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L'estetica e la (sua) croce


Se la nostra grande patria è piena - così come la storia e l'attualità costantemente ci ricordano - di poeti, santi, artisti e navigatori, appare al tempo stesso piuttosto sguarnita di filosofi, come se il pensiero e la riflessione dei concetti più profondi circa l'esistenza umana, nelle sue molteplici manifestazioni, fossero argomenti lontani dall'italico sentire.

Nell’età moderna e contemporanea, la filosofia sembra tenersi alla larga dal nostro Paese e questo senza apparente motivo. Un po’ effettivamente dispiace, ma è certo che tutto nella vita non si può avere (poeti, santi e artisti sono più che bastanti) e allora meglio crogiolarsi nell’ammirazione di un De Chirico, di un Savinio, di un Balla o di un Boccioni, senza contare le ardite emozioni che procurano le liriche dannunziane o pascoliane, anziché leggere incomprensibili disquisizioni circa il rapporto fra immanenza e la trascendenza, divenire ed eternità, argomenti che solo i “fuori di testa” potrebbero scrivere e concepire. E l’Italia, come sappiamo tutti molto bene, è sempre stata restia ad ospitare o partorire i pazzi.

Anche nelle migliori famiglie la mela marcia è sempre in agguato e, dunque, anche da noi una misera, sia pur ridicola (per numero, ovviamente), colonia di pensatori nell’età contemporanea è esistita ed ha, con alterne fortune, attecchito e fatto timidi proseliti. Proprio così: qualche sparuta presenza filosofica non ha mancato di palesarsi tra Otto e Novecento; certo, nulla a che vedere con gli immensi Kant, Hegel, Fichte o Schelling, senza parlare poi dell’incommensurabile Nietzsche, sebbene qualcuno degli italici sia più che degno d’essere accostato a queste somme divinità del pensiero. Potrebbe sembrare davvero strano, quasi uno scherzo del destino, o meglio della natura (guarda caso!), ma uno di questi rari personaggi è proprio un abruzzese, un selvaggio, un “tanghero” come scrisse il Boccaccio nel Decameron, riferendosi agli abitanti di questa regione. Questo abruzzese si chiamava per l’appunto Benedetto Croce.

Nato a Pescasseroli nel 1866 si impose, già agli inizi del secolo, anche e soprattutto come filosofo della scienza del bello, vale a dire dell’estetica, la quale, per specifica ammissione dell’autore, deve godere di una propria autonomia, cioè deve essere lontana da ogni sapere logico o pratico. Estetica significa una miscela d’intuizione ed espressione, cioè sintesi a priori tra un contenuto di carattere sentimentale e una forma di carattere intuitivo, dunque una “intuizione lirica”. Per Croce, l’arte per forza di cose si risolve in immagini: una poesia, un dipinto, una scultura, un dramma, una melodia presentano immagini reali; queste creazioni figurate nascono da un movimento interiore del soggetto che, nel suo farsi, diviene espressione. Forse a lui, abruzzese di nascita, dovette risultare piuttosto facile elucubrare una simile teoria.

L’Abruzzo ha sempre rappresentato il meglio dell’arte naturale o artificiale. Come non emozionarsi, e come non trovare stimoli, nell’osservare lo stupendo bacino del Fucino visto dalla collinare chiesa romanica di Alba Fucens e, allo stesso modo, come non lasciarsi trasportare dalla fantasia più ardita nell’ammirare la Majella in tutta la sua grandezza, così forte e potente, aspra e scarnificata, granitica e incorrotta dall’uomo. Allora simili luoghi erano belli e incontaminati e forse sempre allora ognuno poteva, avendo il saggio di Croce tra le mani, verificare quanto egli avesse ragione nelle sue ardite congetture.

Croce, infatti, spiega come l’arte non abbia il compito di giudicare l’essere-uomo e il suo dramma, essendo essa preposta a manifestare e compiere esemplarmente il vero manifestarsi del dramma umano. Creazione è pertanto verità del dramma umano; il creatore conosce, infatti, il momento e i contesti in cui esso si realizza. L’opera così creata, saggiamente, si dà la sua caratura rispondente consapevolmente alle qualità della purezza o dell’impurità dell’azione, conoscenza della gioia o del dolore, forza e desiderio di ogni virtù e al tempo stesso amore per ogni vizio. Croce inoltre sosteneva come l’opera d’arte in quanto tale non dovesse risultare né utile, né tanto meno darsi uno specifico scopo: il suo fine è esistere e basta!

Per Croce, la bellezza dell’arte consiste nell’anti-immediatezza, cioè nella passione sfrondata dell’estremismo istintivo, dunque nel rasserenamento di un fatto sentito ed espresso, sia esso profondamente doloroso o profondamente gioioso. Tra la commozione sentimentale dell’anima e la sua espressione in immagini interviene la mediazione, che è contemplazione del creato, la quale dà misura all’arte, intendendo per essa la perfezione come realtà. L’opera d’arte è misurata in ogni suo aspetto e, questa pienezza espressiva, comunica all’osservatore il suo adeguato messaggio.

Nell’arte pittorica abruzzese, ad esempio, come non rilevare la misura formale nelle belle immagini dipinte da Andrea De Litio nella cattedrale di Santa Maria Maggiore ad Atri, oppure come non ritrovare la misurata emozione nelle sacre rappresentazioni di Francesco Paolo Michetti o di Teofilo Patini, tanto per fare qualche esempio. Sino all’epoca di Benedetto Croce, il canone estetico ancora aveva un senso, vale a dire risultava fondamentale per comprendere che il bello costituisce la naturale e principale dimensione della nostra esistenza.

Attualmente, i saggi estetici dell’abruzzese sono un po’ meno letti: forse è meglio così. Come potremmo, infatti, essere ferventi sostenitori della bella riflessività dell’opera d’arte e, al tempo stesso, tollerare una superstrada che entra sin nelle viscere di Pescara? Chissà cosa avrebbe pensato il filosofo di questa estetica prodezza, certo utile - si plana nel cuore della città -, ma assai, a dir poco, discutibile.
Stessa cosa dicasi per il lago del Fucino, che ora non c’è più, forse perché non ritenuto utile, mentre al suo posto si impongono smisurati campi (nei quali germoglia ogni tipo di verdura), forti e solenni nella loro arrogante, rigogliosa, sfrontata sanità. Anche le verdure, come le superstrade, sono sicuramente utili perché commestibili e fortificano il corpo.

Dunque, meglio così; immaginatevi un po’ se avessero costruito superstrade e strade senza utilità e senza scopo, o addirittura se avessero prosciugato laghi solo per vedere cosa si nascondeva sul fondale, o fatto germogliare verdure non buone da mangiare… e tutto questo solo per far un piacere a Croce che vedeva nell’estetica il bello fine a se stesso!
Per questo, e solo per questo motivo, molte risultanze umane abruzzesi non sono, grazie a Dio, opere d’arte.

 

'estetica';