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Fontamara


L'acqua è la protagonista di uno dei più struggenti romanzi che la letteratura contemporanea italiana ci abbia mai regalato, vale a dire Fontamara, romanzo scritto tra il 1927 e il 1930 da Ignazio Silone, abruzzese originario di Pescina dei Marsi. Fontamara è la storia di un tormento, il tormento della povertà e dell'ignoranza, del sopruso e dell'inganno, che vede nell'acqua il fattore scatenante della lotta di popolo contro il potere costituito.

La storia è ambientata nei primi anni dell’avvento della dittatura fascista e narra la disperazione degli abitanti (poverissimi) di un piccolo villaggio, scaturita per via della deviazione di un corso d’acqua che bagnava terre ben poco fertili, quelle da loro possedute o sognate. Se l’acqua serviva a raccogliere frutti effimeri, ma preziosissimi, di una coltivazione compiuta a prezzo di enormi sforzi umani, la sua privazione significava morte certa, incapacità di sostenersi con l’unico prodotto che era loro possibile raccogliere, cioè quello dato dalla terra brulla e parca di soddisfazioni. E’ la storia di un intero paese che si arrabatta e combatte (una lotta senza esclusione di colpi e che coinvolge parimenti uomini e donne), senza successo, contro il sopruso di un ricco signorotto della zona, denominato l’Impresario, il quale, in combutta con le autorità comunali e statali, arroga a sé il diritto di utilizzare come, quando e quanto più gli conviene, l’acqua, fonte di vita.

Interessanti e ben tratteggiati sono gli scatti di orgoglio degli abitanti più agguerriti del paese (Marietta, Elvira, Berardo, Papasisto, il generale Baldissera, eccetera), decisi a fare di tutto pur di ripristinare un diritto negato, chiedendo aiuto a quella legge che in realtà tutela gli abbienti e solo loro. Efficace è la loro estenuante disillusione di fronte a tanta malvagità alla quale fa da schermo la voglia di combattere il nemico delle loro vite (il potere politico, ovvero il fascismo e i loro aggregati, cioè la chiesa locale), una voglia che li porterà a protestare nei vari uffici comunali e poi statali, quelli romani nella fattispecie, ricevendo in compenso disprezzo e scherno da parte di impiegati istruiti, che vedono nella loro goffaggine e ignoranza il segno di una bestialità senza riscatto e soprattutto senza rispetto. Il tutto intessuto in una cornice sociale al limite della sopravvivenza, in cui si mischiano superstizioni (fede cieca nella Vergine e nell’intercessione di santità locali) e volontà di ribellione, una ribellione laica e antifascista, animata dall’ingenuo desiderio della conquista e della vittoria del bene a danno del male.

Ma che cosa riserverà questa dura battaglia ad alcuni intraprendenti giovani cafoni del paese? Nulla eccetto la morte, ottenuta dopo giorni di carcere e di torture, giacché ogni cafone sin dalla nascita porta con sé, almeno nella mente delle autorità, cioè della Legge asservita al potere, il fardello dell’anarchismo e del socialismo rivoluzionario, che era di fatto obbligo estirpare, cancellare - quale massimo male sociale -, mediante la soppressione fisica. Il finale, sebbene sembri farci presagire una sconfitta inevitabile e perenne, in realtà ci mostra, dopo tragici e luttuosi fatti, una rinascita delle coscienze “cafone”, le quali non si armano e combattono come insensati eroi, bensì fondano una rivista clandestina perché la gente sana d’Abruzzo sappia e conosca la storia di questo microcosmo (Fontamara stessa) e ne tragga così gli auspici al fine di creare le condizioni per i tempi migliori. Dunque quali risultati conseguono simili grezze coscienze? Esse gettano un piccolo sasso nell’acqua, un sasso che, sprofondando nei meandri di un virtuale lago, non rimane certo occultato dalla fragile trasparenza che lo avvolge, anzi il desiderio è proprio quello di far sì che i cerchi da esso prodotti servano alla storia e alla memoria umana nel suo progresso verso la civiltà.

 

'fontamara';