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Una festa a Regensburg


Abbiamo partecipato ad una giornata dedicata all'Abruzzo, si festeggiavano dieci anni di viaggi. La cronaca puntuale dell'evento, vissuto in prima persona da un'inviata speciale.

Il sorriso di Herbert è accogliente, quasi come il tepore che ci invade distogliendoci dal freddo siberiano che ha imporporato le nostre guance.
“Gli italiani, gli italiani…” scandisce col suo dire un po’ metallico d’oltrefrontiera. è un rimprovero lieve e arguto quello per il nostro ritardo, ma non manca di renderci popolo nudo e di farci sentire il bisogno di una giustificazione. “è Regensburg, la sua bellezza”, rintuzziamo, e ridendo ci addentriamo nella sala.
Il chiarore caldo delle candele ci svela il solaio sorretto da massicce travi di legno e una pavimentazione dall’intensità del rosso mattone. Dalle pareti subito ci raggiungono immagini note dell’Abruzzo, visioni che Herbert ha fermato nelle sue istantanee ormai da dieci anni.
Tanto è il tempo che stiamo festeggiando, tante le stagioni che lo hanno visto incontrare la nostra regione e saperne estrarre il meglio per poi riproporlo nei suoi viaggi.
Certo i tedeschi che si lasciano coinvolgere sono di quelli dalla pasta chiara, che nelle loro esplorazioni cercano l’incontro con parole altrove desuete o svuotate, autenticità, interiorità, conoscenza. Che da un viaggio chiedono di più dei distratti e uniformi itinerari turistici.
Il fascino dell’Abruzzo allora sembra essere tutto nella possibilità di fuggire dal suolo pianeggiante, prevedibile, poco introspettivo del loro Paese, è in quello che ancora qui ha il sapore dell’asprezza delle cime, la musicalità della collina, l’indole arroccata di paesini dove ancora si può percepire l’eco di usi artigianali. Non si spiegherebbe altrimenti il profondo interesse per una regione che, seppur vitale di pregi storici e culturali, è ben lontana dalla tradizione artistica, per esempio, del Lazio o della Toscana, da grandi eventi storici e culturali o dall’essere intatta, nella sua specificità, dall’omogeneizzazione un po’ ovunque propagata. Lo sottolinea anche il giornalista Romanaren, ospite autorevole. “Se si facesse un sondaggio qui, domandando che cosa sia l’Abruzzo, non credo che una quota superiore al dieci per cento ne avrebbe idea. L’Abruzzo è molto lontano, anche mentalmente. La maggior parte dei tedeschi arriva in Italia per il mare, il vino, le presenze più monumentali. E basta. Mi dispiace – si scusa stornando delicatamente da tanto disincanto – ma questa è la realtà.”  E non sembra neanche pensare a quanti dei nostri, ancora oggi, in Germania migrano cercando di accastellare capitale e competenza.
L’Abruzzo è fatto di piccoli episodi. Lo apprezza chi agli schiamazzi dell’eclatante preferisce il mormorio di frammenti da ricostruire, gli scorci senza fiato che incontra chi lo sa percorrere e sa leggerci una metafora di vita.
Mi ci fa pensare Angelika, un’affezionata di Eger. Bisogna avere gli occhi per far vedere, ci racconta riferendosi a Herbert, è lo sguardo che conta, come lo si poggia sulle cose, e la concezione del viaggio. Il paesaggio, continua alludendo all’approccio alternativo di cui ha avuto esperienza, non è solo il guardare, ma il sentire, è l’emozione che si prova dopo aver camminato a lungo, è il sapore particolare dell’aria una volta arrivati sulla cima, è il cibo che ti rifocilla dalla fatica.
E cibo abruzzese è quello cui si può attingere dal buffet, offerto dall’azienda agricola di Giacomo Santoleri, a Caprafico, in provincia di Chieti, in collaborazione con Slow Food, sebbene a noi salti all’occhio – meglio, al palato - l’ibrido raggiunto dalla commistione con i gusti e le usanze tedesche.
Se è vero che il paesaggio consente di entrare con immediatezza in un luogo, di essere il testimone e il comiunicatore della sua storia e dei suoi lineamenti è vero anche che quello di cui gli abitanti si nutrono parla a sua volta della fisicità di quella terra e dunque di una risorsa, e un limite, una morfologia delle scelte, uno specifico e un’appartenenza.
Forse agli occhi germanici l’Abruzzo è uno di quei posti “a misura d’uomo”, quelli dove il morbido procedere dai monti al mare dà tutta una serie di riferimenti che aiutano nella definizione del proprio spazio: il fiume che accompagna e delimita, la valle che si apre e contiene, un colle che innalza e protegge. Vaste distese, invece, richiedono meno naturalezza e più organizzazione, dunque più intervento.
Lothos Schank, Oberbayern, otto volte in Abruzzo, lamenta proprio questo. Appena fuori i paesi abruzzesi, stona un’edilizia con ogni evidenza legata a dinamiche politiche ed economiche. L’artificializzazione dei materiali, la serialità, la mancanza di coerenza devono sembrargli ancora più severe accostate all’organicità e all’accuratezza delle città tedesche. Deve saltargli agli occhi il bruto contrasto tra paesi affabulanti e circondario, pochi passi per vedere lo sconcerto di ogni logica di conservazione e congruenza, allungare lo sguardo per squarciare l’atmosfera che nel borgo aveva incantato, seduti a un caffè, sorseggiando una dimensione alternativa. Allo stesso modo, in una simmetria degli opposti, a noi, passeggiando per le vie tedesche ci prende e ci sorprende l’armonia di giardinetti accurati e regolari, la fisionomia delle case, di una tipicità fedele, un’amenità dai tratti informali ma precisi.
è un po’ la stessa discrepanza che Lothos dichiara di trovare nelle persone. Le ha percepite legate a un ambito ristretto, se non statiche di sicuro un po’ accartocciate su un unico orizzonte, tristi anche.
Forse perché non c’è continuità con la tradizione da cui provengono, non c’è integrazione tra la storia e i costumi che agli occhi di un turista come lui con naturalezza e fascino proseguono e la modernità, il cambiamento contraddittorio e di rottura che si vive invece nella quotidianità
Intanto noi, sulle strade di una Germania vicina e lontana, non possiamo fare a meno di domandarci dove sia la gente, dove siano l’operaio, il muratore, il rappresentante, c’è un’assenza tranquilla e insolita per il via vai cui siamo abituati.
Lo guardo, l’aspetto nerboruto, la barba folta e ispida, la parvenza sicura e contemplativa. Si adatta bene alla parte più selvatica della natura abruzzese, lì dove a parlare è solo lei, né case, né uomini, non chiasso, né folla. Come è adesso la sala, vuota, le menti satolle, i camerieri che spazzolano via le ultime cose per l’incontro serale. C’è chi è andato a fare un giro in città, ad ascoltare canti gregoriani nel Duomo dalle guglie svettanti, chi è rimasto per assistere alla multivisione di Caddegianini sulla Maiella, chi approfitta per discorrere nella Leerer Beutel. L’appuntamento per tutti è alle diciotto, puntualità tedesca che abbiamo modo di rinsaldare oltre ogni stereotipo.
Siamo tutti seduti, di nuovo nell’atmosfera ambrata e naturale della fiamma. La porta si apre e, attraversando la platea, si diffonde un allegro motivetto dalle risonanze agresti. I musicisti, Heinz Grobmeier e H. C. Kaiser, prendono posto su un palco drappeggiato di nero, sullo sfondo la raffigurazione di una porta col suo carico simbolico. E così, si alternano nel loro ensemble “Canto di cosmo”, sfoderando ritmi sperimentali come gli strumenti, tubi di plastica dello scarico suonati con una ciabatta di gommapiuma, zoccoli olandesi, tromba di legno a forma di bastone, xilofoni costruiti da loro, con elementi universali, si alternano e si adattano alla recita di brani e poesie da parte di Harald Grill, scrittore bavarese tra i più apprezzati.
Non poteva che essere lui il padrino della serata. “Il viandante incontra il mondo con occhi diversi. Il mondo si mostra al viandante diversamente.”. La sua filosofia è la stessa che si respira adesso, la stessa dei viaggi abruzzesi. Quella di chi vuol lasciare almeno per un po’ da parte le tecnologie moderne per recuperare, di là da quello che danno, quanto invece tolgono. Incontrare il mondo col proprio corpo, camminarci dentro, percepirne le forme, rallentare per sintonizzarsi sui ritmi naturali, che solo con passi minimi, lenti, apparentemente ininfluenti, generano e rigenerano.
Un turismo come questo, che dà parola ai luoghi dimentichi e dimenticati, come può essere tutto quanto non rientra in quello che va per la maggiore, mare, neve, intrattenimento, è un turismo che rende dignità lì dove forse è ancora possibile ritrovare sentore della personalità dell’Abruzzo, che non ha paura di perdersi in quello che cambia o in quello che rimane. Niklas Luhmann, noto sociologo sassone, parlava di ‘futuro della memoria’, descrivendo l’identità come un ‘tenere a distanza’. Perché nella dimensione temporale, in quello che si allontana, si ha la prospettiva meno miope di quello cui siamo vicini. Perché ci si definisce a partire da ciò che stabilisce una differenza, una discontinuità rispetto a quanto sta intorno.
Allora, l’unico suicidio è quello di aver paura di se stessi. O di cercarsi altrove.

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