testata
Sei nella sezione: Arte/Joseph Beuys e la natura

commenta questo articolo

Joseph Beuys e la natura


Trasformazione dell'Utopia concreta in Utopia della terra.

L'impoverimento dell'apparato boschivo è il tratto che più di altri caratterizza l'aspetto depauperizzato e spoglio di una parte rilevante della biosfera terrestre.

L’effetto paradossale che risulta è pari a quello di una radicale chemioterapia inflitta  alla terra.
Questa spogliazione, con le sue accelerazioni sempre più ravvicinate nel tempo ha determinato uno stato generale della flora che fonda il suo essere sulla pura negazione dei propri riferimenti sicuri e certi per milioni di anni.  La persistenza del molto si è tradotta in precaria esistenza del poco che resta.
L’uomo è l’artefice, il disattento protagonista di una felice stagione segnata dal suo naturale desiderio di creare per possedere, che vedeva nella natura il provvido ventre del suo esaudirsi, incessante e indefinito, e che non si rendeva conscio, parimenti, di aver impoverito la dimensione altra della sua terrena esistenza – non più appigli irrazionali per razionalizzare la risposta vuota del cosmo, la ben esperita solitudine umana - si è ritrovato, infine, al cospetto di una sua degenerazione, non più voce colloquiante all’interno di un cosmo poliedrico, ma autistico attore della sua prossima morte.
Questo incipit, che può apparire ovvio, è necessario per introdurci alla conoscenza di un uomo, in particolare, e al suo diverso modo nell’affrontare una difesa della natura. Di un protagonista del novecento che pur ascoltando il moderno messaggio ecologista lo ha strutturato da una prospettiva nuova, seguendo quel dettato caro a Goethe: “Colui al quale la natura comincia a svelare il suo segreto manifesto, sente irresistibile nostalgia per la più degna interprete di essa, l’arte”.
Quest’uomo, questo moderno demiurgo, verso cui più volte si è rivolta l’ironica qualifica di sciamano per relegarlo in un passato remoto e parascientifico, risponde al nome di Joseph Beuys.
Memore della significativa affermazione steineriana sulla necessità che s’impone, ineluttabilmente, all’umanità di fare una scelta radicale per sfuggire alla sua degenerazione, alla sua morte e alla morte della natura stessa, Joseph Beuys ha invocato, instancabilmente, quel deciso allineamento della nostra intelligenza con quella della natura.
Egli ha scelto l’arte per sperimentare la forza che genera ogni vita e come mezzo l’uso di una parola comune, una parola che aspirava nelle sue intenzioni ad essere  creazione.
Quest’uomo, a cui bisogna collegare il suo mai dimenticato interesse di botanico, ci ha fatto conoscere, nuovamente, in modo interiore la vita delle piante e dei minerali, che mai noi avremmo potuto riconoscere solo attraverso le dottrine atomiche o molecolari codificate dal discorso scientifico.
Non solo la lezione steineriana viveva in lui ma tutta la tradizione legata al pensiero dell’uomo romantico: Goethe, Schelling, Novalis, apici della riflessione occidentale a fondamento di una essenziale unità dell’uomo e della natura.
L’opera di Joseph Beuys è segnata da una tache che la distingue, la differenzia dal vasto panorama espressivo della contemporaneità: superare una resa linguistica che collimi con i confini ben stretti del discorso estetico, convenzionalmente imposta dalla tetrarchia - istituzioni, critica, media, mercato - per donarci una dimensione più che umana - incipit morale ben fermo - dove lo stesso idioma trovi riscontro nell’esperienza, nelle affabulazioni inevitabili e quindi nell’opera, che come ultima stazione assume la forma del residuo oggettivo di una intera esistenza, spesa con l’uomo e per l’uomo.
Beuys è stato l’unico artista a strutturare se stesso come dispositivo d’offesa, modificando, in tal modo, l’arte e il discorso sull’arte.
L’artista centrale delle Biennali veneziane e dei Documenta di Kassel. Colui che non si è lasciato sfinire dall’avanguardia, come Duchamp, e restare affascinato dalla sola tecnica del gioco o dal calembour linguistico, ma l’artista che ha ricollocato l’umano al centro  rinnovando speranze secolarizzate.
Beuys è stato, il demiurgo sceso dal freddo nord, l’icona inquietante e buffa, con quel suo anacronistico feltro per tutte le stagioni. La personificazione della leggerezza ideologica delle prime battaglie ecologiste in Europa. La parola ferma di denuncia che poteva tradursi in nuova prospettiva economica, la terza via: l’azione che anticipa l’empasse politica di una sinistra europea che non sapeva e non sa ancora riformarsi.
L’Abruzzo, ma in modo particolare il paese di Bolognano si sono rivelati i luoghi eletti di Beuys in Italia.
Quel residuo oggettivo, a cui sopra si accennava, è l’organismo che pulsa disseminato nel tracciato urbano di Bolognano.
La figura dell’artista tedesco a Bolognano è onnipresente.
Giganteggia ancora, nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, intabarrata, di spalle e con il viso rivolto verso la valle del Pescara e la montagna. Icona, che con famigliarità indossa l’immagine con cui siamo soliti, nell’arte e nella cultura, identificare l’uomo e l’artista romantico. L’uomo ossessionato dal dominio/confronto con il cosmo, rapito dalla sua dimensione, dalla sua complessità e ingovernabilità.
Numerose sono state le opere realizzate a Bolognano. Opere realizzate con il sostegno e la fede di Lucrezia De Domizio Durini e Buby Durini, che impreziosiscono i migliori musei d’Europa e d’America.
Basta ricordare “Olivestone”, oggi al Kunsthaus di Zurigo, o le due grandi tele emulsionate, realizzate da Beuys e derivate dalle seguenze fotografiche di Buby Durini, prese in occasione della sua antologica al Guggenheim Museum di New York. Ma anche la ricca documentazione fotografica del 1980, a corredo delle opere esposte nella “casa di Lucrezia”, che ritrae l’artista, a Praslin nelle Seychelles, in azioni sulla natura – le piantagioni di Coconut e di Coco de Mer.
Ma ancora “Incontro con Beuys” - a Pescara e a Bolognano nel 1974 - presentata al Guggenheim nel 1971 e rielaborata nuovamente per Bolognano nel 1984 nell’azione “Difesa della Natura”. Azione che ha come inizio la realizzazione della piantagione “Paradise”, per poi ampliarsi e trovare il giusto respiro internazionale nell’azione delle 7000 querce di Kassel.
La potenza della sua immaginazione ha trovato ostacolo solo con la sua morte nel 1986. Lasciandoci, tuttavia, con “Lo svecchiatoio”, la giusta direzione verso cui rivolgersi per la trasformazione dell’Utopia Concreta in Utopia della Terra.

Il simbolo della Quercia
La quercia è l’albero per eccellenza  in molte culture antiche. Da quelle delle regioni più a nord del continente eurasiatico- si pensi alla quercia nella cultura celtica - a quelle mediterranee e del sud Europa.
I greci la chiamavano drus. La sua sacralità era somma, dovuta, in special modo, ai suoi responsi oracolari  - com’è il caso della quercia sacra di Dodona – ma anche come pianta sotto le cui sembianze  l’eterno, nella Bibbia, si presenta, più volte, ad Abramo. In breve, asse simbolico del mondo intero.
Essa è ormai ridotta alla sola funzione divisoria, nei campi, o a quella delimitativa nella vecchia viabilità. Le intermittenti sequenze di querce - che ci salutavano sino a poco tempo fa lungo i cigli delle strade o dei viottoli di campagna come bravi soldati in parata e attenti testimoni delle nostre avventure – faranno sempre più spesso posto alle fredde e interminabili sequenze dei guard-rail in acciaio.
Già l’arte medievale preannunciava questa sua damnatio temporis. Essa, difatti, aggiunge alla sua antica funzione simbolica, positiva per l’uomo, un gradiente sempre più negativo. La quercia diviene nelle sue raffigurazioni sostegno nodoso e senza vita al martirio dei santi, oppure, come nella migliore espressione della allucinata pittura fiamminga, sostegno al supplizio delle anime dannate. La quercia, quindi, come asse del mondo superiore ma anche di quello inferiore.
Non si è perso solo un vigile compagno di strada ma qualcosa di più: funzioni e luoghi di una tradizione scomparsa. Ad esempio, il simbolo del potere giudiziario - la quercia sotto cui si sedevano le parti in causa - ma anche nome e simbolo di luogo – “quercia della tinozza”, “quercia del lupo”, “quercia maritata”, “quercia della libertà” e per finire, anche la “quercia della frittella” che ci rammemora l’importanza dei suoi frutti, le ghiande, sul piano alimentare dell’uomo.
La sua decadenza sia sul piano del sacro che del profano è inarrestabile:
Può la nostra epoca riconsegnarla alla sua maestà passata? In quale modo e per mano di chi?
La risposta c’è già stata ed è affermativa.

Kassel 1982. Le 7000 querce
Nel 1982 Joseph Beuys viene invitato a partecipare alla rassegna di arte contemporanea “Documenta” che si tiene a kassel ogni cinque anni.
L’opera che presentò – Le 7000 querce – avrebbe trovato la sua compiutezza formale solo nel 1987 – un anno dopo la sua morte – poiché tale sarebbe stato il tempo necessario per portarla a termine partendo dall’accumulo di 7000 lastre di basalto che fece disporre a triangolo dinanzi al Museo Fredericiano.
L’operazione, che avrebbe posto le basi alla più ampia  azione della Difesa della Natura, presentava inizialmente un’indicazione molto semplice: Chiunque, versando una somma di denaro, poteva adottare una di quelle pietre, e la somma ricavata sarebbe servita a piantare una quercia.
Il mucchio di pietre andò man mano riducendosi, sino ad esaurirsi completamente, e settemila nuove querce, con alla base una di quelle pietre, ornarono gli spazi ancora liberi emersi in vari punti di Kassel.
Ma la collocazione delle querce, nelle intenzioni di Joseph Beuys, non avrebbe risolto compiutamente l’operazione, poiché a quest’ultima sarebbero stati necessari quasi trecento anni  per veder il pieno rigoglio della sua crescita: il bosco.
L’operazione sin dall’inizio risultò singolare poiché, per prima cosa, non poteva essere acquistata o venduta, non poteva essere esposta in un museo o in una mostra, ed, inoltre, non poteva  essere fruita integralmente come fatto estetico, perché disseminata.
Essa si avverava solo nella dimensione concettuale. L’artista ha certamente creato qualcosa – un bosco – ma soprattutto ha dimostrato che la nostra predisposizione verso determinati valori e significati aumenta se vi è la mediazione dell’arte.
L’operazione, quotidiana e priva di valore, viene risollevata, attraverso una ritualità collettiva, da un suo basso gradiente di valore tale da calamitare, in poco tempo, l’attenzione dell’opinione pubblica.
Joseph Beuys ha indicato in tal modo il nuovo ruolo  che l’artista deve avere nella società contemporanea: ritrovare quei percorsi della vita che ci riportano non ad apprezzare la bellezza, come fatto di edonismo o di piacere, ma a riconoscere i significati ed i valori che ci circondano ai quali non possiamo rinunciare. 

 

'beuys';