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Casotto Mare


Segni d'arte balneabile

Non esiste città di mare in Italia senza il suo casotto: tale certezza coinvolge anche Pescara, la quale vanta il primato del casotto ancor prima della sua nascita come entità municipale.

Tanto che in questa giuridica impresa, nei due borghi di Castellamare Adriatico e Pescara Porta Nuova -popolati da inconsapevoli cittadini- proliferavano, soprattutto nei periodi caldi, miriadi di bagnanti desiderosi di tuffarsi in acqua per rigenerar le membra rattrappite. Spiaggia, sole e mare, pertanto, furono i diretti responsabili dei primi deliziosi casotti-cabine lignei… costruiti dirimpetto al mare, quasi a volergli rubare lo scettro dell’attrazione. In una antica immagine fotografica del primo Novecento, osserviamo esauste bagnanti gustare il sole ma non più il mare: quest’ultimo occultato, sebbene con delicatezza e imperioso artificio, da fragili casotti-cabina, costruiti su palafitte forse (almeno così ci piace pensare), per dare un senso di primitiva esistenza ad una regione “selvaggia e aspra” (così la definì D’Annunzio).
I casotti piacquero così tanto -la loro bellezza è infatti un dato più che oggettivo, categorico- da assurgere ad oggetto indispensabile dell’estate. Ogni amante della balneazione ne comprende l’utilità (…perché asciugarsi al sole dopo il bagno, meglio cambiarsi subito e mostrare il nuovo costume!); utilità che non cessò mai nel corso degli anni di venir messa in dubbio da agguerrite correnti di pensiero.
Nel secondo Novecento, per questo motivo, i casotti, divennero un vero e proprio “status-simbol” di agiatezza e bellezza; da ciò la logica e confortevole trasformazione: alla sublime casupola in legno infatti si preferì la costruzione in muratura (4), vanto dell’eleganza e della solidità di ogni stabilimento balneare che si rispetti, magari unita ad un vicino ristorante o bar, sempre a forma di casotto (ovviamente un po’ più grande), per dare l’impressione, ne siamo più che certi, del dolce continuum fra strada, asfalto e spiaggia. I bruschi trapassi, infatti, verso l’incontaminato naturale, avrebbero potuto provocare, nella raffinata sensibilità estetica del villeggiante, pessimi malumori.
Ovviamente, nella questione dell’accasottamento dell’arenile pescarese (e  su di esso concentriamo - almeno per il momento - la nostra attenzione), non poteva venire meno l’annosa questione incentrata sul desiderio di costruire un casotto ancora più grande (cioè una vera e propria casa di mattoni), per trascorrere le vacanze non lontano dal luogo effettivo del bagno. Simile desiderio avrebbe anche potuto trasformarsi in una positiva realtà se fosse stato rigorosamente rispettato. Purtroppo i bisogni dell’essere umano sono così infiniti che spesse volte anche la fantasia ne risente grandemente per eccesso, cosicché, rispetto al primigenio desiderio della casa non lontano dal mare, a partire dagli anni Sessanta, si è optato sempre più per la casa dentro il mare. Scelta più che giusta, ovviamente, poiché a pensarci bene il senso vero e proprio della balneazione è fare il bagno e dunque che bisogno c’è della spiaggia?
Sempre per questo motivo si è cercato di coprire, per quanto è stato possibile (purtroppo il litorale pescarese, annesso dei comuni limitrofi, è piuttosto lungo), ogni fazzoletto di natura rimasta scoperta (poiché, si sa, gli spazi vuoti generano sconforto) di bellissime e avveniristiche costruzioni: casotti-teatri, casotti-cinema, casotti-discodance e quant’altro.
Con gli ultimi anni del secolo passato però, le esigenze sono andate aumentando, permettendo, pian piano, di completare l’opera di salvifica cementificazione degli spazi: perché il bagnante -che per tutto l’anno gioca a tennis e tenta di scolpirsi il corpo in palestra- dovrebbe abbandonare simile impegno durante la stagione estiva, vanificando tutti gli sforzi e i sacrifici di mesi e mesi di “duro lavoro”? Pertanto, se qualche stabilimento mostra, al posto della spiaggia, smaglianti campi da tennis e funzionali palestre all’aperto, lo fa solo per rispettare la forza della umana autopreservazione.
A volte, la spiaggia diventa anche luogo dell’arte (la morte sua!), soprattutto quando l’esigenza al bello diventa qualcosa che travalica ogni contesto pregresso. Allora in questo caso possiamo parlare della straordinaria potenza della nostra specie (quella umana intendiamo), volta a trasmutare ogni realtà in bellezza. Fu così dunque (anche in virtù del motto: “se l’uomo non va all’arte sarà l’arte ad andare all’uomo”, motto non sganciato da una sordida predilezione per l’horror vacui), che monumenti d’ogni genere e d’ogni fattura finirono, sempre a partire dagli anni Sessanta, per sublimare quel che v’era rimasto di autentica, benché superflua, identità della natura incosciente all’arte. è proprio in questo senso, che va interpretato il monumento al marinaio nella zona del porto turistico di Marina di Pescara. Il marinaio effigiato è proteso, con grande forza e slancio vitale positivi, verso il mare, pardon, verso il subitaneo asfalto, ma questo è solo un dettaglio; ugualmente dicasi per il bell’ obelisco in cemento armato sul quale impera la Santa Vergine a protezione dei pescatori - intendendo per essi ovviamente i villeggianti -, monumento così esile che quasi non si vede.

Il culmine del trionfo dell’armoniosa integrazione fra arte e natura è però rappresentato, senza ombra di dubbio, dalla suggestiva fontana-monumento di Pietro Cascella, così fine ed eterea da non dare mai nell’occhio non invadendo lo spazio in altezza bensì in larghezza. Tale risultato è anche da ricercarsi nel suo vero e stabile significato iconologico: essa, infatti, rappresenta una nave che dolcemente si inabissa in un mare di cemento.

 

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