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La pietra dipinta


La pittura, per prima, percepì l'imperscrutabile mistero della pietra (quella della Majella in particolare), granitica e perenne come il cuore delle genti d'Abruzzo.

“Nelle rocce di sopra, a picco, non un filo di verde, non un lembo di ombra: erte, come solcate da arterie di argento, terribilmente belle ed ignude incontro al cielo…”. Così nel 1882 Gabriele D’Annunzio (1863–1938) nella novella Terra Vergine, novella che apre l’intera opera di racconti favolosi dandole per giunta il titolo, dipingeva emblematicamente il paesaggio abruzzese: una sorta di luogo selvaggio dove esseri e cose si fondono con la natura. Ma ancor più mitica permane la descrizione che il vate fa delle vette della Majella, delineate come esseri viventi di paurosa grandezza, simili a saggi ciclopi intenti a vegliare sui destini degli uomini.
Non poteva che cominciare con la pietra questo primo viaggio nell’arte abruzzese, nella fattispecie con la pietra dei monti della Majella: una pietra intensa nel suo colore marrone chiaro, scabra e apparentemente senza vita nella sua consistenza percepibile, e infine dura quanto basta per essere lavorata e scolpita quasi fosse materia fruibile per le belle arti umane. Con questa pietra un ignoto artista abruzzese della prima metà del Quattrocento, tradizionalmente identificato come Maestro di Castel di Sangro, ha voluto scolpire alcune formelle con scene della vita di Cristo ispirandosi ai canoni stilistici di Lorenzo Ghiberti (autore della bronzea Porta Nord del battistero fiorentino), canoni importati in regione dall’orafo e scultore Nicola da Guardiagrele. In alcune immagini dell’anonimo artista, all’emozione per la narrazione della morte del Messia, si unisce il fascino di una matericità che esalta con vivo dolore la cruda realtà degli episodi della Flagellazione e Crocifissione.
Tra le originali meraviglie che l’Abruzzo offre al neofita viaggiatore, il paesaggio con la sua imponenza e la sua forza è senza dubbio l’elemento più vistoso e molteplice nella sua unità. Ciò è tanto vero che gli artisti abruzzesi d’età contemporanea hanno veicolato con impeto ed efficacia l’immensità paesaggistica della loro regione a partire dalle vette montuose più sublimi: ne è una prova il pittore Francesco Paolo Michetti (1851-1929), naturalista e simbolista, conosciuto al grande pubblico come amico, sebbene non di vecchia data, del D’Annunzio. Proprio quest’ultimo pensò a lui per la rappresentazione visiva della sua trasfigurata Terra Vergine.
Michetti nel dipinto La figlia di Jorio, realizzato nel 1895, dunque dieci anni prima della rappresentazione pubblica della omonima tragedia pastorale dannunziana (1904), dona al mondo culturale e letterario dell’epoca una visione della gente d’Abruzzo quale compendio di robustezza d’animo e oscuro amore per i riti ancestrali, il tutto immerso sino alla follia in uno spazio mitico fuori da ogni contingenza. Proprio nel quadro citato emerge con grande forza il pendant costituito dalla fortezza di carattere del pastore associato all’asprezza della materia. Qui la Majella, dall’artista in persona definita la “montagna materna”, è collocata sullo sfondo come luogo inaccessibile ma tangibile, composto d’un bianco marmoreo, innevato, scheggiato e barbaro. Il quadro dipinge una scena di riposo dei pastori malamente adagiati sull’arida pietra intenti ad ammirare con eros lei, la figlia di Jorio, Mila, che fugge per non scatenare l’impeto dei medesimi: un impeto di ferocia sessuale, come se questo fosse scaturito dal contatto proprio con la nuda pietra pulsante, viva e divina. Sull’episodio è il D’Annunzio in persona a dirci che un giorno, recatosi a Tocco Casauria, con l’amico Michetti, vide detta scena svolgersi con forza e naturalezza tali da rimanerne impressionato: ma se il vate fermò la suggestione passionale nello spirito della pagina scritta, fu il secondo a fissarlo nella tela.
Lo stesso contatto, la medesima integrazione fra uomo e natura, è rintracciabile nel capolavoro michettiano intitolato Il Voto del 1883 (Roma, Galleria d’Arte Moderna), con il languido strisciare dei pellegrini sulla pietra pavimentale della chiesa di Miglianico, in direzione del simulacro di San Pantaleone. Qui il pittore accentuando lo strisciare dei corpi sul pavimento di pietra accentua il carattere del popolo abruzzese, ruvido ed erotico ma con qualche venatura sentimentale.
Ancora altre immagini di pietra si assommano e si dispiegano nella pittura del Michetti: ci riferiamo  al quadro La processione del Corpus Domini a Chieti (1876-77). Nella composizione, oltre alla sorpresa suscitata dalle figure fissate senza una specifica profondità, ma vive nei loro sentimenti, sconcerta  la solidità della scalinata in pietra, una scalinata che è scenario e palcoscenico dell’Abruzzo stesso, che ne è simbolo di fortezza e asprezza eterna.
La pietra e in particolare quella della Majella sembra rappresentare il cuore delle genti d’Abruzzo, granitico e perenne, e la pittura per prima percepì l’imperscrutabile mistero. Così anche pittori meno famosi se non sconosciuti hanno voluto ambientare le loro storie all’ombra di questa grande madre e un esempio per tutti è dato senza dubbio dal quadro del guardiese Ferdinando Palmerio (1834-1916) che ha per protagonista lo scontro tra napoleonici e borbonici avvenuto a Guardiagrele nel 1799. Qui il monte solitario è testimone silente della storia e soprattutto della passione civile di un popolo.

 

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