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Domenico e il lupo


San Domenico, il domenicano, da domini canis, cioè cacciatore di eretici, valdesi in primis, in nome e per conto di Dio, fu colui che riuscì ad addomesticare il lupo e a redimerlo, a renderlo innocuo e servizievole alla popolazione. Il Santo risulta molto presente nell'iconografia sacra in questa regione.

E questo non solo in età medievale e tardomedioevale, ma anche in quella moderna, in particolare si riscontra una forte diffusione iconica nei secoli XVIII e XIX, fulgida testimonianza di un culto mai sopito. Tra le svariate rappresentazioni non possiamo non citarne una, sebbene tra le meno conosciute, ci riferiamo a quella dipinta da Nicola Ranieri (1749-1850), pittore di Guardiagrele, nel 1813. Si tratta precisamente di un ciclo composto da quattro dipinti autografi (olio su tela) realizzati per la chiesa di Santa Vittoria di Tornareccio. Tale ciclo comprende le immagini di San Mauro, San Domenico da Cocullo, San Pietro Martire e, appunto, San Domenico, fondatore dell’ordine dei domenicani.

Osservando bene il quadro in questione non possiamo non vedere come la sua postura e l’impaginazione scenica richiamino una devozione tutta speciale riservatagli dalla timorata popolazione contadina. Possente è la sua figura, la sua monumentalità fluente e squadrata, ma anche forte e senza soluzione di continuità sembra essere la sua bontà. In effetti, le mani protese, quasi a voler abbracciare l’umanità, danno la sensazione di colui che frequentemente viene invocato e che, con la sua intercessione, guarisce un dolore.
Domenico, così come lo concepisce Ranieri, appare calato nella quotidianità. La sua fisionomica non lascia spazio al dubbio e all’austerità. Le sue forme facciali sono rotonde e panciute, la sua barba desta serenità e sicurezza, lo stesso dicasi dello sguardo, sempre sereno e sicuro, diretto verso cielo, giacché esso gli infonde calma e fiducia, quella calma e quella fiducia che lui stesso veicola al popolo mediante un sorriso appena accennato, testimonianza di un  operato sempre a favore dei bisognosi.
La figura di San Domenico appare in tutta la sua concretezza di uomo al servizio degli uomini, cioè di colui che è avvezzo ad alleviare il male del fedele che ne richiede l’intercessione. Alla sua sinistra sta accovacciato un docile cane con in mano una torcia, il simbolo imperituro della fede che illumina la tenebra con la luce della verità. Non è un caso che questo santo sia stato scelto come colui che addomestica il lupo.

Cane e lupo sono due animali antitetici, ma che, sensibilmente, si assomigliano nella forma. Mentre però il cane è animale amico dell’uomo, bestia domestica, valido aiuto nelle fatiche quotidiane, pastore e conduttore del gregge di pecore, che per mezzo di lui non si smarrisce; amico fidato, sempre ed ovunque, il lupo, diversamente, è sentito nell’immaginario popolare come l’altra faccia della bestia mansueta.
Il lupo è l’abitatore non dei borghi ma dei boschi, impossibile da addomesticare, a meno che non si invochi la santità di Domenico; inoltre la sua effigie desta terrore e raccappriccio, giacché la sua fame risulta essere incessante, come ebbe a dire Dante Alighieri nel Canto I dell’Inferno.
Egli dunque è simbolo del vizio e della malvagità che solo Dio può sconfiggere e domare come avviene nel racconto popolare abruzzese del lupo fattosi buono ad opera di San Domenico. Forse questo racconto dovrebbe, a parer nostro, essere interpretato entro un contesto “metatemporale” centrato sulla condizione umana nel suo oscillare tra il bene e il male. Infatti, il cane ed il lupo, sembrano essere le due facce della stessa medaglia, quella medaglia che ha un solo nome: “Uomo”.

L’uomo oscilla, fra la bontà e la cattiveria, cioè può essere al tempo stesso benefattore ed assassino, feroce e mansueto, amico e traditore. L’uomo come il lupo conserva un istinto malvagio e bestiale, che può essere domato solo ed esclusivamente, sembra voler dire il racconto che ha per protagonista San Domenico, in virtù della presenza eterna di Dio, che sempre lo sorveglia e lo riconduce entro la retta strada che Lui stesso gli ha dettato. D’altronde questa interpretazione pseudo-psicanalitica annovera già un precedente storico e letterario rappresentato dalla antica favola di Cappuccetto rosso, di origine primo-medievale. Anche qui il lupo è simbolo della bestialità, una bestialità che arriva persino a mangiare due donne senza distinzione di età, una bestialità che prima di esprimersi in tutta la sua efferatezza avanza per delicate premure e insignificanti blandizie: le stesse che usa l’uomo cattivo quando vuole compiere il misfatto della carne. “Ma che bocca grande che hai?….Per mangiarti meglio!”

 

'domenico';