino. La storia della cittadinanza di Atessa ci informa di come, molto spesso, l’Amministrazione Comunale abbia sentito il bisogno di intervenire, con cospicui aiuti finanziari, per meglio contribuire alla realizzazione di ceri votivi, soprattutto in tempi di scarsità di raccolti e di miseria profonda, che impedivano oggettivamente una dignitosa e conveniente organizzazione cerimoniale.

 

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